ritagli / bob perelman. 1988

 

Bob Perelman
RITAGLI
Da: Ritagli, Arcipelago, coll. «ChapBook», 2015
Traduzione di Massimiliano Manganelli
Il 5 luglio 1987 ho scritto:
«Il fondamento della mente moderna
è la macchina», sapendo
che la parola “moderna” si riferiva
al più tardi agli anni Cinquanta e che
allora non c’erano macchine
nel senso contemporaneo.
Ciò rende questa cosa
“psicologia”, tranne che la parola
ricorre naturalmente soltanto
in ampi corsi introduttivi
dove il docente fluttua
sotto il vocabolario
in quel modo senza peso
in cui io qui genero le parole
solo per trovarle un po’ recalcitranti,
non all’altezza della dinamica fluida
del capitale, e fatalmente contaminate
dalla politica, ora che
il presente si è finalmente
districato
dal passato.
“Politica” è un’altra parola
il cui uso pone problemi
al lettore nato,
perché per essere posta in circolazione
comporta la sinossi
dell’ultimo film che ho visto
alla TV, quale che sia, in questo caso Hot Rods from Hell.
Questo è l’atto poetico,
la poesia che viene formata dalla scissione
dell’io dove la sua totalità immaginaria
si frantuma in tempo reale quando affronta
il proprio materiale sociale alienato
e se ne sta espulso dall’eternità a guardare
la narrazione della sua salvezza
raccontata a un paese per il quale
la vita quotidiana esige un
mondo immobile come un fondale
e una descrizione interminabile
pronunciata da attori le cui scale retributive
sono tutto quel che resta della storia.
Le limitazioni di spazio e i precedenti vincoli di genere
mi proibiscono di entrarvi
o uscirne: come
il paterfamilias col mal di schiena
trovò la propria impresa bloccata
dalla combriccola di tre rozzi teppistelli
che non poteva fermare nessun copione,
nessun talento, nessun guardaroba, niente
tranne un’auto veloce incorporata
in spezzoni ripetitivi di rumore di auto veloce
e panorami deserti da auto veloce corsa oltre.
Quando non li fuggiva
con una smorfia che soltanto un parente
stretto avrebbe potuto temere e sperare
di sciogliere, stava a letto
a farsi massaggiare
la carne troppo presente dalla madre,
una vagina dentata addomesticata
da Miltown e secoli di registi epici
che sapevano girare soltanto
di fronte alla bocca dell’Inferno
e sapevano affrontare
la suddetta bocca completamente corazzati.
Ciò può essere ovvio adesso,
ma nel 1987 l’ovvio
era talmente diminuito
da essere indistinguibile
dai media – modalità
confuse tutte stravolte
(si parlava sempre di
un luogo, le leggi passavano
a grande maggioranza, si combattevano guerre,
vite frazionarie balenavano
sotto i numeri interi
delle prime pagine, uno sguardo
finale e assente da padrone manteneva
congelata l’istituzione dell’arte) –
e così l’ovvio stava
sotto piani compatti
di parole su cui scorrevano
assegni paga istituzionali che funzionavano
meglio della repressione, decisamente.
* * *
Bob Perelman
CLIPPINGS
1988
On July 5, 1987 I wrote,
«The bedrock of the modern mind
is the machine», knowing
the word “modern” referred
to the 1950s at the latest and that
there were no machines then
in the contemporary sense.
That makes this
“psychology”, except that word
only occurs naturally
in large introductory classes
where the lecturer floats
beneath the vocabulary
in that weightless way
in which I call words forth here
only to find them a bit recalcitrant,
not equal to the fluid dynamics
of capital, and fatally contaminated
by politics, now that
the present has finally
disentangled itself
from the past.
“Politics” is another word
whose use poses problems
for the natural reader,
because to be placed into circulation
it entails a synopsis
of whatever movie I just saw
on TV, in this case Hot Rods from Hell.
This is the poetic act,
the poem being formed from the scission
of the self where its imaginary total
shatters in real time as it meets
its alienated social material
and sits ejected from eternity viewing
the narrative of its salvation
as told to a country for whom
daily life requires a
motionless world as a backdrop
and a never-ending description
pronounced by actors whose wage scales
are all that’s left of history.
Space limitations and prior genre commitments
forbid me from entering into
or leaving it: just as
the paterfamilias with the bad back
found his enterprise blocked
by the crowd of three surly punks
that no script could stop,
no talent, no wardrobe, nothing
but a fast car embedded
in repetitive clips of fast car noise
and fast car desert panoramas racing past.
When he wasn’t fleeing them
with a grimace that only an immediate
family member could fear and hope
to thaw, be stayed in bed
having his overly-present flesh
massaged by the mother,
a vagina dentata tamed
by Miltown and centuries of epic directors
who could only shoot
while facing the mouth of Hell
and could only face
said mouth fully armored.
This may be obvious now,
but in 1987 the obvious
had sagged so low
as to be indistinguishable
from the media – blurred
modalities all over the place
(it was always to be referred to
as one place, laws were
rammed through, wars were fought,
fractional lives dangled
beneath the whole numbers
in the headlines, a master’s
final absent glance held
the institution of art frozen)—
and thus the obvious lay
beneath hard-packed
floors of words over which flowed
institutional paychecks that worked
better than repression, any day.

 

 











































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