ipotetiche / giuseppe pellegrino. 2012


Se tu provassi a scrivere dal basso verso l’alto, noteresti che nonostante la tua intenzione di rimanere leggibile, chiaro, le lettere tenderebbero inevitabilmente ad oscurarsi come schiacciandosi una sull’altra, a consumarsi come per un silenzioso attrito.

Vedresti che il testo ha conservato comunque una sua linearità e che la pagina non si è trasformata completamente in uno spazio ideografico, dove si prevedono ricerche di senso secondo più e vari percorsi; piuttosto, il tuo procedere avrebbe solo un senso, quello contrario.

La scrittura ti potrebbe sembrare come in equilibrio, diventata spessa, fatta di un inchiostro chitinoso, mutata in un qualcosa dentro un suo mondo fisico, terreno, sottoposto alla forza di gravità, alle condizioni di un corpo costantemente costretto a bilanciarsi perché costantemente in condizioni di cadere.

Verificheresti che questo scrivere necessita di un certo esercizio muscolare, e che sarebbe molto più faticoso se in ogni foglio venissero formulate molte frasi. Poche, invece, per favorire la concentrazione; e di solito una soltanto.

Se provassi a scrivere a lungo una stessa frase (cosa che a scuola un tempo curiosamente si chiamava “penso”), saresti portato a rilevare che il suo significato tende a svuotarsi, a perdere la sua ovvietà, diventando diverso, poi problematico, poi più nulla. Cosa avresti scritto?

Rimarresti come sospeso al filo del tuo pensiero: avendo appena vergato di una frase la versione giusta, di senso finalmente compiuto in un trionfale qui ed ora, solo un momento dopo avresti il dubbio che di quella versione sia più precisa un’altra, e muovendoti leggermente potresti constatare di doverla modificare in un’altra ancora. Di continuo.  Entreresti in un movimento ricorsivo, in cicli che si susseguono senza mai stabilmente coincidere; e probabilmente ti chiederesti anche da dove viene tutta questa tua pazienza. Per non dire accanimento.

Dunque scriveresti dal basso verso l’alto e nel contempo la frase avanzerebbe come ruotando. Tutti quei tentativi di giungere alla sua formulazione esatta verrebbero registrati uno di seguito all’altro, senza sovrapporre correzioni, in modo che la frase stessa si espanda, si allunghi sempre di più, con un effetto di sprofondamento, di eco, facendosi sempre più strada fino a quella presunta versione conclusiva, estenuata, simile a un ipotetico avversario messo a terra e lasciato lì, insieme a te.

Ma se provassi a guardarla, la tua pagina appena compiuta, potresti anche non avere l’impressione di averla costruita dal basso; al contrario, invece, dall’alto, per caduta, come le guglie di sabbia sulla riva. Per un motivo non ancora chiaro, innalzare somiglierebbe a cadere. E la cosa ti suonerebbe vagamente sinistra.













































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