STATO DI COSE 1671 / Gianluca Gigliozzi

Per sette giorni e sette notti nessun segno d’uomo sui sentieri fangosi, quest’Iberia pare più vuota del cuore dello spilorcio e dell’ignavo – finalmente, ma si fa per dire, s’imbattono in villaggi di contadini schiantati dalla fame, pestati da sudiciume, piagati da terzane, vaioli, pellagre – lavorano nei campi per quindici ore per strappare al suolo avaro qualcosa con cui andare avanti – quelli che sopravvivono si dedicano al banditaggio – o bevono birra fermentata con segatura per sei ore di fila – fegato e budella sono ridate un poco alla volta alla terra soda – se Grisostome promette beatitudini celesti, IO non riesce neanche a restituire lo sguardo a quelli che hanno ancora la forza di supplicargli una benedizione – le sciagure di questi disgraziati gli rinforzano la notte che si coltiva dentro – queste miserie sembrano essere state generate per balzargli negli occhi, e scolar giù nella sua anima perennemente turbata, e qui darsi raduno e banchettare, sbafandosi le sue brevi risorse – tracannando i suoi umori più promettenti – la carità e la devozione del confratello santo gli fanno vedere se stesso come se si vedesse da Lassù – visto da se stesso come se si vedesse con l’Occhio dell’Altissimo, e dall’alto in cui non sta è così che si vede, ragno blatta verme bruco baco – inamabile, tristo – la santità arruffona del confratello gli dà sui nervi, gli sbalestra il cervello, gli instilla veleni a tutto spiano, rasa al suolo l’anima sua alla vista di quel mansueto e del suo brigare per l’eterno – intanto marciano per leghe e leghe, su brulle alture ulcerate dai venti – passano per i campi di senape, pietraie e vigneti, faggeti smisurati, forre e nudi poggi e, qua e là, cinte di rocche fatiscenti, lingue di mura corrose, bastioni mangiati dall’erba – dormono in stalle abbandonate, o dentro gelide sacrestie – nuvole radenti sopra le loro teste, quasi plumbei ventri di crostacei, che abbiano per chele brume violacee – s’inoltrano i due per campi di patate allagati e di barbabietole in putrefazione – porci e muli annegati, puledri che per il troppo fango si slanciano al trotto degno di un vitello – gli acquitrini a valle paiono ferite pietose, occhiute fessure da cui il suolo marcescente brulichi d’invidia per la purezza della volta – masticano radici, i due fraticelli, e piaghe e pustole radunano su cosce e piedi – invece fanno festa sulle chieriche miriadi di nivei saltellanti ospiti – alle ossa il gran fradicio di Navarra sta togliendo il diritto a tenersi nel tempo identiche – andare avanti, comunque, questo l’ordine – nel frattempo non chiedersi mai COSA CI FACCIO QUI – possibilmente

  

[Neuropa / Gianluca Gigliozzi. – Luca Pensa Editore, Lecce 2005]











































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