da LE TAVOLETTE DI BOSSO DI APRONENIA AVITIA

I. Vita di Apronenia Avitia

Apronenia Avitia nacque nel 343. Costante governava l’impero. Visse settantun anni. Era potente, patrizia, e la maggior parte dell’anno soggiornava nei suoi palazzi di Roma o nella ricca villa del monte Gianicolo. Nelle lettere e nel diario che teneva – come Paolino e Rutilio Namaziano – non si trova una sola osservazione che accenni alla fine dell’impero. Forse non si degnava di vedere. Oppure non vide. O chi sa ebbe il pudore di non riferire nulla, o ancora il fermo proposito di farne uso come se di nulla si trattasse. Tale disprezzo, tale indifferenza le valsero il disprezzo, l’indifferenza degli storici. La morte di Magnenzio, l’esecuzione di Gallo, l’ascesa di Giuliano al potere imperiale, Gioviano, Valentiniano, Valente, non uno di questi nomi sfiorò le sue labbra. Vide Alarico in Roma: non si preoccupa di annotare altro se non la densità granulosa e luccicante di una foschia che si leva, o qualche pescatore che in lontananza passa sul Tevere. La battaglia di Mursa, la battaglia di Argentoratum, la battaglia di Marcianopoli e quella di Adrianopoli, le penetrazioni consecutive dei Franchi, degli Alamanni e dei Sassoni in Gallia, le penetrazioni consecutive dei Goti e degli Alani in Pannonia, dei Bastarni e degli Unni lungo il Danubio, dei Sassoni in Bretagna, dei Vandali e degli Svevi in Spagna, fu come se quei gladi scontrandosi non emettessero alcun suono, e come se il sangue delle loro vittime, versato sul selciato delle strade, sulle stoppie incendiate dei campi, sul marmo dei palazzi espugnati o devastati, rimanesse invisibile. Era più giovane di Simmaco e Ambrogio. Era più vecchia di Agostino e Girolamo. Tramite Decimus Avitius era legata a Vettius Agorius Prætextatus e Aconia Fabia Paulina, a Virius Nicomachus Flavianus, a Rusticiana, a Lycoris, a Lampadius, a Melania la Vecchia e agli Anicii. A dire il vero, l’intreccio di amicizie e parentele cui fu assoggettata Apronenia Avitia è reso ancor più complicato in quanto il suo secondo matrimonio ha ingarbugliato talvolta fino alla confusione i fili di una tela che già in origine era per molti versi inestricabile. Nel 350 i Franchi salii si stabilivano in Toxandria. Apronenia Avitia aveva avuto per nutrice una giovane originaria dei dintorni di Sezze; il suo nome era Latronia ed era nata al tempo dei Vicennalia di Costantino; morì crudelmente tre anni dopo – l’anno della morte di Magnenzio – violentata e straziata all’età di ventidue anni al termine di un banchetto da amici di D. Avitius, e senza dubbio dallo stesso D. Avitius. Nel 357, quando Memmius Vitrasius Orfitus per la seconda volta era prefetto di Roma e Sextus Claudius Petronius Probus proconsole d’Africa, Decimus Avitius diede in sposa Apronenia Avitia, la sua figlia maggiore, ad Appius Lanarius. Lo stesso anno, in Numidia, a Tagaste, un piccolo africano gracile, dalle membra debolucce, che sapeva a malapena camminare, e che rispondeva al nome di Augustinus, giocava nell’ombra dei vicoli straordinariamente bianchi, inondati da una luce densa, lanciando goffamente noci contro delle quaglie e un usignolo domestico. E’ il figlio di un decurione, Patricius. Sua madre ha press’a poco l’età di Apronenia Avitia; è cristiana; ha una leggera inclinazione al bere; si chiama Monica.

