(…)

“Un giorno ho pensato che tutto ciò che scrivo appartiene allo stesso testo poetico e che potrei continuare sempre, perché non vedo come potrei scrivere diversamente”[1], afferma Viton in un’intervista. L’obiettivo rimane, infatti, identico, ed è ciò che rende la sua attività poetica “la risposta letteraria più rapida rispetto agli avvenimenti” secondo una formula che lui stesso prende in prestito dal poeta palestinese Fadwa Touqan. “E questa risposta, perseguendo il suo slancio iniziale, dice delle cose che riguardano lo spostamento, la città, un’inchiesta, la comunicazione telefonica o epistolare, i paesi stranieri, la costruzione di una casa, la foresta e ciò che essa contiene, il vento e ciò che esso agita, il calendario di quanto è accaduto d’importante nel 1989, la metamorfosi di un piatto in un tavolo di veggente, i flipper giapponesi…”[2]. In queste parole possiamo individuare i principali aspetti dell’atteggiamento che, da Terminal in poi, ha caratterizzato la produzione di Viton. Innanzitutto, la scrittura – come già abbiamo sottolineato in precedenza – è concepita come una risposta ad un evento che la precede, che s’impone per la sua forza, per il suo carattere perentorio. Viton è dunque, già da sempre, calato, immerso, esposto alla realtà, alle sue scosse, siano esse minime o violente. In ciò è leggibile la fondamentale lezione di Ponge, ben sintetizzata in queste due massime: “Esiste nell’uomo una facoltà (…) di cogliere che le cose esistono propriamente in quanto sono – e resteranno sempre – incompiutamente riducibili alla sua mente. (…) La poesia è l’arte di lavorare le parole in modo da permettere alla mente di mordere nelle cose e nutrirsene”[3]. L’esteriorità del mondo, in quanto deposito caotico di fatti e cose mai del tutto assimilabili dall’intelligenza, sollecita in Viton un testo poetico ininterrotto, perché costantemente aperto a successivi sviluppi, a nuove variazioni, senza che un disegno definitivo venga a compiere l’enunciato. Ogni capitolo o sezione di un singolo libro, ed ogni libro, nella sua integrità, costituiscono delle prese parziali sulle cose, che esigono di essere rinnovate e modificate di continuo. Questo implica una sorta di mobilità perpetua del punto di vista, che è una della maggiori e più affascinanti caratteristiche della poesia di Viton. Se Ponge ricerca una concentrazione frontale sulle cose del mondo, Viton predilige un moto oscillatorio, di va e vieni, per certi versi centrifugo o tangenziale rispetto al proprio oggetto. Ciò determina anche la fluidità delle forme, in costante mutamento con il mutare dei materiali eterogenei che di volta in volta esse organizzano. Per questo motivo nessun nuovo libro di Viton assomiglia al precedente, malgrado sia perfettamente riconoscibile un atteggiamento di fondo, un certo tono e ritmo, e sopratutto il gesto inaugurale di esporsi senza riserve al mondo. 

Tutto ciò non deve far pensare a un compiaciuto e programmatico sperimentalismo. Viton può, infatti, essere avvicinato a quelli dei nostri poeti italiani, in cui l’esigenza sperimentale è direttamente commisurata con la necessità di una figurazione più articolata e mossa della realtà circostante. Possiamo fare i nomi di Pagliarani e Majorino. Dobbiamo tenere presente, però, l’indifferenza di Viton nei confronti della possibilità di costruire una storia, intesa come biografia individuale o collettiva, in cui il senso viene cumulato e custodito. Nulla, quindi, che assomigli a quelle narrazioni frantumate, per scorci ed ellissi, che ritroviamo in libri quali La ragazza Carla o La Ballata di Rudi di Pagliarani. Anche il più mobile, centrifugo e metamorfico poema di Majorino, Viaggio nella presenza del tempo, conserva la fiducia in uno sguardo panoramico, capace di decifrare un’epoca e una società. Anche in Viton vi è la moltiplicazione dei piani, l’ampliamento metonimico delle relazioni, secondo un movimento di tipo narrativo, ma manca del tutto la pretesa di costituire un intreccio saldo e intellegibile, con una progressione ordinata e un giudizio complessivo. Scrive Viton in una sezione di L’année du serpent (L’anno del serpente, 1992):

la pelle della mia vita come quella di ognuno
è scandita da piccoli episodi epici
senza reale relazione tra loro
che sorgono poi cadono a terra
come cavalieri di piombo senza stabilità
è costruita con cose non riparabili
[4]
 

Altrove, l’autore è ancor più esplicito: “Tento anche di costruire un testo poetico agghindato con gli artifici del racconto lineare ma che, in alcun modo, costituisca una storia, il cui soggetto potrebbe essere raccontato”[5]. Su questo vale la pena soffermarsi. Se esiste una propensione a “narrare” in Viton, essa assume una prospettiva molecolare, ossia non si consolida nelle figure di una storia compiuta, sullo sfondo di eventi sociali e politici riconoscibili. Eventi sociali e politici abitano anche i testi di Viton, ma essi non sono evocati per fare da sfondo e dare senso a una biografia individuale, come quella, mettiamo, della Carla Dondi di Pagliarani. Conta poi poco che in Pagliarani come in Majorino, le figure individuali (Carla, Rudi, i personaggi di Viaggio nella presenza del tempo) siano portavoce di un soggetto collettivo, di un’epoca e di una comunità storicamente determinati. Il lavoro di figurazione, in Viton, si pone ad un altro livello; esso esplora in prevalenza quello che Paul Virilio e poi Georges Perec hanno chiamato l’infraordinario.

