undici poesie da “borderless bodies”. 2005 / linh dinh

 

Mappe obsolete

 

Ci sono punti sul tuo corpo
mai toccati e nemmeno visti,
si può dire irraggiungibili, perfino
i connoisseurs del corpo umano
non sanno come chiamarli.

 

* * *

 

Confini

 

Dove le ossa urtano sempre
contro la pelle più increspata
dove il dentro e il fuori
sono confusi e si fanno rossi.

 

* * *

 

Cibo trattato

 

Avanzando su mani e ginocchia
ho raggiunto – dietro la bauhaus
del suo vaso di porcellana a macchie –
un arcobaleno di M&Ms

 

* * *

 

Trinity

 

Fuori dal suo buco in travaglio, la testa di suo marito.
Nonostante fosse ben cresciuto, era cieco e senza barba.

Lei lo leccò quando chiese
canzoni e tette. Asimmetrici,
sono distesi uno accanto all’altra,
un mescolarsi di fiato, sporcizia e saliva.

Stufo di uno,
lei fece nascere un altro.

 

* * *

 

Seriale

 

Dita e piedi sporchi
allineati in fila.
Pance scoperte in fila.
Maschi e femmine
genitali in fila.

Le gambe per coprirsi.
Le braccia per ripiegarsi.
Le labbra per spellarsi.

Così tanto DNA
da raccogliere.

 

* * *

 

Putang

 

Putang è la capitale
di un’isola-stato.
Il suo servizio ferroviario
è perennemente
in carenza di personale.

[ “putang” è termine slang per “vagina” ]

 

* * *

 

Liquida

 

Sempre nel flusso, il suo corpo eccessivo
cola attraverso la camicetta e i jeans.
I suoi occhi trapelano dalle palpebre chiuse.
I suoi seni sgocciolano e grondano nel sole
formando una pozza sprezzante.

 

* * *

* * *

 

Non

 

Secondo una teoria, la prima parola
mai articolata fu probabilmente “non!”
governando un’orda irrequieta di marmocchi,
la mamma cavernicola doveva fare “non!” senza sosta.
Non [metterti quella roba in bocca]!
Non [arrampicarti su quel ramo]!
Non [svegliare tuo padre]!

150 mila anni fa, l’uso principale del linguaggio
consisteva nel vietare. In parecchi posti della terra, adesso,
l’uso principale del linguaggio è sempre vietare

 

* * *

 

Mimando

 

Ignaro del linguaggio del luogo, dovevo usare il linguaggio dei segni
per indicare i miei bisogni. Affamato, mi strofinavo la trippa e aprivo la bocca.
Bramando pollastrelle, gracchiavo. Volendo carne di maiale, grugnivo e mi rotolavo nel fango.
Assonnato, chiudevo gli occhi, mi accasciavo in avanti, poi fingevo di russare.
Avendo bisogno di fare un goccio d’acqua o l’amore, mi agguantavo la patta, poi tiravo
già i pantaloni alle ginocchia, nel caso nessuno ancora l’afferrasse

 

* * *

* * *

 

Teste parlanti

 

La testa è proteiforme. Completamente piatti, alcuni sono visibili
solo di fronte. Altri assumono la forma e la funzione
di una lanterna. Alcune teste sono come sputacchiere.

Variano nelle dimensioni. Rari tra loro si avvicinano alla circonferenza terrestre.
(Quelli che dicono di aver visto una testa delle dimensioni del sole stanno mentendo).
Altre sono così piccole che potrebbero essere schiacciate con un dito.

Le mie preferite, però, sono quelle che crescono nei sotterranei,
dimenticate, impazienti, rimuginanti, con solo la loro zolla chiara
esposta all’umanità.

 

* * *

* * *

 

Rieducazione

 

Insoddisfatta dei domestici della casa, la padrona urlava
dalla mattina alla sera, da un giorno al successivo,
da un mese a quello dopo, finché, fattasi scoppiare una vena,
morì. Dentro la cassa, ancora strillava. Ogni notte, ritornava
a urlare agli inutili domestici, per rieducarli a essere esseri umani.

 

 

[Linh Dinh, da Borderless bodies, Factory School 2005. Scelta e traduzione italiana di Marco Giovenale, con Gherardo Bortolotti]

 











































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