Ricordo le notti passate al freddo, sotto un portico a parlare ininterrottamente leggendo cinque giornali al giorno, sforzandoci di capire dove sarebbe andato il Partito Democratico. “La democrazia è la forma di governo più facilmente corruttibile”, diceva lei e io non volevo crederci perché la storia non mi aveva lasciato alternative convincenti e dicevo che è la più pura perché permette il suo inquinamento e che siamo noi a non essere democratici. E lei “Vedrai che il PD ci renderà tutti più democratici” e lo diceva con un’ironia che mi faceva male. Oggi neanche le puttane riescono a incastrare il re e risento parole come fascista o trozkista pronunciate dalla gente comune. Walter non ci ha reso più democratici ma solo più adiafori e poi, più in la nel tempo, Sinistra e libertà ci ha reso più indifferenti, Rifondazione più diffidenti, Di Pietro più legisti, Pannella più magri.

Il risultato di tutto ciò è che Demì ricomincerà a leggere un giornale quando uscirà il primo numero del Fatto, per prova o, come intimamente spero, per testardaggine. Io ne leggo ancora due al giorno e sono così intelligente che ne leggerò tre, senza rinunciare al Manifesto spendendo una cifra folle in inserti e settimanali. Potrei andare a trovare Alessandro o magari no, resterò qui a leggere tutti i libri che lei mi ha lasciato, tutte quelle poetesse che non avevo sentito nominare prima che lei mi dicesse “Come il gatto ho nove vite da morire”, con la testa piegata di quella graduazione tanto familiare.

Gli attribuii immediatamente valori simbolici, progettavo un voodoo semantico stilando fogli con tutte le parole delle nostre conversazioni di cui disconoscevo il significato. Decidemmo subito, senza dircelo, che di arte avremmo comunicato in francese, con il suo accento di Parigi chiuso e sofisticato e che (decisone, questa, senziente) avremmo ricercato sul dizionario italiano, durante altre discussioni, le cinque parole seguenti a quella che non conoscevamo. Ci mettemmo d’accordo che il riferimento sarebbe stato il Devoto-Oli, edizione 2008, e così scoprimmo che non conteneva la parola flegma, che ce la correggeva anche word e che Michele Mari utilizza parole esornate e ascose, introvabili per chi non possiede, come noi, internet.

Non sapemmo come comportarci dinanzi a questo fatto, se scegliere una parola a caso e segnare le cinque successive, o riferirci alla sostituzione più prossima e d’appresso a flemma leggere flemmatico, flemmatizzare, flemmone, flemmonoso, fleo, e rammaricarci per l’insettino fleobio (ricordo che dopo quella discussione uscimmo al gelo per raccogliere un po’ di corteccia) e tirare un sospiro di sollievo per la dipartita del flecnodo. Oppure se in questo caso fosse più giusto, corretto dinanzi alle regole ferree che ci eravamo imposti onde evitare plagi argentini, parlare di sangue, bile e atrabile e stupirci che si giuri ancora sopra Ippocrate, un medico che, come Michelangelo, credeva in una combinazione di colori, “La mélancolie est noire de bile”, “Tu crois en cet homme plus qu’en Dieu”, “Je me trompe?”, “Tu ne devrais croire en aucun des deux”, “Pourquoi?”, “Parce que la renaissance est un interlude”.

Nel dubbio uscimmo a raccogliere un po’ di corteccia da conservare sotto il letto, tra la sesta e la settima tavola del futon Ikea che condividevamo ormai da un anno, da quando lei laureata in storia dell’arte e si trasferì da me a Roma. Sopravvisse un altro anno, non so se a me o a Roma o a se stessa. E sopravviveva vivacchiando in giro per la città, consumando caffè e piogge, leggendo tutto quello che le capitava tra le mani, disgustandosi delle scriteriate mostre del Vittoriano e dell’inutile autocompiacimento di una città che sembrava pavoneggiarsi inseguendo le altre grandi capitali europee.

Le immaginavano tutte insieme a una cena di gala mangiarsi spazio l’un l’altra, vedevamo l’austera Berlino vantarsi della sua resurrezione, chiacchierare con Varsavia di quanto dovesse mutare quell’atteggiamento cattolico di chiusura nei confronti della libertà sessuale, la vedevamo scusarsi anche se non troppo e osservavamo il lusingato imbarazzo della capitale polacca per quell’invito inaspettato, proprio lei che parlava inglese con quell’accento pesante, netto, duro. E Parigi che l’inglese non lo hai mai imparato e si trovava a disagio dinanzi alla concretezza Londinese (salvo quando sprazzi di non sensatezza permettevano ai britannici di accumulare nobel e storpierie linguistiche).

Parigi è ingrassata, si accorgeva Praga, ha smesso di lottare per idealismi, per motti forgiati nelle monete, non lo fa da troppo tempo e a crogiolarsi in lotte ai margini, senza coinvolgere la Bastiglia si ingrassa, ci si sforma sui fianchi delle Banlieux e si lasciano alle fiamme solo le auto parcheggiate, si incendiano solo piccoli focolai di moti studenteschi, spenti qua e là tra sindacati e polizia. In questo si sentivano tutte vicine, Londra (che stava da sola e sorseggiava il suo punch caldo) Parigi, Praga, Atene. Atene aveva la barba lunga e prendeva da bere mastìcha, non parlava con le altre se non con Lisbona. Troppo opulente, lontane nel PIL, sigla che lei considerava un morbo, e nelle intenzioni politiche. Stimava Praga per la sua storia recente, fremeva d’invidia per la colpevolezza di Berlino, e osservava con curiosità Madrid, piena di insidie intime e quasi affetta da doppia personalità. Nobile, colta, cercava di spiegare il significato della parola duende ma non trovava niente di meglio da dire che “duende es… duende, claro!”. Roma da brava padrona di casa si pavoneggiava del suo sfarzo imperiale obliterando il suo debito alla storia.

Tutte stavano lentamente estinguendo il loro debito con la storia, chi con interessi moratori, chi con interessi usurari, chi addirittura con interessi anatocistici. E nessuna sembrava accorgersi del pericolo immanente nell’estinzione. Sembrava interessare soltanto a me e a lei, a noi due che avevamo imparato la storia a memoria nonostante non fossimo mancini e amassimo tanto Ballard.











































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