da PROTOCOLLO DI HELSINKI / Giacomo Bottà. 2005

Jaakko aveva passato l’estate del 1973 a farsi crescere i capelli ed a lavorare come giardiniere presso la tenuta estiva di un ricco finno-svedese. Mi mostra una foto in bianco e nero. Sul retro della foto ci sta scritto novembre 1974. Jaakko aveva i capelli lunghissimi e si stringeva in una giacca minuscola, di quelle colorate che usano ancora oggi i muratori. Era sul bordo di una strada innevata, dietro di lui un blocco di appartamenti e qualche macchina parcheggiata. Mi dice: “Avevo i capelli lunghi cosí e non me ne fregava di niente.” “Come non te ne fregava di niente?” “Non me ne fregava di niente. Non lavoravo, passavo il tempo a casa di amici. Ascoltavamo Cohen e bevevamo kossu. Avevo diciassette anni.”

La foto mostra una casa di legno, di quelle rossiccie, a due piani. Sull’uscio sta una donna, sembra vecchia, ha la testa fasciata in uno straccetto, una gonna nera ed un maglione di lana grossa. Nell’altro lato della foto si vede un giovanotto con delle basette vistose, vestito completamente di jeans. Sta infilando una valigia nel bagagliaio di una macchina. E’ un vecchio modello Lada. Di quelle Lada prodotte in Unione Sovietica, che la Finlandia comprava a migliaia, in seguito ad accordi quinquennali. La donna sta osservando il giovanotto, che invece è di spalle. “Sì è mio fratello Antti. Antti ha lasciato il villaggio nel 1969. E’ andato a Stoccolma a lavorare per la Volvo. Quell’anno sono partiti circa 200 ragazzi dal nostro villaggio. Non c’era lavoro. In Svezia pagavano bene. Antti non é piú tornato. Questa l’ho scattata prima che partisse per Helsinki, per prendere il traghetto. Dopo un anno aveva scritto che aveva venduto la Lada. Poteva comprarsi una Volvo, di quelle che verniciava. Dopo due anni è morto. Un tumore ai polmoni. I medici svedesi dicevano che è colpa della sauna. E del kossu. Io penso che la colpa era delle vernici della Volvo.” Jaako risistema la foto nella scatola, dice che anche la mamma era morta, qualche anno dopo.

Il vagone del metro puzza di alcool, come tutti i venerdí. L’ultimo viaggio verso est è alle 23:30. Sono seduto di fronte ad un ragazzo biondo. Apre una bottiglia di Salmiakki-Kossu e me la mette davanti al naso. Io dico “No, grazie”. Lui sorride. Di fianco ci sono tre ragazze ed un signore somalo, stretto in una giacca di camoscio. Le ragazze ridono, parlano ad alta voce e bevono da bottiglie di aranciata da un litro, riempite a metà di kossu. Una estrae dalla borsetta un flacone di lacca e la alza per sistemarsi, di nuovo, i capelli prima di arrivare a Kontula. A Kontula c’è una birreria-ristorante dove fanno entrare i minorenni. Il getto di lacca colpisce il signore somalo negli occhi. Le ragazze ridono e la ragazza con la lacca in mano dice “Scusa tipo”. Il signore somalo si asciuga gli occhi con un fazzoletto, devono bruciargli parecchio, ma sembra allo stesso tempo intimidito dal riso delle ragazze. Il tipo biondo di fronte a me rutta in maniera forzata e poi si alza per scendere. Guardo fuori. Siamo a Hertoniemi.











































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