livello spinale

Apocalisse. La mostra di quest’anno, alla quale i pazienti non erano stati invitati, aveva un segno inquietante: tutti i quadri insistevano sul tema della catastrofe planetaria, come se questi pazienti, così a lungo segregati, avessero avvertito nelle menti dei dottori e delle infermiere una specie di sconvolgimento sismico. Catherine Austin passeggiava nella palestra che ospitava la mostra, e queste immagini bizzarre, che fondevano Eniwetok e il luna park, Freud e Elizabeth Taylor, le ricordavano le lastre dei livelli spinali messi a nudo che stavano nell’ufficio di Travis. Pendevano dalle pareti imbiancate come i codici di sogni incomprensibili, chiavi di un incubo nel quale ella aveva cominciato a giocare un ruolo più attivo e determinato. Si abbottonò il camice con aria severa mentre il dottor Nathan le si avvicinava, tenendo sotto il naso una delle sue sigarette col filtro dorato. “Ah, dottoressa Austin… Che cosa ne pensa? Vedo che è cominciata la Guerra dell’Inferno”.

Note per un collasso mentale. Dall’aula che si trovava sotto l’ufficio di Travis salivano i rumori della proiezione del film sulle psicosi indotte. Dando le spalle alla finestra dietro la scrivania, Travis mise in ordine la raccolta definitiva dei documenti a cui aveva dedicato tanti sforzi nei mesi precedenti: 1) spettroeliogramma del Sole; 2) prospetto della faccita delle zone a terrazze dell’hotel Hilton di Londra; 3) sezione trasvedrsale di un trilobita precambriano; 4) “cronogrammi” di É. J. Marey; 5) fotografia della battigia della depressione di Qattara, in Egitto, scattata a mezzogiorno del 7 agosto 1945; 6) riproduzione del quadro Giardino trappola per aerei di Max Ernst; 7) sequenze della fusione di “Little Boy” e di “Fat Boy”, le due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Quando ebbe finito, si voltò verso la finestra. Come al solito, nonostante l’affollamento, la Pontiac bianca era riuscita a trovare un posto nel parcheggio proprio sotto il suo ufficio. I due occupanti lo guardavano attraverso il vetro colorato del parabrezza.

Paesaggi interni. Cercando di controllare il tremito della mano destra, Travis studiava l’uomo con le spalle strette che gli sedeva di fronte. La luce del corridoio deserto entrava dal sopraporta nella stanza in penombra. Sotto la visiera del berretto da aviatore il viso dell’uomo rimaneva un po’ in ombra, ma Travis riconobbe il viso pesto del pilota di bombardiere le cui fotografie, strappate dalle pagine di “Newsweek” e “Paris-Match”, stavano disseminate nella stanza dello squallido albergo di Earls Court. I suoi occhi fissavano Travis, ma sembrava che l’uomo dovesse fare uno sforzo continuo per tenerlo a fuoco. Per qualche strana ragione i piani del suo viso non riuscivano a intersecarsi, come se la loro forma complessiva facesse parte di una qualche dimensione ancora inaccessibile, o richiedesse qualche elemento diverso oltre a quelli forniti dalla struttura e dalla muscolatura del viso. Perché era venuto in quell’ospedale, e fra i trenta medici che lavoravano lì aveva scelto proprio Travis? Da parte sua, Travis aveva cercato di parlargli, ma l’uomo non gli dava risposta, limitandosi a stare in piedi vicino al laboratorio, alto e allampanato come un vecchio manichino. Il suo viso, immaturo eppure vecchio, appariva rigido come una maschera di gesso. Per mesi e mesi Travis aveva visto al sua figura solitaria, con le spalle ingobbite nel giubbotto da aviatore: appariva nei telegiornali, nei film di guerra come comparsa, poi anche in un elegante documentario di oftalmologia sul nistagmo, dove faceva il paziente. Guardando i giganteschi modelli geometrici, sezioni di paesaggi astratti, Travis si era reso conto con inquietudine che il loro incontro, rimandato troppo a lungo, si sarebbe presto realizzato.

Il poligono di tiro. Travis fermò la macchina alla fine del sentiero. Il sole illuminava i resti della cinta perimetrale esterna: al di là di questa poteva vedere una baracca arrugginita e i tetti di ferro dei bunker. Attraversò il fossato e si mosse verso il recinto: in meno di cinque minuti aveva trovato un’apertura. Una pista in disuso si faceva strada nell’erba. Il complesso delle torri e dei bunker era lontano tre o quattrocento metri: a quella distanza i disegni mimetici, in parte dissimulati dalla luce del sole, rivelavano contorni quasi familiari: la forma di un volto, una posizione, un intervallo neurale. In quel luogo sarebbe potuto accadere un evento irripetibile. Senza pensare, Travis mormorò: “Elizabeth Taylor”. Al di sopra degli alberi ci fu un suono, squillante e improvviso.

[La mostra delle atrocità / J. G. Ballard ; traduzione di Antonio Caronia. Feltrinelli, 2001]











































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