il dilemma / peter handke. 1966

Non gli succede niente di speciale; ciò che gli capita non è un avvenimento speciale, ma uno di cui ritiene che sia comune a tutti. Perciò parla di quello che gli avviene come di qualcosa che succede anche ad altri: anche in altri i pensieri potrebbero disputare sulla direzione da comandare ai piedi. Di speciale in lui c’è solo la sua cecità, e questa forse è solo simulata. “Si” viene usato in luogo di “io”, “io” viene usato in luogo di “si”, “lui” usa lui in luogo di “io”. Oppure è questo un inganno con cui invano tenta di proteggersi, rendendo generale una questione che riguarda soltanto lui? Se pone a tutti una sorta di problema, dicendo astutamente: Io (apparentemente intende “chicchessia”, “uno qualunque”) sono fermo per strada e non so decidere dove andare, diciamo (apparentemente intende un esempio) al cinema, dove presso la fermata è appoggiata una bicicletta che potrei spingere fino a casa, oppure (apparentemente intende di nuovo solo un esempio) nell’altra direzione sulla strada maestra, incontro all’autobus in un altro paese, e i miei pensieri sono in lite tra loro: come posso decidere questo dilemma?, può capitargli come già spesso gli è capitato, se fa finta che uno possa porre questa domanda per tutti, di cadere, dopo l’inizio apparentemente generale del problema, nella fossa della propria coscienza; infatti non è un esempio valido per tutti, quello che viene citato qui, ma qualcosa che soltanto per lui è reale ed efficace e che riguarda lui soltanto; e se nel “problema” dice “io” in modo tale che questo “io” venga inteso dagli altri, come in ogni problema, alla stregua di “uno qualunque”, tuttavia intende veramente se stesso. Crede di proteggersi dalla sua storia designando eventi attuali, come l’attualità richiede, con una generalizzazione. Ma ricadrà sempre su se stesso, e da ultimo non uscirà più da se stesso. Può dire e cominciare: Devo “io” andare in questa o quella direzione, se. Enumera anche i motivi favorevoli e contrari per ambedue le direzioni; ciò sarà ancora generale e poco sospetto. Tuttavia lasciategli enumerare i motivi contro una di esse. Fino al paese di Übersee ci sono tot chilometri, la strada fin là occupa tot tempo, “io” ho tot soldi per il tragitto di ritorno con la corriera. Fin qui le sue valutazioni verranno ancora accettate. Ora ci si attendono dati più precisi, per poter calcolare. Visibilmente lui vorrebbe ricavarne un problema economico universalmente valido. Come me la cavo meglio, se tengo conto di questo e di quello. Ma lasciate che calcoli ulteriormente: Ora mi viene in mente che per il viaggio di ritorno non ho mezzi; inoltre con la mia ubriachezza darei nell’occhio ai passeggeri, anzi, comportandomi male, punterò intenzionalmente a questo risultato, dimodoché l’autista si fermerà in aperta campagna per scacciare dal veicolo il passeggero cieco. Posso evitare quest’onta dicendo che volevo dar nell’occhio solo perché qualcuno, se per caso si trovava sul veicolo, potesse vedermi e riconoscermi? Devo davvero recarmi in quel paese? Quando dice questo, col suo problema sconnesso e insensato è già precipitato, attraverso le tavole marce, nella sua propria fossa; poiché i suoi dati non sono più generali, costituiscono un problema solo in apparenza, senza però che con essi sia possibile fare un calcolo, perché non possono essere riferiti l’un all’altro né rappresentati da simboli sicuri: quanto accadrà tra persone che, come suol dirsi, non basano le loro azioni sulle leggi di natura, è incalcolabile. Bisognerà dunque lasciare la risposta a lui stesso, che del resto non se l’aspettava né la sperava da nessun altro. Andrà al cinema e attraverserà il paese riportando a casa a mano la bicicletta del fratello; se questi smonta dalla corriera, i testimoni oculari glielo racconteranno. Non andrà: è già andato ed è là; le valutazioni l’hanno nel frattempo trascinato dal locale al cinema. Proseguirà. “Io” proseguo. Ma sono possibili anche altre soluzioni: per esempio avrei di nuovo potuto aspettare la corriera davanti al muro del cinema. Che cosa mi ha trattenuto dal farlo? Questa domanda non è più un problema, ma un enigma che non diverte nessuno. Come può un estraneo sapere che quella volta, quando i suoi fratelli scomparvero e prima di ciò che sarebbe avvenuto, si aiutò a dormire cacciandosi in gola del pane nella speranza di trovarli là al risveglio, così come adesso, andandosene, esclude dalla sua coscienza il luogo in cui suo fratello, che lui aspetta, potrebbe arrivare, come se il semplice fatto di aspettare davanti a quel muro significasse per lui una disgrazia e come se potesse cambiare questa cosa, allontanandosi di lì con la bicicletta?

[in Peter Handke, I calabroni (1966), 
trad. it. di Bruna Bianchi, SE, Milano 2004]

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