Per avviare un discorso critico, sia pure molto in limine, intorno all’opera poetica di Paul Vangelisti credo sia utile considerare secondo quali modalità stilistiche egli operi all’interno di una discorsività di stampo consequenziale. Con l’avvertenza che tale consequenzialità è, di norma, più formale che referenziale. Il ragionamento, in altre parole, è sì congruo, ma per motivi che nulla o poco (o solo di striscio) hanno a che fare con il concatenarsi degli avvenimenti da cui il testo trae spunto, Avvenimenti e premesse non sono dunque assunti da dimostrare, ma attuazioni, incarnazioni, della tensione che si instaura tra ciò che in quegli avvenimenti (e premesse) è nascosto e che il poeta è miracolosamente riuscito a raggiungere.

La prima modalità è quella, americanisssima, della ruvidità. Sono nudi, in Vangelisti, tanto la riflessione diegetica, quanto l’episteme che la sottende. Egli, per strano che possa sembrare, appartiene alla categoria degli scrittori hardboiled, insieme a Dashiell Hammett (The Maltese Falcon, Red Harvest, per intenderci) da cui Vangelisti raccoglie efficacia elocutiva e sostegno ritmico, e, soprattutto, Raymond Chandler (The Big Sleep, The Long Good-bye etc.) cui Vangelisti si è rivolto, in più di un’occasione, con spirito volutamente parodico. Nulla ha invece a che fare con i rodomonti della narrativa noire, tipo Mickey Spillane il cui personaggio più conosciuto, Mike Hammer, è cinico, violento, sbrigativo, e sembra sempre più interessato a pestare che a risolvere casi.

Credo che Vangelisti sia l’unico poeta hard-boiled d’America e dunque, forse, del mondo. Non solo appartiene alla cultura (e alla geografia: San Francisco e Los Angeles) da cui provengono gli scrittori che ama e che legge con religiosa assiduità (sospetto in lui la presenza di una sindrome da Pierre Menard), ma tratta l’obbligo del concludere un suo testo con la stessa desolante tristezza con cui quelli scoprono il vero assassino: la formula, impeccabile, creata dallo stesso Vangelisti è l’Embarrassment of Survival con cui ha voluto intitolare una sua antologia di testi poetici: sentirsi imbarazzati di essere sopravvissuti (come poeti o come investigatori) all’avventura di un nuovo testo (di una nuova indagine).

Il caso risolto produce un tirare a campare che si rinnova nella consapevole eleganza della propria inutilità. Le regole vengono rispettate perché la loro applicazione è deludente: ogni testo e ogni indagine, quando volgono al tramonto, instaurano un clima di disperazione… a un passo dalle lagrime: seme e frutto della sua stessa eleganza. Per Sam Spade, Philip Marlowe e Paul Vangelisti, ri-solvere significa sciogliere due volte, tradurre l’infelicità dell’arresto e della conclusione in occasione che è, in un solo segno, caduta e opportunità o, meglio, opportunità irriducibile del cadere e sua modulazione, dimostrazione di quanto sia falso (e inopportuno) ciò che viene regolarmente vissuto come necessario.

La seconda modalità è riassumibile sotto l’egida di quello che definirei come “preposterous”. Le traduzioni italiane di questo termine inglese di squisita matrice latina, potrebbero fuorviarci. Anche i dizionari più accreditati riportano: assurdo, ridicolo, irragionevole, insensato, grottesco etc. Nell’uso corrente della lingua materna (di Vangelisti) “preposterous” viene a dire tutte queste cose e qualcos’altro ancora, e cioè l’essere fuori luogo, come del resto indica la sua origine praeposterus ovvero, letteralmente, invertito per quel che riguarda l’ordine: un dopo (posterus) che viene prima (prae).

Ecco questo essere, o apparire, fuori luogo (con quel che di condanna moralistica il poeta si tira dietro) è la sfida lanciata da Vangelisti al suo lettore. I modelli semiologici dell’orazione forense, la sequela cinematografica, la lezione universitaria etc. sono riconoscibili, ma, appunto, fuori luogo, fuori registro. Inoltre Vangelisti evita con cura la tentazione di affermare. La sua apoditticità è piuttosto una forma di scivolata laterale. Ci sono almeno due buone ragioni per questa riluttanza: l’affidarsi a una forma collaudata di esposizione per motivi che non prevedono la manipolazione del ricettore e l’accoglimento, da parte sua, della proposta inviata, consente un’esplorazione inedita del territorio sul quale la proposta stessa si articola: è vero che uno magari non vede la foresta perché ci sono gli alberi di mezzo, ma almeno non gli sfuggono gli alberi:

 

Niente che sia fuori posto con tutto

che ci mostriamo curiosi di una foto presa

dall’alto verso il basso quasi alla fine di una

strada senza uscita appena più a nord di

Chinatown. Non fa niente ormai è quasi sera

e questa voglia, per dirla in breve, non si fida

di pudori che mandano in galera al ritmo

di un’altra primavera di un’altra prova di sincerità

 

Aggiungo, a conclusione di questo brevissimo suggerimento di lettura, che la precarietà del dire senza affermare, e, anzi, usando spesso stilemi pesantemente affermativi, è uno dei modi per liberare il senso della scrittura poetica dalla paura dell’incertezza e per distogliere l’orecchio del lettore dal nevrotico e catastrofico borbottio di quei produttori di versi che supponendosi autorizzati a raccontarsi neppure si accorgono che, da secoli, nessuno, ma proprio nessuno, li ascolta.

 

Luigi Ballerini

 

*

 


Nato a San Francisco nel 1945, Paul Vangelisti si è trasferito, nel 1968, a Los Angeles, dove risiede. La sua opera poetica include Villa (1991), Nemo (1995) Alphabets (1986-1995), Embarrassment of Survival (1970-2000), Days Shadows Pass (2007). Dal 1971 al 1982 è stato co-direttore di Invisible City, una rivista di ricerca letteraria che ha dato spazio, tra l’altro, a numerose voci italiane. Dal 1993 al 2002 ha diretto Ribot, pubblicazione annuale del College of Neglected Science (CONS). Ha curato diverse antologie (tra cui LA Exile: A Guide to Los Angeles Writing, 1999, e Italian Poetry from Neo to Post Avantgarde (1982). Ha tradotto posie di Amelia Rosselli, Adriano Spatola, Antonio Porta, Vittorio Sereni, Mohammed Dib, Corrado Costa, Mohammed Dib, Rocco Scotellaro, Tiziano Rossi, Giulia Niccolai ed Elio Pagliarani.

[ testo parzialmente comparso in Almanacco dello Specchio, Mondadori 2007 ]

 











































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