«Quando ero laggiù».

Quando ero laggiù in quella casa, di notte sentivo i treni e fino a metà della notte sentivo i tram giù in città e per tutta la notte gli autocarri sulla circonvallazione. Distinguevo i rumori e ne attribuivo uno ai motori, uno alle rotaie, un altro ai segnali, uno agli scambi, uno al vapore; attribuivo i rumori dei motori alla velocità e la velocità alla scarpa e al piede che premeva il pedale con la punta, e alla mano che tirava la manetta; e attribuivo la scarpa e la mano all’uomo e all’uomo tra le spalle la testa, e alla testa gli occhi strizzati e stanchi e agli occhi gli sguardi. E agli sguardi in principio non attribuivo nulla. Ma in seguito attribuivo loro la corrente contraria dell’asfalto e alla corrente le rive segnalate dai paracarri e a questi segnali lo sbadiglio in avvicinamento dei catarifrangenti e le ombre selvagge che si raggrinzivano e ruotavano.

Ai rumori che sentivo attribuivo le immagini. Alle immagini attribuivo i rumori che non sentivo. Ai rumori che non sentivo attribuivo le immagini. Al rumore del giunto e degli snodi attribuivo la carrozza posteriore del tram. Alla traccia luminosa delle carrozze del tram attribuivo dietro i finestrini le singole immagini dei passeggeri, alle ginocchia dei passeggeri le borse, alle mani il giornale ripiegato dall’odore acidulo, il biglietto, il cappello, i guanti bianchi con una traccia di rossetto sulla punta del dito medio. All’immagine della bocca attribuivo i rumori, e alla bocca alterna attribuivo rumori alterni. All’immagine della prima bocca e all’immagine della seconda bocca facevo alternare i rumori, e facevo sì che le immagini dei corpi alterni si chinassero le une verso le altre. Attribuivo alle labbra le immagini dei movimenti della bocca e ai movimenti i rumori. Alle immagini dei corpi, chine le une verso le altre, attribuivo la conversazione. Facevo alzare in piedi le immagini dei corpi, facevo sì che l’immagine del primo viso passando si voltasse a guardare l’immagine del secondo, facevo sì che l’immagine del secondo viso annuisse all’immagine del primo viso. Mi facevo un’immagine precisa di questo annuire, mi facevo un’immagine delle braccia allungate in verticale e delle dita che artigliavano il mancorrente. Ai mancorrenti attribuivo poi l’immagine delle maniglie che di nuovo penzolavano vuote. Facevo scorrere in fila nella carrozza le immagini delle persone. Le facevo salire, le facevo passare, le facevo scendere. All’ammutolire del tram e al silenzio attribuivo il cerchio di luce del capolinea, le panchine di cemento sull’erba, la tettoia in penombra e la toilette sigillata. E a queste immagini invisibili attribuivo i rumori che non sentivo, e a questi rumori le invisibili immagini delle persone che scomparivano dal cerchio di luce verso tutti i punti cardinali, lo svolazzare scuro e chiaro degli abiti sopra il selciato, il volgersi delle teste prima di attraversare la strada, lo spegnarsi delle sigarette e l’occhieggiare del giornale dal cestino dei rifiuti. Dopo aver attribuito le immagini ai rumori non udibili, attribuivo al silenzio non udibile che seguiva i rumori l’immagine del bigliettaio che sedeva su suo sedile rialzato accanto alla porta aperta e trascriveva le cifre, l’immagine del manovratore che passeggiava avanti e indietro nel cerchio di luce spingendo col piede un biglietto accartocciato, e l’immagine di un uomo il cui corpo, luminoso, poi oscurato dal riverbero di luce dell’altro lato della strada, usciva dal buio e sull’erba si avvicinava alla carrozza. Dopo però iniziavano i rumori della partenza, rumori che sentivo e percepivo, dimodoché mi stancavo, a questo punto, di dare ai rumori le immagini e alle immagini invisibili i loro rumori. Attribuivo dunque altre immagini ad altri rumori che sentivo.