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Nel 360 – quando Sextus Aurelius Victor terminava i Cæsares – Apronenia Avitia aveva già partorito Flaviana e Vetustina. La giovane patrizia era legata da parte di padre alle più potenti famiglie del partito pagano. A Roma, nei due palazzi di proprietà di Appius Lanarius, riceveva Rusticiana col ragazzino di otto anni, Aconia Fabia Paulina, Melania la Vecchia e Anicia Proba. Insieme ad A. Lanarius era ricevuta in casa di Sex. Claudius Petronius Probus e in quei circoli pagani che godevano del favore imperiale. Nel 364 L. Aurelius Symmachus – il padre di Simmaco – era prefetto dell’Urbe. In un piccolo appartamento affacciato sul ponte Sublicio Apronenia Avitia s’incontra con un certo Q. Alcimius, che amerà per cinque anni (gli anni 365-370). Nel 369, a Treviri, Quintus Aurelius Symmachus consegnò al Principe l’oro delle oblazioni. Fu proprio allora che Apronenia Avitia ruppe con Q. Alcimius. Ha riportato quella scena, l’appuntamento fissato ai Rostri, in pieno giorno, i pochi insulti secchi, il dolore, Silig che non arrivava, la visione per due o tre ore della bestia Gorgone, infine i singhiozzi. La gloria delle sue amiche più strette cresceva, mentre lei restava nell’ombra, si seppelliva nell’ombra, aggiungendo pezzettini di paglia, di crine, di muschio, di foglie e di fiori ai nidi ricchi e oscuri – o agli immensi termitai – che edificava in cima ai colli dell’Urbe; nel 370 Memmius Vitrasius Orfitus dava in sposa sua figlia Rusticiana a Q. Aurelius Symmachus; nel 371 Sextus Claudius Petronius Probus era collega dell’imperatore. L’anno della proclamazione di Valentiniano II Apronenia Avitia aveva già dato alla luce sette figli che superarono il secondo anno e che le sopravvissero tutti. La prima lettera che sia stata conservata di Apronenia Avitia risale all’anno 379 – Flavius Afranius Syagrius era allora proconsole d’Africa e Decimus Magnus Ausonius console. E’ l’anno che precede l’editto di Teodosio. Due opere sono rimaste sotto il nome di Apronenia Avitia: le epistolæ e i buxi. Si definiscono buxi quelle particolari tavolette, in legno di bosso, sulle quali gli Antichi annotavano debiti e crediti, nascite, disastri e morti. Apronenia iniziò a tenere questa specie di agenda, di effemeride, di promemoria, di appunti giornalieri l’anno della morte di Teodosio (395 d.C.). Era anche l’anno in cui morì suo padre, D. Avitius, in seguito al suicidio di Virius Nicomachus Flavianus, e l’anno in cui si risposò con Sp. Possidius Barca. A quel tempo ha cinquantuno o cinquantadue anni. Le note si interrompono l’anno del matrimonio di Ataulfo con Galla Placidia (414 d.C.). Apronenia Avitia ha allora settantun anni. Si può pensare che la fine del diario coincida con la sua morte. La corrispondenza giuntaci sotto il nome di Apronenia Avitia ha inizio a partire dall’anno 379 ma non consente una maggiore precisione. Non rimane alcuna lettera posteriore all’assassinio di Stilicone (22 agosto 408), nessuna lettera, comunque, scritta dopo l’ordine di martellamento delle iscrizioni del Foro romano che lodavano la dedizione di Stilicone all’impero e che ne celebravano le vittorie (Quamvis litteras meas…, folio 481 r°). Esiste una sola edizione delle lettere e delle tavolette di bosso. Si trova nella riedizione parigina del 1604 della raccolta di Fr. Juret: Quinti Aurelii Symmachi v. c. / Cons. ordinarii, et præfecti Urbi / Epistolarum Lib. X. castigatissimi. / Cum auctuario. L. II. / Cum Miscellaneorum L. X. / Et Notis nunc primum editis / a Fr. Jur. D. / Parisiis, Ex Typographia Orriana. Anno Christiano 1604. Cum privilegio Regis. Quella riedizione venne ampliata con i manoscritti della collezione di Fr. Pithou ed è perciò molto più ricca di testi della bassa latinità che non la precedente, che risale al 1580 e che ebbe larghissima diffusione. J. Lect riprodusse soltanto il testo della prima edizione. Le Epistolæ di Apronenia Avitia sono ai ff. 342-481 della riedizione parigina del 1604. Nelle tre lettere datate 380 che ci sono pervenute non vi è un solo accenno allo stato dell’impero né al progredire del partito cristiano, all’editto di Teodosio, alla distruzione dell’altare della Vittoria. Apronenia Avitia assistette alla penetrazione estremamente rapida di quel partito religioso senza che la sua opera ne abbia nemmeno conservato la traccia del nome. Epoca prodigiosa, tuttavia, ove la sola risonanza dei nomi propri trascritti a poco a poco nelle leggende canoniche appare già terribile, fitta, coagulata, sorda, medievale, e come indissociabile dal tessuto stesso di una lingua che non è ancora: Didimo, Bonoso, Damaso, Siricio, Ottato, Sidonio, Martino, Ilario, Paolino, Macrobio – e ove anche uno sconosciuto si chiamava Ambrosiaster.

(Da: “Les tablettes de buis d’Apronenia Avitia”, Paris, Gallimard, 1984. Presentiamo qui la traduzione delle pp. 11-16, che aprono la prima parte dll’opera. Il presente testo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista “Testo a Fronte” di Marcos y Marcos, n. 17/1997, pp. 41-51. La traduzione è di Giuseppe Macor. Immagine: “La musa Polimnia”, pittura a encausto su ardesia, Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona.)











































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