QUATTRO RACCONTI / Giuliano Guatta. 2007

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La maestra prese uno straccio e lo impregnò d’alcool. Lui se ne accorse subito dall’odore che si era diffuso nella stanza. Il suo spirito di rivincita prese il sopravvento e si precipitò in strada agitando un sacchetto di plastica per farsi notare. Le ansiose si avvicinarono e lo sbranarono. Non rimase nulla di lui, solo qualche insetto si levò da terra dopo pochi istanti. Le madri e i padri non vollero sentire obiezioni e si schierarono dalla loro parte senza indugio. Finita la messa tutti rientrarono nelle loro case a sballottar ciambrolle.

A quel punto lo prese per mano e lo condusse su un pianerottolo. Da lì si poteva vedere l’intera vallata con le case e i vigneti d’autore. Sulla china riversa si stendeva l’estrema falange della palude: cristalli ovunque si lanciavano alla ricerca di guadi dove approdare minacciando l’intero ecosistema. L’uomo s’intristì, sentendo in fondo a se stesso la paura del fattore che lo sgomentava fino allo spasmo. Ruppe le catene e si avvicinò alla massaia torinese. Grande fu lo spavento: si buttarono entrambi all’indietro ruminando i pensieri più fantastici. Il gruppo si fermò, stendardi in mano, sciacquando le camice nell’acqua del torrente. Lividi ovunque, senza ritegno.

Vedere tutta quella gente attorno che piroettava gli dava una sensazione di allegrezza frammista a nausea. Le donne poi era impossibile controllarle. Sibilavano come proiettili impazziti attraverso l’aria. Sentiva la testa pesante. Le mani degli altri frugavano nelle tasche quando ad un certo punto sentì come un calore salirgli dai piedi e poi su, le gambe, la schiena, la testa, una fiammata e rapido come un fulmine sfondò la parete in cartongesso. Si voltò lentamente guardando col suo occhio intelligente la parete sfondata. Sistemò due o tre dita sotto il mento, pensieroso. Tristezza. Si tolse le dita dal mento spostandole di qua e di là disordinatamente. Stava li a ciondolare su se stesso, non guardando più il muro sfondato. Ad un certo punto disse basta e prese la via del bosco e nessuno lo vide più.

Si alzò al mattino di buon’ora incamminandosi lungo la strada. Incontrò un fagiano immobile. Freddo e silenzio regnavano tutt’intorno. Sentiva il suo respiro vivido e i suoi passi erano leggeri. Ad un certo punto udì un fremito, un battito d’ali. Il fagiano ormai alle sue spalle, aveva preso il volo, come se in quell’immobilità trattenuta avesse assolto ad un compito ed ora fosse finalmente libero di volare altrove. Pensò alla castità, a quanto avesse rinunciato a se stesso o se proprio questa rinuncia l’avesse scaraventato giù per un crinale e poi abbandonato lì. Rinunciò a pensare e proseguì il cammino. Arrivò in prossimità di un grande albero, un ulivo secolare, si sedette, appoggiò la schiena al tronco e s’addormentò.
Arrivò un cacciatore che vide l’uomo seduto ai piedi dell’albero. In quel momento un fagiano in volo andò a posarsi sopra un ramo. Si udì uno sparo nel silenzio del mattino.

 

(Immagine: Giuliano Guatta, Traslazione, 2007, olio su tavola, cm 105 x 90, courtesy Citric Gallery, Brescia.)











































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