Sentivo il lontano sibilo del treno in corsa. Mi facevo un’immagine del treno in corsa. Integravo al sibilo i rumori che non sentivo, e a partire da questi rumori mi facevo delle immagini, anche quando il sibilo del treno era passato e ammutolito. Designavo ogni rumore coi segni e coi nomi che avevo imparati e per ammazzare il tempo lo paragonavo ad altri rumori. Ammazzavo il tempo chiamando il rumore del freno uno sfrigolio, e paragonando lo sfrigolio a un rumore di raffiche di vento nella pioggia dirotta.

Poi lo sfrigolio improvvisamente cessava. Il successivo, quasi afono rotolio delle ruote lo paragonavo al rumore delle cinghie in una macchina impastatrice di cemento il cui motore giri a vuoto. Sentivo il vento della corsa che si gonfiava, il più rapido duplice battito e il sordo ribattito delle bielle d’accoppiamento, e a partire da questi rumori che ancora sentivo mi facevo l’immagine del treno ormai in aperta campagna. Attribuivo al treno lo schizzare dell’olio, le scintille che sprizzavano lungo i vagoni e il nero opaco dei finestrini. Dietro i finestrini coricavo i viaggiatori. Attribuivo loro le panche, i sedili, il cappotto arrotolato a far da guanciale nella piega del braccio, tra il viso e il guanciale la mano interposta a proteggere la pelle dai bottoni, e a quelli al finestrino, seduti, attribuivo la tendina e le dia che tiravano la tendina sopra la testa che si abbassava a scatti. Mi facevo un’immagine dello scompartimento, delle etichette coi nomi sulle valige nella reticella, degli ombrelli che dondolavano appesi per i manici, delle stringhe slacciate che toccavano il pavimento, delle calze scivolate sui piedi, delle gambe ripiegate verso il corpo, della pelle visibile tra le calze e i calzoni. Attribuivo al silenzio in cui ora giacevo il treno che attraversava la campagna nel buio, e il nascosto respiro dei dormienti nel vagone in corsa. Al vagone attribuivo un mormorio e uno scricchiolio, e un cigolio ai sedili dello scompartimento ancora vuoto.

Poi lasciavo smorire tutti i rumori nel bramito del vento della corsa. E paragonavo il bramito all’urlio dell’udibile centrale elettrica e al sibilo dell’acqua nei tubi quando sta per sgorgarne. Il bramito saliva e si abbassava e saliva di nuovo. Gli attribuivo un odore di fumo freddo, di bucce d’arancia, di gomma bagnata, di cioccolata disciolta; e agli odori aggiungevo le immagini di coloro che erano stati nello scompartimento. Facevo sì che le immagini delle dita sbucciassero con le unghie le immagini dei frutti e attribuivo all’immagine il lieve sbuffare delle bucce che si staccavano e sopra le bucce le labbra che si schiudevano. Attribuivo a queste labbra una domanda e alla testa di fronte uno scuotimento di rifiuto. Poi facevo sì che l’immagine del pollice spezzasse l’immagine del frutto e porgesse l’immagine di uno spicchio all’immagine dell’altro, e quantunque mi facessi un’immagine del secondo scuotimento di rifiuto della testa, facevo sì che l’immagine della mano si tendesse ignominiosamente verso l’immagine dello spicchio e la portasse all’immagine della bocca, alla quale concedevo ancora una parola. Ora facevo sì che i due viaggiatori consumassero insieme le parti del frutto, l’uno, il proprietario, col rapido guizzare e macinare di tutto il viso, l’altro succhiando e rosicchiando esitante lo spicchio lasciatogli. Poi separavo le immagini dagli odori e facevo sì che lo scompartimento fosse deserto.

