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L’ambiente in cui viviamo è questo: man mano che le immagini tecnologiche si moltiplicano, si potenziano nelle loro costruzioni espressive, diventano sempre più perfette nella loro evidenza, nei loro conquistati “linguaggi”, man mano che la loro onnipresenza nella grande comunicazione contemporanea destinata al consumo diviene uno stato di fatto, si può dire un vizio, esse divengono sempre più insignificanti. Proprio perché sottoposte sistematicamente a una sorta di significazione forzata, costrette a esibire una rappresentazione ostentata, sempre “esteticamente” dinamica – per molti aspetti abusiva – esse subiscono il destino triste di perdere di senso, o meglio, vengono private di destino. Scivolano sui mondi che raccontano a possedere, infine, la banalità, la falsa felicità. Molto spesso l’operatore che le realizza è solo un parassita, consapevole o ignaro di realtà che non conosce, volti o paesaggi, culture o accadimenti che non lo riguardano. Non avendo nulla a che fare con essi, li riprende, li trasforma in immagine appunto, ma non li vede. Come sappiamo, coloro i quali fruiscono di queste immagini forzate lo fanno a loro volta nella stessa distaccata e confusa maniera di chi le ha riprese. Si tratta di un complicato circolo vizioso, molto difficile da rompere, che costituisce probabilmente un vero e proprio sbandamento di civiltà. Vi sono stati e vi sono artisti che impiegando esattamente l’immagine tecnologica, dunque quella stessa che è protagonista della grande comunicazione, cercano di tenere le distanze e di sottrarsi a questo circolo vizioso attraverso una sorta di azzeramento della rappresentazione e una riduzione dei mezzi e degli effetti dell’immagine. L’orizzonte al quale essi paiono guardare è il silenzio, e insieme il recupero della facoltà di attenzione dello spettatore. Sotto certi aspetti, l’arte può essere considerata una tecnica di affinamento dell’attenzione (1). Ma se lo scopo dell’artista può essere stato molto a lungo quello di individuare sempre nuovi oggetti di attenzione, tale traguardo è diventato nell’arco del Novecento sempre più problematico fino a rivelarsi oggi impossibile, poiché con il compiersi della civiltà industriale e con gli sviluppi della successiva fase post-industriale l’arte ha visto la facoltà stessa di attenzione cadere in crisi, come consumata (già Walter Benjamin scriveva della fruizione “distratta” da parte dello spettatore cinematografico (2)). Oggi, arrivati a un massimo di saturazione di linguaggi e di caduta di attenzione, un’arte “semplificata”, ripulita dalle scorie di una comunicazione forzata, “diminuita” e in un certo senso liberata dagli eccessi di linguaggio, potrebbe forse venire in soccorso. Questa ipotesi potrebbe in ogni caso costituire un’ulteriore eventuale utopia, se mai vi fosse ancora posto per un’utopia. […].

Note. (1) Di questi problemi scrive Susan Sontag nel 1967 in “L’estetica del silenzio” pubblicato in: Susan Sontag, Stili di volontà radicale, Mondadori, Milano, 1999; o Styles of Radical Will, Farrar, Straus and Giroux, New York, 1969. (2) Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino, 1966; o Das Kunstwerk in Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, in Schriften, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1955.

(Da La folla come corpo. La fotografia muta di Beat Streuli, in Beat Streuli, Hopefulmonster, 2000.)

(Image: Chris Beirne, Untitled, from Blind Spot, #1)











































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