sette esempi di capitalismo

uno che in California se dice “pietà di me” lo prendono
per un bastian contrario, uno che cerca di farsi azzannare

due che azzannati da uno sgomento ne spremono un
tatuaggio, un’imprecazione striminzita, di mezza stagione

tre che marciano con passo d’oca al ritmo di Lili Marlene
per credersi vittime fottute di una guerra di cui ignorano

le cause: quale sarà la sottana che ha fatto più battaglie
di tutta una marina americana? Confesserà, di non essere

né il primo né il secondo zero, e neppure il sette di quadri?
È un bullo assoluto, un certo Rana, che scende da Tivoli

a Roma senza un incarico preciso, curioso di sé, dei freni
della Cotral, e del dormiente (con in grembo Il mio libro,

e le mani diablément disoccupate). Se ne sussiste memoria
è per causa di un’altra sequenza: Victor Mature tra i Filistei

che semina morte con la mascella d’asino. Coi Filistei,
finisce sempre uno contro tutti: non un esserci nel senso

di un ascolto precario ma giubilante nella sostanza obliqua
dell’enunciato, nel pregnante rimescolio dei suoi aspetti,

ma uno starci, nel senso iterativo di un sotto che si apre,
che s’inarca, di un dentro in cammino, istigato dal proprio

accoglimento. Quattro che ai punti cardinali rispondono
con significanti di scherno, cinque che hanno pensato

di sapere e adesso se ne lavano le mani; sei con l’accento
sull’antipenultima, che messi alle strette ricorrono a dosi

massicce di turismo; sette, alla fine, “men rei di nostra terra”,
risucchiati da effetti speciali, da incubi con la erre moscia

**

de contemptu mundi

tutto a metà (tra la metà e tre quarti) e nel senso
di una lontananza frivola, ma che disgela; tutto
per un’ora, o due, finché l’idea bislacca di una
devastazione non cede all’astrazione, al tremore
di un traguardo volante o al collasso della parte
che insiste, ma non scommette. Segue, a due primi
e otto, il plotone color vaniglia di quelli che guardano
smarriti, o ritirano adesioni; a due minuti e nove
il plotone color pulce di quelli che si strangolano
con le proprie mani proiettando il sano principio
dell’equivalenza dall’asse della selezione a quello
malsano della combinazione; a due minuti e dieci
il plotone color alchechengi di quelli che giurano
di avere fiutato e capito. Tutto a metà (tra la metà
e tre quarti) e con l’idea di farcela contro uomini
di dubbio lignaggio, “che anche tra di loro ce n’è
dei buoni, con l’oro del mattino in bocca, affrescati
sontuosamente e rampicanti come un’edera di zinco
nella stagione rancida delle stragi: ce n’è, anche
se non pare, e nessuno ne può approfittare, nemmeno
i rassegnati al furto, i senza rincorsa che hanno
i piedi all’incontrario e non hanno bocca, e hanno
però due buchi nella faccia da cui per nutrimento
assorbono di tanto in tanto il profumo delle mele”

**

senza tregua il rock & roll

per Eliseo M., nel bosco

ma è chiaro che queste armonie imitative tipo ’ndren ’ndren, oppure ’ndrangheta, queste perversioni in fila indiana, da uno alla volta, uno alla volta per caa ritaaa, indeboliscono la presa, la decisione di uscire allo scoperto prima di avere deciso da quale buco: è il pulvis est, il pulviscolo che ne patisce, la saggezza per cui non c’è turgore dove non c’è abbrivio. Puntare si deve, ma solamente se consapevoli che assenza di punto focale non vuole ancora dire nudità o privazione prospettica. C’è un barlume, uno spogliarsi sbrigativo, in lontananza, e c’è anche voglia di stare alla finestra, immersi in una tregua a priori che non toglie la voglia, l’incarico del farsi furbo, di cedere al semplice ma inespugnabile gusto dell’autolesione. Detto altrimenti: un indicare attraverso indizi più attraenti della cosa indicata, quasi un controindizio, un non urtare, perfino un non mettere in imbarazzo. Dal Borromini ai canyon, al vantaggio, alla regola del vantaggio, del lucchetto, al gruzzolo da parte, metti che siano duecento gli scalini mentali: nulla davanti al terrore di scoprire il talismano che consola di meno di una carezza ma di più di una certezza, più di un godimento interrotto che conduce dritto al feticcio, alla lusinga di un ragazzo spazzola. C’è da chiedersi dove finisca la protervia di ogni lasciata è persa, o dei mai veramente lasciati habits d’Arlequin, i labari delle perdite private. Magari per il rotto di una cuffia, ma una pista si trova, lontana sia dal lupo sia dalla nonna che si fa divorare. Il lupo, è chiaro, non è che aria condizionata (quella che porta a sepoltura più in fretta dell’aria di fessura), invece il guardaboschi è non sapere di essere una cosa qualsiasi… una scarpa neocon, una striscia di coca, o anche soltanto un’iperbole, un “buona notte” sarcastico e propositivo insieme, pieno di orizzonti d’attesa, di fiori all’occhiello e lapis umettati e riposti dietro l’orecchio. Achtung: il carnevale dura, non c’è dubbio, ma non è più come perdersi di vista, non è come dire“io quelle montagne lì le ho girate tutte, da soldato”