Al silenzio in cui giacevo attribuivo il bramito. Al bramito non attribuivo nulla: giacevo e mi facevo un’immagine del bramito. Poi attribuivo al silenzio lo sfrigolio della frenata, il rotolio di nuovo libero, quasi afono delle ruote, il secondo sfrigolio della frenata, il ticchettio degli scambi, l’ingresso del treno in stazione. Brevemente facevo ancora seguire lo stridulo sibilo del vapore, il sordo sbattere di uno sportello di vagone, lo scatto all’indietro, il limpido, udibile silenzio. Attribuivo al silenzio il silenzio, poi le immagini di coloro che si destavano, i rumori delle richieste d’informazioni, i moti delle teste che si volgevano al finestrino, il rumore della risposta, i colloqui improvvisamente comprensibili, i suoni vividi che venivano dal marciapiede.

Mi faccio un’immagine del marciapiede. le attribuisco un carrello elettrico. Cancello l’immagine del carrello che va e faccio sì che il marciapiede sia vuoto. Mi faccio un’immagine della sala d’aspetto. Vi aggiungo lo scricchiolio di un altoparlante. Faccio un’immagine della porta a vento della sala d’aspetto e dei posti a sedere dietro la porta. Faccio sì che anche le panche della sala d’aspetto siano vuote. Ma i battenti della porta li faccio sbattere. Mi faccio un’immagine del rubinetto sul muro della stazione e della conca sotto il rubinetto. Mi faccio un’immagine dello scompartimento vuoto. Ora attribuisco alla fontanella un uomo in piedi. Faccio sì che il pollice dell’uomo agganci sulla sua spalla la corda di un sacco da marina e con l’aiuto del gomito sollevi il sacco e lo faccia scivolare giù dalla schiena. Mi faccio un’immagine dell’uomo che si china, gli attribuisco l’immagine della mano incavata e delle labbra sorseggianti. Faccio seguire l’annuncio e il discorso dell’altoparlante. Mi faccio un’immagine dell’uomo che beve e insieme un’immagine dello scompartimento vuoto. Faccio sì che l’uomo beva più in fretta. Ora si instaura da sola l’immagine dell’orologio elettrico. Cancello questa immagine. Faccio sì che l’uomo si stiri e si raddrizzi. Faccio sì che si passi la mano sulla bocca gocciolante. Cancello questa immagine. Vedo l’uomo in piedi accanto alla conca. Cancello e dissolvo l’immagine dell’orologio elettrico. Cancello l’immagine del treno e dissolvo l’immagine del marciapiede. Tuttavia all’immagine cancellata viene attribuito contro la mia volontà l’uomo che caparbiamente sosta nel vapore, e di qui nasce l’immagine delle corde chiare e sfrangiate del sacco da marina, che al loro volta formano dei rigonfiamenti nella giacca. Vedo il pollice agganciato fra la corda e la clavicola. Vedo, contro la mia volontà, un’immagine della fessura tra i battenti della porta a vento della sala d’aspetto. Mi arrendo a queste immagini. All’uomo vengono automaticamente attribuiti dei passi, ai passi vengono attribuiti i rumori, ai rumori l’immagine dell’acqua bollente che prima della partenza trabocca dalla caldaia. Mi faccio un’immagine dell’uomo che sale sul predellino. Ma questa immagine viene cancellata. Lo vedo dirigersi, strascicando i piedi, dalla fontanella alla sala d’aspetto. Vedo la fessura tra i battenti della porta a vento della sala d’aspetto. Prende forma da solo lo scompartimento vuoto, sotto il quale percepisco gli inevitabili scossoni degli ammortizzatori. Mi faccio un’immagine dell’uomo nel corridoio del vagone. L’immagine viene cancellata. Di nuovo vedo l’uomo alla fontanella; lo vedo inclinare la spalla e farsi scivolare le corde del sacco nella piega del gomito. Cancello l’immagine del marciapiede e mi faccio un’immagine del treno in corsa. Faccio inciampare l’uomo nel corridoio del vagone. Faccio un’immagine della testa reclinata dell’uomo e del dondolio del sacco da marina sopra i suoi passi. Attribuisco ai rumori del treno il rumore di un altro treno che gli viene incontro sull’altro binario. Attribuisco ai treni, quando si incrociano, quello stridulo urlio che lacera il rivestimento del vagone. Faccio sì che l’uomo, al passaggio, scrolli le porte chiuse. Mi faccio un’immagine dei dormienti dietro le porte. Tuttavia vedo l’uomo accanto alla fontanella. Cancello l’immagine e attribuisco all’uomo fermo la porta dello scompartimento vuoto. Questa immagine viene cancellata. Attribuisco allo scompartimento riapparso il fantasma ad esso esterno dell’uomo, e all’immagine dell’uomo nel corridoio del vagone, che preme la fronte contro la porta e cercando stira le labbra sui denti, attribuisco il movimento della mano e alla mano la maniglia verticale della porta.

