La produzione di un’opera d’arte è in molti casi la creazione di uno spazio nel quale le regole sociali che ci governano vengono cambiate, stravolte, adattate a quelle che determinano la produzione dell’opera stessa. Anche quando siamo in presenza di un’opera che sembra semplicemente riprodurre la realtà, quello che ci colpisce è la sua capacità di modificare le regole a cui tutti siamo assoggettati. Adattarsi a queste nuove regole, provare a seguirle, significa entrare in una logica e in uno spazio che sono quelli dell’artista.
Anche l’opera di Gianni Motti “Viale Harald Szeemann” segue questo assunto di fondo. La volontà dell’artista di collocare una targa nei Giardini della Biennale c’impone di seguire regole diverse da quelle che assecondiamo con la normale toponomastica per orientarci nello spazio.
Questa è anzitutto l’opera creata da un artista che ha voluto trasformare lo spazio fisico della biennale in uno spazio diverso, quello cui Szeemann aveva lavorato con le sue mostre, la costruzione di un spazio utopico. Lo spazio che l’artista ha definito in senso topografico con la sua targa è dunque l’immagine di un altro percorso rispetto allo spazio reale della Biennale.
Szeemann lavorava alla creazione di uno spazio dell’opera. “Viale Harald Szeemann” è lo spazio di un’opera che dobbiamo ancora vedere, è la dichiarazione dello spazio utopico che egli ha cercato per tutta la vita, che lui sapeva creare per gli artisti con le sue mostre.
E forse non è un caso che sia toccato proprio a un artista rendergli omaggio nel modo più efficace.
Il nome di Szeemann serve qui a riportare al centro dell’attenzione un modo di concepire l’opera, di vederla come un campo di energia in grado di richiamare le idee degli artisti, a fronte di questa Biennale così carente di nuove idee. Ed è un modo per contrastare l’assenza di memoria che spesso caratterizza le grandi rassegne.
Resta ancora da vedere se qualcuno avrà ora il coraggio di togliere la targa cementata da Gianni Motti sul muro del padiglione svizzero quando la mostra sarà terminata, privandoci così di uno dei motori del dibattito artistico degli ultimi decenni.

Maurizio Bortolotti

 

[pubblicato in Domus, luglio-agosto 2005 – n° 883]











































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