Che cos’è la poesia? Jean-Michel Espitallier

Proprio come il sassolino di Ponge, la poesia non è facile da definire bene

Che domanda!
Dal momento che ogni domanda presuppone una risposta, o una non-risposta, e che da qualche parte ci si aspetta che la domanda possa illuminarla oppure possa chiarirsi al suo confronto, la domanda che ci preoccupa, nella convinzione dell’esistenza di ciò che essa interroga, suppone che la poesia esista in quanto soggetto di interrogazione. Ma una rondine non fa primavera, e ci si può allora domandare fino a che punto una buona domanda garantisca una buona risposta. E se una buona risposta abbia sempre il potere – e il merito – di far tacere la domanda a cui risponde. Una buona domanda non potrebbe invece essere tale per il fatto che la sua risposta la rimette in questione? La buona salute di una domanda non dovrebbe poter essere verificata dalla sua capacità di chiamare all’appello altre domande in grado di dare una parte della risposta o di indicare più precisamente una qualche strada nuova da esplorare per avvicinarsi alla risposta? E ancora, quale risposta potrebbe essere fornita da una domanda che non abbia risposta? La sua non-risposta? Ma allora come si deve considerare una non-risposta che risponde alla domanda? Una risposta sotto forma di non-risposta è ancora una risposta? Una non-risposta che risponde alla domanda rimane una non-risposta? E una domanda senza risposta è ancora una domanda? Infine, la possibilità di una risposta risponde alla o della domanda? Se porre una tale domanda sembra altrettanto problematico che rispondervi, non è dunque la risposta che si trova in questione, è la domanda.


È a quest’ora che rientri?
A domanda (falsamente) ingenua (pensiamo a quelle domande che pretendono di rispondere a ciò che esse constatano – «è a quest’ora che rientri?», domanda «totale» a cui verrà risposto come se si trattasse di una domanda «parziale», nascondendo in verità l’ingiunzione a dover rispondere a una domanda che non è posta dalla domanda ma nella domanda, una vera risposta («stavo con Gherardo») a una falsa domanda («è a quest’ora?…») – strati di domande… Ma mi sto perdendo), a domanda (falsamente) ingenua, dicevo, risposta generalmente complessa. Giudicate da soli: «Che cos’è la poesia? Per prima cosa compiere un’esperienza seconda cosa inventare degli oggetti letterari non identificati aprite parentesi termine che raccoglie una grande quantità delle esperienze sopra indicate, ma la rete a stracico, del mare, non avrà tutto il baccano trattino Che cos’è il mare? chiudete parentesi terza cosa dare i numeri con la lingua quarta cosa spiegazzare, rigare, disordinare la lingua per quinta cosa dare un senso a ciò che non ha senso sesta cosa mostrare in maniera diversa delle cose che sono diverse settima cosa dire che/ciò che non si può dire ottava cosa tutto quello che il poeta costruisce il quale nona cosa è poeta perché fa della poesia aprite parentesi c’è perché ci fa vs se ne fa è perché c’è chiudete parentesi decima cosa che cos’è la poesia, ecc.» Fate come se non avessi detto niente.

Una domanda può nasconderne un’altra.
Nella sua ingenuità, questa domanda lascia intravedere un altro messaggio (mettiamo ora che un messaggio di domanda valga come una risposta), il quale messaggio può essere così riassunto: la poesia non è quello che voi credete. Converrà quindi rivedere tutto quello che credete di sapere sulla poesia sottoponendo le vostre certezze alla domanda. Dal momento che la poesia non è sempre quello che voi credete (il poeta, che non ci aiuta, si infastidisce molto a dover continuamente spiegare il proprio lavoro – e si imbarazza a doversi definire poeta – ed è, come tutti, fiero del suo non far niente), essa poesia è quindi quello che voi non credete: roba di metrica, versi e rime (ma non sempre); roba letteraria (ma non sempre); letterale (ma non sempre); in un libro (ma non sempre); nel live (ma non sempre); orale (ma non sempre); una musichetta per fischiettare attraverso formule magiche ciò che è ineffabile o quotidiano (ma non sempre); lirica (ma non sempre); sperimentale (ma non sempre); cifrata per natura (ma non sempre); epidermica per vocazione (ma non sempre); comica per natura (ma non sempre); gastrica per necessità (ma non sempre); cerebrale per tradizione (non sempre); difficile per cattiveria (non sempre), ecc. Ecco che, nella sua mostruosa aridità, questa domanda mette su tutto un sistema di piccoli derivatori che mandano alla deriva (il grande compito del derivatore è proprio quello di mandare alla deriva come quello della domanda è di mettere in questione), i quali mandano appunto alla deriva la domanda verso una moltitudine di sottodomande: come? dove? fino a dove? perché? la poesia con che cosa?, ecc., tutte domande che possono fornire risposte alla domanda senza risposta. E che di certo richiamano altre domande. Le buone domande sono delle buone risposte alla domanda cattiva (che diventa buona). Rispondere quindi alle domande che rispondono alla domanda può dare suggerimenti sugli elementi buoni per la risposta. In verità bisognerebbe non rispondere alla domanda ma al perché della domanda. E la risposta a questo perché darebbe senza dubbio delle buone risposte (notate il plurale) alla domanda (notate il singolare). Rimane da rispondere alla domanda sul perché di questa domanda. E poi al perché della domanda sul perché di tale domanda e via di seguito: «Che cos’è la poesia?» Che vuol dire «che cos’è la poesia»?, Che vuol dire «che vuol dire che cos’è la poesia?» e via di seguito. Fate come se non avessi detto niente.

[ Traduzione: Michele Zaffarano ]











































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