CAPITOLI DEL LIBRO PRIMO

I. Testimonianza di Plutarco sul tipo di analogia e i ragionamenti con cui il filosofo Pitagora eseguì i calcoli per determinare la misura del corpo posseduto da Ercole durante la sua vita tra gli uomini.

II. Strigliata ad un giovanotto burbanzoso e borioso, e solo in apparenza dedito alla filosofia, da parte del dignitario Erode Attico, il quale tirò fuori al momento giusto il passo in cui lo stoico Epitteto argutamente distingueva dallo stoico autentico la folla di chiacchieroni sfaticati che si proclamano stoici.

III. Equivoca decisione presa dal lacedemone Chilone per salvare un amico. Necessità di considerare con circospezione e scrupolo se nell’interesse degli amici si debba a un certo punto commettere disonestà. Si segnala e si riferisce a questo proposito ciò che ne scrissero Teofrasto e Marco Cicerone.

IV. Finezza e acume di Antonio Giuliano nello scoprire in un’orazione di Marco Tullio la scaltra sostituzione di una parola.

V. Sul retore Demostene, la sua cura della persona e il suo abbigliamento, esposto agli insulti e di eleganza disdicevole; e così anche sull’oratore Ortensio, gratificato del nomignolo di “Dionisia la ballerina” per questo genere di eleganza e per l’istrionesco gestire nell’azione oratoria.

VI. Un passo del discorso che Metello Numidico, quand’era censore, rivolse al popolo per esortarlo al matrimonio; e per quale motivo il suo discorso fu criticato, e in qualche modo invece venne difeso.

VII. Né corruttela né errore nella frase della quinta Verrina di Cicerone hanc sibi rem praesidio sperant futurum. Sbaglio di chi, forzando i manoscritti autorevoli, scrive futuram. Si parla anche di un’altra parola di Cicerone, scritta correttamente e a torto modificata. Qualche osservazione sui moduli e i ritmi oratori che Cicerone perseguiva con particolare compiacimento.

VIII. Storiella, trovata nei libri del filosofo Sozione, sulla meretrice Laide e il retore Demostene.

IX. Norme e ordinamenti della scuola pitagorica; e i periodi, imposti e osservati, dell’imparare e insieme del tacere.

X. Discorso tenuto dal filosofo Favorino nel rimproverare un giovane che parlava in modo obsoleto e antiquato.

XI. Secondo l’illustre storico Tucidide i Lacedomoni si servivano in battaglia non delle trombe ma del flauto: citazione del passo. Secondo Erodoto il re Aliatte teneva sul piede di guerra delle suonatrici di cetra. Appunti sullo zufolo da comizio di Gracco.

XII. La vergine di Vesta: a che età, da quale famiglia, con che rituale, cerimoniali e pratiche religiose e con quale nome viene presa dal pontefice massimo; suo stato giuridico a partire dal momento in cui viene presa; sua incapacità giuridica, affermata da Labeone, di ereditare o di lasciare eredi in assenza di testamento.

XIII. Un quesito filosofico: nel caso che si riceva un incarico è più giusto svolgerlo fino in fondo ovvero, eventualmente, trasgredire le disposizioni ricevute quando ciò si speri che sia a maggiore vantaggio del mandante? I constrastanti pareri su tale questione.

XIV. Ciò che disse e fece Gaio Fabrizio, personaggio carico di gloria e d’eroismi ma sprovvisto di sostanze e di finanze, quando i Sanniti, scambiandolo per un poveraccio, gli donarono dell’oro massiccio.

XV. Sull’importuno e antipaticissimo difetto della chiacchiera futile e vuota; e come in parecchi passi sia stato bollato con sacrosante condanne da autori di prim’ordine dell’una e dell’altra lingua.

XVI. Sulla frase di Quadrigario nel terzo Annale: “Lì si uccide mille uomini”: non si tratta di licenza né di figura poetica ma della corretta e irreprensibile applicazione d’una regola grammaticale.

XVII. Grande equilibrio di Socrate nel sopportare gl’intrattabili umori della moglie. Ciò che scrisse Marco Varrone in una satira Sul dovere del marito.

XVIII. Critica rivolta da Marco Varrone, nel quattordicesimo libro delle Antichità divine, a un errore di etimologia del suo maestro Lucio Elio; e del medesimo Varrone, nel medesimo libro, etimologia erronea della parola fur.

XIX. Una storia sui libri sibillini e il re Tarquinio il Superbo.

XX. Definizione di piano, solido, cubo, linea secondo i geometri greci. I vocaboli latini che corrispondono a tutti questi termini.

XXI. Risoluta affermazione di Giulio Igino, d’avere letto un manoscritto proveniente dalla casa di Publio Virgilio, in cui era scritto “e bocche afflitte di chi assaggia gustando le torcerà l’amarore”, in luogo della lezione vulgata “le torcerà con il senso amaro”:

XXII. Se l’avvocato difensore si esprima in corretto latino quando dice di superesse al suo cliente. Significato proprio del verbo superesse.

XXIII. Chi fu Papirio Pretestato. Motivo del suo cognome, e tutti i dettagli della divertente storia di questo Papirio.

XXIV. Tre epitaffi di tre poeti antichi, Nevio, Plauto e Pacuvio, composti da loro stessi e incisi sulle loro tombe.

XXV. Definizione di indutiae data da Marco Varrone. Accurata indagine sull’etimologia della parola indutiae.

XXVI. Come il filosofo Tauro rispose alla mia domanda se il sapiente si adiri.

[Le notti attiche / Aulio Gellio ; a cura di Giorgio Bernardi-Perini. – UTET, copyr. 2007]











































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