LA FIGUE
ou
de la poésie à peu près comme d’une figue

J’avoue ne trop savoir ce qu’est la poésie, interrogez-moi plutôt sur la figue.
Pas grand-chose évidemment qu’une figue, seulement voilà une de ces façons d’être – j’ose le dire – ayant fait leurs preuves qui les font encore quotidiennement et s’offrent à l’esprit sans lui demander rien en échange qu’un minimum de considération.
Mais nous plaçons ailleurs notre devoir.

*

Symmaque selon Larousse grand païen de Rome se moquait de l’empire devenu chrétien: «Il est impossible, disait-il, qu’un seul chemin mène à un mystère aussi sublime.»
Il n’eut pas de postérité spirituelle, mais devint beau-père de Boèce auteur de la Consolation philosophique. Puis tous deux furent mis à mort par l’empereur barbare Théodoric, en 525.
Barbare et chrétien je suppose.

Cela fait il fallut attendre plusieurs siècles pour que l’on rebaisse les yeux et regarde à nouveau par terre.
C’est alors qu’un beau jour enfin selon Du Cange: «Icelluy du Rut trouva un petit sachet où il y avait mitraille, qui est appelée billon.»

La belle affaire.
Eh bien moi ces jours-ci j’ai trouvé une figue, qui sera l’un des éléments de ma Consolation matérialiste.

*

Ce n’est pas qu’entre-temps plusieurs tentatives n’aient été faites – ou approximations (en sens inverse) tentées – dont les souvenirs ou vestiges restent touchants.

Ainsi avez-vous pu comme moi rencontrer dans la campagne, au creux d’une région bocagère, quelque église ou chapelle romane, comme un fruit tombé.
Bâtie sans beaucoup de façons, le temps, l’herbe, l’oubli l’ont rendue extérieurement presque informe.
Mais parfois le portail ouvert luit au fond un autel scintillant.

La moindre figue sèche, la pauvre gourde, à la fois rustique et baroque, certes rassemble fort à cela.
À cela près pourtant qu’elle me semble beaucoup plus sainte encore.
Ou si l’on veut, dans le même genre,
bien que d’une modestie inégalable, une petite bombe dans notre sensibilité d’une réussite à tous égards plus certaine. Plus ancienne et plus actuelle à la fois.

Si je désespère bien sûr d’en tout dire, si mon esprit avec joie la restitue à mon corps.
Ce ne soit donc pas sans lui avoir rendu au passage le petit culte à ma façon qui lui revient.
Ni plus ni moins intéressé qu’il ne faut.

*

Voilà l’un des rares fruits, qu’on le constate, dont nous puissions à peu de chose près manger tout:

*** ***

IL FICO
ovvero
della poesia all’incirca come di un fico

Confesso di non sapere troppo bene che cos’è la poesia, fatemi piuttosto delle domande sul fico.
Ovviamente non è un granché, il fico, solo ecco uno di quei modi d’essere – e oso dirlo –che hanno dato buona prova di sé che ancora quotidianamente la danno e si offrono allo spirito senza domandare nulla in cambio se non un minimo di considerazione.
Ma noi poniamo altrove il nostro dovere.

*

Secondo Larousse Simmaco grande pagano di Roma una volta diventato cristiano si prendeva gioco dell’impero: «È impossibile, diceva, che un solo cammino conduca ad un mistero così sublime.»
Non ebbe una posterità spirituale, ma diventò suocero di Boezio autore della Consolazione filosofica. Poi furono entrambi messi a morte dall’imperatore barbaro Teodorico, nel 525.
Barbaro e cristiano suppongo.

Dopo di che dovettero passare parecchi secoli perché si riabbassassero gli occhi e si tornasse di nuovo a guardare per terra.
Ed è allora che un bel giorno finalmente secondo Du Cange: «Quello istesso Du Rut trovò picciola sacca in quale haveasi moneta mitraglia, che è chiamata billone.»

Bell’affare.
Ebbene io in questi giorni ho trovato un fico, che sarà uno degli elementi della mia Consolazione materialista.

*

Non è che nel frattempo non siano stati fatti parecchi tentativi – o (in senso inverso) tentate approssimazioni – di cui restano ricordi o vestigia commoventi.

Quindi, sarà capitato anche a voi, come è capitato a me, di incontrare in mezzo alla campagna, nel profondo di una regione boschiva, una chiesa o cappella romanica, come un frutto caduto.
Costruita senza troppe pretese, il tempo, l’erba, l’oblio l’hanno resa esteriormente pressoché informe.
A volte, però, dal portale aperto, risplende in fondo un altare scintillante.

Il fico secco più misero, la povera fiasca, allo stesso tempo rustica e barocca, gli assomiglia certo molto.
Con la differenza, però, che a me sembra anche più santa.
Oppure, se vogliamo, dello stesso genere,
per quanto di una modestia ineguagliabile, una piccola bomba nella nostra sensibilità di una riuscita sotto tutti i punti di vista più certa. Più antica e più attuale allo stesso tempo.

Ma sicuramente, se dispero di dirne tutto, se il mio spirito la restituisce con gioia al mio corpo.
Non sia certo senza averle reso di passaggio a modo mio il piccolo culto che gli spetta.
Né più né meno interessato di quanto non sia necessario.

*

Ecco uno dei rari frutti, e constatiamolo, di cui noi possiamo mangiare praticamente quasi tutto:

[traduzione di Michele Zaffarano]











































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