Scriveva Perec sulla rivista “Cause commune” nel 1973, riflettendo sull’informazione giornalistica: “Ciò che accade veramente, ciò che noi viviamo, il resto, tutto il resto, dov’è? Ciò che accade ogni giorno e che ritorna ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, come renderne conto, come interrogarlo, come descriverlo?[6]”. La poesia di Viton, dunque, fornisce una risposta esauriente agli interrogativi di Perec, trovando modi sempre diversi per rendere conto di ciò che è più familiare e quotidiano. Si tratta di un universo che è ben lontano da quello di qualsivoglia poesia “civile”, tesa a cogliere e decifrare le articolazioni ampie del vivere comune. Nonostante ciò, il quotidiano o l’infraordinario non sono territori che debbono essere considerati “fuori dalla storia”. Proprio una certa scuola francese, storica e sociologica, ha mostrato quanto questi territori, al contrario, facciano da sfondo costante al divenire storico così come noi lo percepiamo. È quanto asserisce lo storico Fernand Braudel nel capitolo iniziale di La dinamica del capitalismo: “Sono partito dal quotidiano, da ciò che, nella vita, ci trascina senza che ne siamo coscienti: l’abitudine, o meglio la routine, cioè i mille gesti che sorgono spontaneamente, si esauriscono da soli, senza che intervenga una deliberata decisione, e che si svolgono fuori della sfera della piena coscienza. Vedo l’umanità sepolta, oltre a metà, nelle strutture del quotidiano”[7].

 

Lo straordinario talento poetico di Viton consiste non solo nel ricondurre nella piena luce della coscienza questi “mille gesti”, ma anche nel coglierne la loro portata “epica”, solenne, sorprendente, proprio in quanto strutture, basamenti, delle forme di vita umane. Prendiamo qualche esempio dall’ultimo libro, Je voulais m’en aller mais je n’ai pas bougé (Volevo andarmene ma non mi sono mosso, 2008). Nell’incipit della sezione VII si legge: “andatura regolare     camminare per strada     non è semplice”, e più avanti: “non semplice l’incrociarsi / un volto che s’incrocia innesca cinque o sei istantanee / il volto abbandona il proprio supporto     si strappa dai dintorni / entra nella riserva     s’incolla alla camminata”[8]; incipit analoghi si trovano nella sezione VI (“un biscotto cade da un terrazzo     rimane a terra tre giorni”[9] e VIII (“disteso     guardare il cielo     si dice piuttosto osservare il cielo / non significa esplorare il cosmo     è una piccola sosta”[10]). Viton affronta come nuovi, “complessi”, enigmatici, gesti del tutto banali, gesti atavici e “attualissimi”: camminare, bere, mangiare, osservare il cielo, fare l’amore, distrarsi, udire una risata, contemplare un sarcofago antico, ecc. Questi gesti sono gli eventi della biografia di qualsiasi persona, non situabili nell’unico orizzonte della contemporaneità. E sopratutto non sono gli eventi portatori di senso, quelli sui cui si concentra lo sguardo dei commentatori dell’attualità o di coloro che scavano nel presente alla ricerca di significati profondi, rivelatori del carattere di una generazione, di un’epoca, di una società. Viton lavora a partire dai resti, da ciò che, pur essendo molto concreto, il discorso e la memoria collettiva trascurano (“Sono nutrito di qualsiasi cosa, ma preferibilmente di resti[11]). I resti sono le infinite tracce della vita anonima, quel flusso costante a margine della coscienza, che trascina con sé scorie mentali, gesti ottusi, percezioni incongrue, fantasie ossessive, frasi insensate. Anche in questa poetica dei resti è riscontrabile una sintonia con la scrittura di Perec. Si pensi ad un libro come Tentativo di esaurire un luogo parigino, nel cui paragrafo introduttivo Perec scrive: “Il mio scopo nelle pagine seguenti è stato piuttosto quello di descrivere il resto: ciò che generalmente non si nota, ciò che non attira l’attenzione, ciò che non ha importanza: ciò che accade quando non accade nulla, se non del tempo, delle persone, delle automobili e delle nuvole”[12].

 

(…) 


Note.

[1]    Jean-Jacques Viton, intervista per la sezione Crhoniques, in “Action Poétique”, ottobre, 2003.

[2]    Ivi.

[3]    Francis Ponge, Comment une figue de paroles et pourquoi, Flammarion, Paris 1977, pp. 101-102.

[4]    Jean-Jacques Viton, L’année du Serpant, P.O.L., Paris 1992, p. 53.

[5]    Pièces détachées. Une anthologie de la poésie française, a cura di Jean-Michel Espitallier, op. cit., p. 226.

[6]    Ora in Georges Perec, l’infra-ordinaire, Seuil, Paris, 1989, p. 11.

[7]    Fernand Braudel, La dinamica del capitalismo, trad. it., il Mulino, Bologna 1981 e 1988, p. 27.

[8]    Jean-Jacques Viton, Je voulais m’en aller mais je n’est pas bougé, P.O.L., Paris 2008, p. 27.

[9]    Ivi, p. 23.

[10]  Ivi, p. 31.

[11]  Questionario sulla poesia in “Le discours psychanalytique”, n°13 (settembre 1993), p. 193.

[12]  Georges Perec, Tentative d’épuisement d’un lieu parisien, Christian Bourgois, Paris, 1975, p. 12.

[Dal saggio introduttivo “L’esplorazione dei resti”, in: Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesia 1984-2008, introduzione e traduzione di Andrea Inglese, postfazione di Nanni Balestrini, Metauro, 2008.]











































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