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Nel 1984 dichiarammo che il cambiamento inevitabile sarebbe giunto attraverso la CONTINUITÀ DELLE DISCONTINUITÀ delle matrici architettoniche.
Nel 1988 dichiarammo che SOLTANTO LE STRUTTURE PIÙ VITALI ERANO IN GRADO DI ACCETTARE LA DISTRUZIONE COME ATTO CREATIVO.
Nel 1990 dichiarammo che LE CASE ARCHITETTONICHE SONY-BENETTON avrebbero trasformato l’architettura in qualcosa di più amichevole, divertente, allegro, infantile e quasi giocattolo.
Il 3 ottobre 1990, a Tokyo, dichiarammo che il nostro mondo non è più un globo, un solido geometrico nello spazio, bensì un COMPLESSO DI INFINITE RETI INTERRELATE.
Nel 1996 dichiarammo che L’ARCHITETTURA COME LA NATURA – un’evoluzione che scioglie, trasforma, adatta, erode mediante autocatalisi spontanea – avrebbe infine superato le migliaia di anni in cui si erano “poste cose orizzontali sopra cose verticali”.
Nel 1999 dichiarammo che attraverso modelli di incertezza – molteplicità, diversità e varietà – l’architettura intesa come edificazione sarebbe stata sopraffatta da ecosistemi dinamici e adattabili PRIVI DI SCALA – PRIVI DI TIPOLOGIA – PRIVI DI STILE.
Nel 2000 dichiarammo che grazie alla TRASPARENZA DELL’IPERREALE saremmo passati da una Civiltà Visiva a una Cultura Audio-Tattile.
Nel 2001 dichiarammo che le CASE PARA-SITO DA REALITY-SHOW sarebbero stati gli ambienti adatti per l’Urbanistica Post-Spaziale, l’Ecologia Post-Naturale, la Popolazione Post-Pop.
Nel 2003 dichiarammo che “l’architettura non è più il gioco di masse nella luce, ma ora abbraccia il gioco dell’informazione digitale nello spazio”.
Nel 2003 dichiarammo che SUPERMARKET DI DATI: INFOSCAPE > MEDIASCAPE > E-SCAPE stavano emergendo come tende elettroniche per nomadi moderni o per surfisti dello spazio ipertestuale.
Nel 2004 dichiarammo che l’INTERNET ASSOLUTO avrebbe permesso una Resistenza tra Nomadismo ed Esposizione, un’Azione tra Seduzione e Produzione, un Amore tra Sorveglianza e Attuazione.
Nel 2006 dichiarammo che un mezzo interattivo immersivo capace di infinite variazioni, di S_STRINGS, verrebbe drappeggiato intorno al corpo come un abito; sarebbe generato da quell’unica costante nella vita che è il mutamento; diventerebbe un fenomeno simile alla nebbia, alle nuvole, al mare.
Nel 2007 dichiarammo che sarebbe stata l’ARCHITETTURA COME MEZZO, non le forme o gli spazi più o meno definiti, a mettere insieme, senza alcuna mediazione, gli esseri umani e le cose.
A quelle dichiarazioni oggi aggiungiamo che:
Nel momento in cui l’Era Meccanica sta giungendo alla sua fine, gli architetti dovrebbero affrontarla invece di essere creature obsolete nella REALTÀ PIÙ REALE DI QUELLA REALE, creata dagi esseri umani. L’architettura nell’Era Meccanica si è rivelata troppo esclusiva, troppo scultorea, troppo teorica, troppo complicata, troppo seria, troppo isomorfica, tropppo retorica.
L’architettura dell’Era Digitale non deve necessariamente comportare il rifiuto degli approcci precedenti, ma, al contrario, l’APPROPRIAZIONE E DISTORSIONE di tali approcci; l’architettura dovrebbe essere più applicabile, più vivace, più facile, più giocosa, più ibrida, più “reale”.
Se il Meccanico è ORTODOSSO, il Digitale è PARADOSSO; se il MECCANICO è INSERITO, il Digitale è DISINSERITO; se il Meccanico è O QUESTO-O QUELLO (o, comunque IN-FINE SIA QUESTO-SIA QUELLO), il Digitale è SENZA FINE; se il Meccanico è ESCLUSIVO (o talvolta persino INCLUSIVO), il Digitale è ELUSIVO. L’architettura dell’Era Digitale – la natura stessa a cui forma è data dal flusso di relazioni istantanee – dovrebbe enfatizzare le QUALITÀ TRIBALI della nuova società IT, i cui tratti principali sono l’interconnettività, la visione tattile, la trasgressione, il total surround e l’interattività.

(Da: Out there. Architecture beyond building, volume 5: Manifesti, la Biennale di Venezia, 11. Mostra Internazionale di Architettura, Marsilio, 2008. Immagine: Lanny Quarles.)











































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