Tuttavia l’uomo torna a gettarsi il sacco sulla spalla. Lo vedo tornare alla sala d’aspetto. Cancello l’immagine. Mi faccio un’immagine dell’uomo che apre la porta rintronante. Ma lo vedo spalancare col piede i battenti della porta a vento ed entrare nella sala d’aspetto, e cancello questa immagine. Lo rivedo camminare lungo le panche. Le trasformo nei sedili infossati dello scompartimento vuoto; però vedo le panche della sala d’aspetto. Cancello l’immagine. Lo vedo sedersi e sedendosi liberarsi del sacco da marina. Poi quello che vedo soverchia la mia volontà.

Vedo il corpo dell’uomo sulla panca tra le dita che pendono lasche. È senza compagnia in quell’ambiente. Solleva lo sguardo dalle scarpe. È assolutamente vietato sdraiarsi sulle panche. Osserva la polvere infeltrita nelle scanalature delle scarpe. Poi si rialza, puntellandosi sulle mani, e di nuovo percorre le pareti con gli sguardi. Non si vede da nessuna parte un interruttore che gli permetta di oscurare la stanza per dormire.

Si è seduto e nella polvere delle scarpe ha letto il proprio cammino. Ha sentito il ronzio della luce. Davanti alla porta che dà sul marciapiede è comparso un poliziotto, le mani nella posizione abituale dietro la schiena; tenuto com’è a garantire ordine e tranquillità, ha preso la decisione di entrare e di intavolare all’impiedi, con l’uomo seduto che sfugge il suo sguardo, una conversazione relativa all’età, alla residenza e alla professione di costui; l’uomo gli ha dato risposte veridiche. Dopo di ciò il poliziotto, che domandando e parlando voleva trasformare l’eterna notte della stazione in un effimero giorno, si è informato dei progetti dell’altro; senza indugio l’interrogato gli ha rivelato i propri progetti; ma a forza di sguardi imbronciati è riuscito a imporre all’interrogante la fine della conversazione. I due sono stati concordi anche nell’uscire insieme dalla porta che dà sull’atrio; fuori però i loro cammini si sono divisi: il poliziotto si è diretto con sollievo verso lo sportello che si apriva strepitando; l’uomo col sacco da marina, evitando la compagnia dell’altro, ha preso, spazientito, la via della toilette.

Ivi scarica il sacco dalla spalla e si pesca di tasca due monete di rame, di cui infila la prima nel distributore automatico del profumo. Subito dopo piega le ginocchia e aziona la leva, di modo che l’acqua profumata gli irrori la camicia.

Si raddrizza e prendendo il sacco per le corde se lo trascina dietro lentamente sulle piastrelle.

Il suo viso è inquieto e collerico come sempre, quantunque, ora che l’uomo è profumato, esprima soddisfazione.

Col polpastrello del pollice l’uomo ha premuto la seconda delle monete nella fessura della cabina. Spinge la porta col solito movimento, si fa dondolare il sacco davanti al piede e in questo modo lo fa rotolare verso la tazza. Senza por tempo in mezzo entra in questo rifugio, chiude la porta col tacco e poi si chiude dentro a chiave. / Con l’una e l’altra gamba ha fatto rotolare il sacco fino alla parete.