**

ah quanto a dir qual era è cosa dura

l’assunzione di una propria immagine implica processi
rifrattivi di straordinaria complessità: per intanto bisogna
guardarsi attorno e guardare dalla finestra, consapevoli
di essere guardati con arrogante immodestia da agenti
provocatori non insoliti ai delitti del disprezzo: induce,
il sapersi guardati per davvero, la sensazione di essere
accavallati, mezzi uomini e mezzi cavalli (ma lei, cara
contessa, è un bimotore, un bimotore sotto vuoto spinto,
tipo esportazione). E poi c’è il fatto che qualcuno dirà
che si trattava di un pharmakon, di un amuleto in ritardo,
da spiaggia, quello cui dobbiamo la vittoria sulle nostre
peggiori inclinazioni: averle e dare l’impressione di non
averle. In questo trucco minimo e supinamente disperato
si annidano la pietà e l’intransigenza del roditore accanito

**

parlare in turco e piangere in cinese

un po’ è anche il caldo, il frugale cordoglio
di una mariposa duttile (che mai si posa),
un po’ è la sete di seta, la sobria carneficina
di luglio, con le finestre aperte, l’umiltà e la
presunzione mischiate in eguale misura; un po’
è l’immagine prevalente di chi si è rovinato
per il partito, mentre ce n’era di quelli che
lavoravano tranquilli per Gesù di Nazareth

ci mancava anche Bin Laden per farci passare
la voglia di cercare l’individuo nei suoi rapporti,
in pensieri, opere e omissioni illanguidite dalle
coincidenze, ma non avvelenate dalle pulsioni
comparative, dalla coscienza infelice del capro
espiatorio: chi è, oggi, l’uomo afferente, il despota
di gomma che in un incastro di sogni rimane,
scornato, alla guida notturna di camion che gli
molla un Arturo qualunque, al quale, ha lui stesso
ceduto, in un sogno iniziale, le donne più belle
del mondo? Ci mancava il ghiacciaio in fiamme,
o l’aria di vetro di un mattino che induce il venir
meno a farsi profezia, a suggerire ciò che mai,
dopo, potrebbe confermarsi. “Dai” scrive Altan,
“dimmi chi ha vinto lo Strega, che ci tengo”

**

comizio ovvero l’arte del prendere a calci gli oggetti inanimati

che stanno sul palco, pensano ad altro, sia quelli con la cravatta sia quelli scamiciati. Ma si osservino soprattutto i colori e la potenza delle lampadine o dei bulbi oculari. E poi udite, udite, pettegoli ed elisabette: chi vagola per le valli con tanta baldanza non è lo spettro tiramolla della scomparsa, o del buco nel muro, e neppure del buco nell’acqua. È lo spettro della comparsita, del faccia a faccia (del fare e disfare) con avvertenza piena e deliberato consenso: all’uso di Ian McKellen (vestito da cosacco per il Re Lear, e da nazi per il Riccardo III) che istiga un ritorno alla natura, alla telenovela stirred not shaken. Urla inquilina del piano di sotto, fischiano le agevoli zanzare parlamentari, i ministri per gli affari culturali: bruciano gli animali feroci e cchiù di tutti u lione incazzato che pedala lungo argini vaghi di sospiri ardenti, quelli che vanno e vengono sull’aria di Trieste mia, anzi no, di papaveri tagliati e papere taglienti… aa bbaliggia, aa rete metallica, insomma un’infilata di parole che incominciano tutte con a. Si sa che il gentiluomo vagola fuori tempo massimo: buono per farci un doppio brodo, una minestrina piccina piccina picciò. (Sulle metafore gastronomiche ritorneremo e con dovizia di particolari, ma soltanto dopo la vittoria elettorale.) Ora basta che il sale sia gettato a piene mani e se ne deduca lo strillo inturgidito dal suo capitombolo nell’acqua (due litri) portata a bollore come il corpo di ognuno di noi che si rispetta, che aspetta di trovarsi faccia a faccia (disfare più che fare) con la propria sagoma riflessa in uno specchio che però non la riflette, con il terrore che ruzzola verso battute di spirito alle quali si dice compresente. Una smagliatura nei confini, favorendo l’emigrazione clandestina, risolve l’incognita del sentirsi a proprio agio. Si mettano a confronto due ipotesi linguistiche: quel che si potrebbe dire una volta per tutte con espressione precaria e quel che si ascolta nel fatto stesso del dire, nella voce che non tira conclusioni se non a partire da questa testa di ponte, da questa ultima thule in cui più si sciolgono le vele e più a lungo sembra di poter restare… tra cicche, scatolette, plastica, di scarpe spaiate da tennis, e di rifiuti umani e animali, proprio qui dove indurisce il finocchio di mare, l’orizzonte della nuovissima confezione da cui scaturiscono profezie reticenti (marmi cuciti, spazzole con cui cantare vittoria, e poi lucidarla con il petrolio residuo o con la pomice graveolente e galleggiante come un timore, o suscettibile di sporadica incoscienza), l’incontro è avvenuto a distanza, sulla terrazza degli equivoci, in un clima privo di vera immodestia. Perché una fuga non è una caccia e nemmeno un’enfasi dissotterrata, e che dire sia un dire possibile lo dimostra il fatto che si annida (si annoda) dietro a ciò che del dire trapela in ciò che riesce a farsi avanti. Per questo il sopravvento si specchia nel primo sopravvenuto e nella regola del cancellare

[Da: Luigi Ballerini, Se il tempo è matto, Mondadori, 2010.]











































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