da LIMBO MOBILE / Ugo Coppari. 2009. II

Coriandoli ed entusiasmo
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Era giunto il week-end, durante il quale le persone hanno molte aspettative. Vorrebbero che il cielo fosse pieno di coriandoli. E invece i coriandoli finiscono a terra perché l’euforia è greve e quindi sottostà alla forza di gravità, come l’entusiasmo. Andrebbe dosato col contagocce, altrimenti si rischia l’indigestione. Credo che i coriandoli andrebbero soltanto annusati, come l’entusiasmo.

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Dio la fame e il movimento
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A volte viene voglia di morire, di trattenere il fiato fino a perderlo per sempre. Ad esempio stai fissando un albero in aperta campagna oppure stai facendo zapping in tv e senti che il cervello si surriscalda. Poi pensi a quanti canali televisivi potresti vedere con la parabola e a quanti alberi ci sono nel mondo. A quel punto cominci a perderti nell’infinità di cose che ti circondano. A volte stare fermi sembra significare morte, perché non agendo fisicamente, non mettendoti in moto, credi di non esistere. Poi, quando meno te lo aspetti, la voglia di morire viene meno, perché in realtà è piacevole stare fermi quando non si ha nulla da dire. Morire è uno sforzo troppo grande per vivere meglio.
Ero fermo in un kebabbaro, quando ho avvertito l’esigenza di abbandonarmi urgentemente alla volontà di Dio. Lungo la strada due scatole bianche: in un lato della strada c’era un locale pieno di musica ritmata, ragazzi euforici e altre cose indistinguibili: molti colori, chiasso e fraintendimenti. Nel lato opposto si affacciava l’altra scatola: il locale in cui mi trovavo io e altri cinque poi sei poi nove poi quattro persone e così via. Alcune di sesso maschile, altre femminile: ché è uguale. La pianta del kebabbaro era divisa in due sezioni. Nella prima, quella vicina all’ingresso, c’era una dozzina di piedi, un distributore di lattine colorate, una pianta con le foglie verdi e un bancone sopra il quale erano raccolte ed esposte le salse per il condimento del kebab. Di là dal bancone, nell’altra sezione, c’erano invece poche cose. Un centinaio di mattonelle brizzolate a terra e due piedi che ci si muovevano sopra. In fondo a questo scenario si ergeva maestoso un tabernacolo pieno di spezie: un ammasso di carne di agnello triturata e raccolta a mo’ di cono che gira sul proprio asse, riscaldato, come la terra roteante intorno al sole immobile, da una griglia di ferro infuocata. I miei occhi fermi sul fuoco, la musica araba che usciva spezzata dalle casse di un piccolo stereo, gli occhi dell’inserviente trasparenti e il mio stomaco vuoto. Dentro pensavo a tutti i giorni già passati e a che quelli venturi, che sono una cosa sola. E poi a un tratto non pensavo più a niente: avrei voluto soltanto liquefarmi, girare su me stesso e sudare, perché non c’è motivo di fare altro. Ho provato giallo, a voce muta ho detto sì. Dio allora era lo scarto tra me e il mondo, e il desiderio di colmare quel divario mi spingeva a lui.
Poi ho ordinato un kebab, l’ho contraccambiato con moneta e l’ho divorato, colmando quel divario con carne, salsa piccante e pane arabo. Il mio stomaco era di nuovo saturo. Credo che Dio sia una questione di fame, se impari a conviverci ti sazia. Ma poi ho dimenticato tutto, in realtà non ricordo bene come siano andate le cose. Forse volevo soltanto starmene fermo.