Inginocchiandosi lo slega e ne estrae un giornale. Foglio dopo foglio apre il giornale e lo dispiega sulle piastrelle. Osserva le macchie bagnate intridere la carta. Copre e asciuga le macchie con un altro giornale. Lo scroscio dell’acqua in tutte le cabine copre il rumore della carta. Si è messo a riposare sulla striscia. Poggiato a mezza altezza sulla mano, osserva ancora le immagini e le riproduzioni, le scritte e le iscrizioni sulle pareti che lo circondano.

Poi ha reclinato sul sacco da marina il collo e la nuca.

Dato che la cabina è troppo corta per le sue gambe, si gira sul fianco e raccoglie le gambe verso il corpo.

La sua posizione è ora quella dei dormienti sul treno in corsa.

Nello smalto della tazza vede la copia di qualcosa che chiama il proprio viso; nella fessura tra le piastrelle del pavimento e il piede piatto del water osserva il cercine bruno dell’olio lubrificante seccato; vede i corti peli pungenti che vi sono commisti e la polvere lanuginosa sul dorso del cercine, che gli fa venir voglia di soffiare; vede lo smalto scheggiato intorno al foro di una vite; vede la vite mancante.

Senza difendersi da ciò che lo assale, l’uomo, il braccio cricchiante sotto l’orecchio, precipita con gli sguardi nell’iridescenza che si dilata e sprofonda e lo afferra, finché i suoi occhi sono bianchi come lo smalto. «Dorme».

[…]

Tuttavia, quando le immagini avevano toccato il limite dell’esperienza, nulla mi aiutava a proseguire. Giacevo nella stanza buia tra i ciechi addormentati e quelli svegli e non riuscivo più a farmi un’immagine di niente. Arrivava il rumore degli scambi del tram, il rumore degli autocarri sulla circonvallazione, il rumore dei treni che si incrociavano, e io davo un nome a tutti i rumori che sentivo, e ripetevo molte volte i nomi di questi rumori, e davo ai nomi dei rumori i nomi delle immaginino, e ai nomi delle immagini i nomi dei rumori che non sentivo; tuttavia non riuscivo a farmi un’immagine di nessuno. Pensavo alle stazioni in cui, mentre io giacevo qui, le persone erano schierate all’impiedi, e non riuscivo a comprenderlo; pensavo ai treni che bramivano e rintronavano correndo nel buio, alle tettoie delle stazioni, alle panche sotto le tettoie, alle duplici fette di pane abbandonate sulle panche col segno dei morsi, alla carta che svolazzava sotto i pezzi di pane nel vento del treno, e non riuscivo a comprendere neanche questo. Pensavo ai dormienti sui treni, alle sale d’aspetto illuminate, ai dormienti sulle panche delle sale d’aspetto, agli svegli, ai dormienti nelle toilettes delle stazioni, ai dormienti e agli svegli sotto le tettoie delle stazioni, agli occhi aperti dei dormienti, agli occhi chiusi degli svegli, alla saliva sulle labbra dei dormienti, alle immagini e alle parole mutevoli nelle teste degli svegli e dei dormienti, alle persone, agli esseri viventi, ovunque fossero domiciliati o in viaggio, ma tutto questo non riuscivo più a comprenderlo, perché giacevo sveglio e cieco tra i ciechi, perché il tempo che precedeva il ritorno del giorno mi pareva lungo come in sogno, e perché pensavo agli eventi e alle cose pensabili come se ne esistessero soltanto i nomi.

Nella descrizione è stato dimenticato qualcosa. No. Non è stato menzionato intenzionalmente. No, è stato dimenticato. No. Non so di che cosa

[in Peter Handke, I calabroni (1966), trad. it. di Bruna Bianchi, SE, Milano 2004]

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