I. Idillio primo. Sopra l’infinito

Oh quanto a me gioconda cara fummi quest’erma (sponda) plaga (spiaggia) e questo roveto che all’occhio (apre) copre l’ultimo orizzonte.

 

III. L’infinito

Caro luogo a me sempre fosti benché ermo e solitario, e questo verde lauro che gran parte cuopre dell’orizzonte allo sguardo mio. Lunge spingendosi l’occhio gli si apre dinanzi interminato spazio vasto orizzonte per cui si perde l’animo mio e nl silenzio infinito delle cose e nella amica quiete par che si riposi se pur spaura. E al rumor d’impetuoso vento e allo stormir delle foglie delle piante a questo tumultuoso fragore l’infinito silenzio paragono.

 

IV. Idillio. MDCCCXIX. L’infinito

Sempre caro mi (è) fu quest’ermo colle
e questa siepe che da tanta parte
de l’ultimo orizzonte (che) il guardo (sparte) esclude.
Ma sedendo e mirando interminato
spazio di là da quella e sovrumani
silenzi, e interminabil quiete
già nel pensier mi fingo ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo soffiar tra queste piante io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando.

 

V.

Ombra delle tettoie. Pioggia mattutina del disegno di mio padre. Iride alla levata del sole. Luna caduta secondo il mio sogno. Luna che secondo i villani fa nere le carni, onde io sentii una donna che consigliava per riso alla compagna sedente alla luna di porsi le braccia sotto il zendale. Bachi da seta de’ quali due donne discorrevano fra loro e l’una diceva, chi sa quanto ti frutteranno, e l’altra, in tuono flebiliss. oh taci che ci ho speso tanto e Dio voglia ec.

 

VI.

Galline che tornano spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario. Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani che scendendo per essa si perdono tosto di vista, altra immagine dell’infinito.

 

VII. Le fanciulle nella tempesta

Donzellette sen giano per la campagna
correndo e saltellando, cogliendo fiori, giocando ec.
né s’avvedean che sopra agli Appennini
da lungi s’accoglieva un tempo nero
e brontolava lungamente il tuono.
Ma quelle nol badar però che ’l sole
rideva ancor sulla fiorita piaggia.

Levossi un vento all’improvviso ec. e chiuse tutto il cielo. Fuggirono. Quella diceva. O Dio che il vento m’affoga io non ho più lena, conviene che mi volti indietro. Quell’altra, Queste piante vedete come le curva ec. Un’altra. Oh Dio che lampo: m’accieca ec.
Ecco una grandine ec.

E moribondi a terra ivan gli augelli
con l’ali mezzo chiuse, e palpitando
si dibattean fra l’erba e fra la polve.

(E rotto il volo ec. e moribondi ec. e sulle vie)
Ahi! Povere fanciulle, in un momento (Ahi tristi donzellette).
Perdero il fior de gli anni. Giacciono sul campo ec. E poi di loro Con gran doglia i parenti ivan cercando. Qui non si trova capanna o tetto. Che faremo?
Le vacche spaventate fuggivano per li prati dalla grandine ec. E givano a gran corsa Anelanti le vacche per li campi Fuggendo (Ed a gran corsa Anelanti le vacche ivan fuggendo Pei campi). Ma né tetto né capanna Era da presso.
Mi par d’udire le campane (torri) della città dare il segno della tempesta.
Allora le donzelle si dicevano l’una all’altra. Fanciulla. Altra. ec.

 

 

 

[Cfr. Giacomo Leopardi, Argomenti e abbozzi di poesie, in Id., Canti, a cura di L. Felici, Newton & Compton, Roma 2004, pp. 283-285]

 












































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