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Fabrizio e le foglie secche
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Finalmente era Giovedì e con Fabrizio abbiamo deciso di andare al parco dietro la stazione degli autobus a guardare le foglie cadere. Volevo prenderne un po’ per portarle in dono a mia nonna, per farle credere che ancora esistono il tempo e le stagioni. E che il mutare della natura possa ancora raccontarci e contestualizzarci.
Fabrizio era piuttosto irrequieto al parco. C’ha due anni più di me, i capelli lunghi che cadono sopra le spalle e una gran voglia di anticipare il mondo. E crede che cambiando la disposizione degli oggetti nello spazio possa cambiare il mondo stesso. Al bar del parco c’erano due signore anziane che stavano giocando a ping pong. Le avevo notate all’uscita dalla chiesa di San Michele. Ancora tutte sorridenti si erano chinate per bere l’acqua corrente che sgorgava dalla fontanella lungo il selciato. Per poi dirigersi al tavolo da ping pong. Mentre me ne stavo fermo a guardare la pallina bianca rimbalzare da una parte all’altra del rettangolo di gioco, Fabrizio si affrettava a raccogliere mucchi di foglie inanimate. Poi le infilava frettolosamente dentro sacchi di plastica neri. Un sacco era già pieno, il pomeriggio inoltrato: dovevamo entrare nell’ospizio entro l’ora di cena. Arrivati all’ingresso, spegniamo le sigarette a terra e poi entriamo.
Mia nonna alloggiava al terzo piano, insieme con altre signore molto più anziane di lei. Alcune avevano la bocca a mo’ di aspirapolvere: quando chiedevano un bicchiere d’acqua o qualsiasi altra cosa, venivano come risucchiate da quei buchi neri che inghiottiscono il mondo nominandolo. Altre erano ridotte a mazzi d’ossa, quasi tutte indossavano pigiami color morte: e invece a mia nonna ne avevo regalato uno rosso e poi pure uno giallo: entrambi coi rombi bianchi. Li aveva scelti Giovanna, che studia matematica a distanza.
Non appena entro nella stanza intono una canzone molto cupa e lamentosa che avevo composto al parco insieme a Fabrizio.

Le persone anziane
c’hanno pochi capelli
ma molti ricordi sfumati ripetuti
si fanno i castelli
poi ti ci fanno entrare
gli voglio molto bene
le persone anziane
non esistono, sai?

Mentre canto “Le persone anziane” Fabrizio si inerpica su per gli alti armadi e svuota i sacchi pieni di foglie sopra il corpo debole di mia nonna. Ma poi ho perso inspiegabilmente la voglia di cantare, così ho abbracciato mia nonna e mi sono seduto al suo fianco. Ci guardiamo negli occhi e ogni tanto osserviamo Fabrizio industriarsi per andare verso l’alto. Poi entro in bagno e aperto il rubinetto dell’acqua torno nella stanza con gli altri. Quindi c’era mia nonna distesa sul letto, rossa. Io seduto al suo fianco, nero. Fabrizio sopra un armadio, verde. E alle nostre spalle una vecchietta che stava per inghiottirsi, in agonia sul proprio letto di morte: senza colore, e il resto della stanza lavanda.
Dal bagno il suono dell’acqua scorreva in continuazione, da un’altra stanza una voce ripeteva incessantemente no. Fabrizio gettava le foglie dall’alto, ne aveva tante altre chiuse dentro altri sacchi. Nel frattempo mia nonna aveva chiuso gli occhi, sepolta sotto un letto di foglie morte. L’acqua attraverso le tubature fino alle fogne, senza tregua.
A un certo punto mia nonna non c’era più, al suo posto soltanto un ammasso di foglie secche sopra letti bianchi, come i capelli che fuoriuscivano da quel fogliame. Poi Fabrizio si accende una sigaretta, nonostante fosse vietato. E subito un braccio magro ed esanime esce da quel cumulo di materia organica: due dita sono alzate a mo’ di “V”, indicando un insostenibile bisogno di tabacco. A mia nonna piace fumare, ché quando fuma ha il tempo di riflettere. Ora c’erano soltanto le luci dei neon accese nel corridoio e un pixel rosso acceso tra le foglie. Mia nonna continuava a fumare sottoterra mentre ce ne stavamo andando via. Ciao nonna, le dico. Per fortuna c’era quella boa di capelli bianchi a segnalarne la presenza in superficie, così gli infermieri l’avrebbero potuta ritrovare senza troppe difficoltà. Mia nonna veste sempre elegante, anche sotto le foglie.
Pure il passato è una puttana, perché ognuno lo usa e considera come vuole: dentro la memoria, dove nessuno ti può vedere, dove può unicamente e implacabilmente esistere.

[Limbo mobile / Ugo Coppari. Morlacchi, 2009]











































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