L’arte ha il proprio concetto in questa costellazione di momenti che muta storicamente; esso è refrattario alla definizione. Neppure l’essenza dell’arte è deducibile dalla sua origine, come se quanto è venuto per primo fosse uno strato fondamentale su cui tutto ciò che segue poggiasse, crollando appena quello fosse scosso. Credere che le prime opere d’arte siano le più elevate e le più pure è romanticismo quanto mai tardivo; con non minor diritto si potrebbe sostenere che le primissime creazioni di carattere artistico, non separate da pratiche magiche, documentazione storica, scopi pragmatici come quello di farsi sentire a grande distanza con grida o suoni musicali, fossero confuse e impure; la concezione classicistica si è spesso servita di tali argomenti. Dal punto di vista seccamente storico i dati si smarriscono nel vago. Il tentativo di sussumere ontologicamente sotto un motivo supremo la genesi storica dell’arte si disperderebbe necessariamente in qualcosa di così disparato che alla teoria non resterebbe in mano nient’altro che la scoperta, indubbiamente rilevante, che non è possibile ordinare le arti in base a un’identità continua dell’arte. […] Se, d’altro canto, secondo un costume filosofico, si volesse distinguere categoricamente la cosiddetta questione dell’origine, in quanto questione dell’essenza, da quella genetica relativa alla preistoria, allora ci si dimostrerebbe colpevoli di arbitrio, perché così facendo si impiegherebbe il concetto di origine contro il suo significato letterale, che va in direzione opposta. La definizione di che cos’è l’arte è sempre prefigurata da ciò che essa un tempo è stata, ma si legittima solo in riferimento a ciò che essa è diventata, aperta verso ciò che essa vuole diventare e forse può diventare. Pur dovendo tener ferma la propria differenza dalla mera empiria, l’arte muta in se stessa qualitativamente; molte cose, ad esempio prodotti cultuali, nel corso della storia si trasformano nell’arte che non sono state; molte cose che erano arte non lo sono più. La questione posta dall’alto, se un fenomeno come il film sia o meno anch’esso arte, non porta da nessuna parte. L’essere-divenuta dell’arte rimanda il suo concetto a ciò che essa non racchiude. La tensione tra ciò da cui l’arte ha ricevuto impulso e il passato di essa delimita le cosiddette questioni estetiche costitutive. L’arte si può chiarire solo facendo riferimento alla sua legge di movimento, non ricorrendo a invarianti. Si determina in rapporto a ciò che non è. Quel che in essa è specificamente artistico va dedotto dal suo altro: contenutisticamente; solo questo potrebbe soddisfare in qualche modo l’esigenza di un’estetica materialistico-dialettica. L’arte si specifica in relazione a ciò per cui si separa da ciò a partire da cui è divenuta; la sua legge di movimento è la sua propria legge formale. Essa sussiste solo nel rapporto con il proprio altro, è il processo che chiama in causa quest’ultimo. Per un’estetica orientata in modo diverso è assiomatico quel che il tardo Nietzsche è giunto a conoscere opponendosi alla filosofia tradizionale, ossia che anche il divenuto può essere vero. La concezione tradizionale che egli ha demolito andrebbe capovolta: la verità sussiste unicamente come divenuto. Ciò che nell’arte si presenta come sua propria legalità è tardo prodotto dell’evoluzione interna alla tecnica così come del collocarsi dell’arte all’interno di una secolarizzazione progressiva; è però indiscutibile che le opere d’arte sono diventate opere d’arte solo negando la propria origine. Non bisogna nemmeno rimproverargli come peccato originale la vergogna della loro antica dipendenza dall’incanto, dal servaggio e dal divertissement, dal momento che esse hanno finalmente con effetto retroattivo annientato ciò da cui sono nate.

[…]

 

 

[cfr. Th. W. Adorno, Teoria estetica, a cura di F. Desideri e G. Matteucci, Einaudi, Torino 2009, pp. 5-6]

 












































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