da “biancaneve” / donald barthelme. 1965

[Titolo originale Snow White © 1965, 1967, Donald Barthelme.]

ESSA è un’alta e tenebrosa beltà contraddistinta da numerosissimi grains de beauté: uno sopra il seno, uno sopra il ventre, uno sopra il ginocchio, uno sopra la caviglia, uno sopra la natica, uno sulla parte posteriore del collo. Sono tutti sul lato sinistro, più o meno in fila, dall’alto in basso o dal basso in alto:

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Capelli neri come ebano, pelle bianca come neve.

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Bill ha in uggia Biancaneve adesso. Ma non può dirglielo. Occorre trovare un modo più acconcio. Bill non sopporta di essere toccato. Anche questa è nuova. Il fatto che qualcuno lo tocchi gli è intollerabile. E non soltanto Biancaneve ma anche Kevin, Edward, Hubert, Henry, Clem e Dan. Si tratta di un particolarissimo aspetto di Bill, il leader. La nostra supposizione è che egli non desideri più essere coinvolto in situazioni umane. Una chiusura in se stesso. Chiudersi in se stessi è uno dei quattro modi di competere con l’ansia. La nostra supposizione è che la sua riluttanza a essere toccato abbia origine da ciò. La teoria dell’ansia non è condivisa da Dan. Dan non crede nell’ansia. La supposizione di Dan è che la riluttanza di Bill a essere toccato sia una manifestazione fisica di una condizione metafisica diversa dall’ansietà. Ma è l’unico a fare tale supposizione. Noialtri appoggiamo l’ansietà. Bill ci ha fatto capire per vie sottili che non desidera essere toccato. Se cade per terra, non bisogna aiutarlo a rialzarsi. Se uno tende la mano per salutarlo, Bill sorride. Quando è l’ora di lavare gli edifici, Bill prende da solo il suo secchio. Attenzione a non porgergli il secchio, in tale circostanza potrebbe accadere che le vostre mani si tocchino. Bill ha in uggia Biancaneve. Essa deve aver notato che egli non si reca più nella doccia. Siamo sicuri che l’ha notato. Ma Bill non le ha detto chiaro e tondo che l’ha in uggia. La nostra supposizione è che egli non abbia avuto il cuore di profferire parole così crudeli. Parole così crudeli rimangono chiuse nella sua carenza di cuore. Biancaneve deve interpretare la sua assenza dalla doccia in questi giorni come un aspetto del fatto che egli non gradisce essere toccato. Siamo sicuri che non dà altre interpretazioni. Ma a che cosa attribuisce il “non gradire” in sé? Non lo sappiamo.

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“Oh come vorrei che ci fossero al mondo delle parole che non fossero le parole che sento sempre!” ha esclamato Biancaneve. Ci siamo guardati seduti intorno alla tavola apparecchiata per la prima colazione. Parole al mondo che non fossero le parole che ha sentito sempre? Quali potrebbero essere tali parole? “Melma,” ha detto Howard, ma Howard è un visitatore, e un marrano per giunta, e grande è stato il nostro disappunto di avergli concesso un sacco a pelo, pertanto gliel’abbiamo ripreso, e poi gli abbiamo portato via anche la sua tazza e il latte che c’era dentro, e il cucchiaio tovagliolo e sedia, e dopo di ciò abbiamo cominciato a bersagliarlo con le scatole di cartone, affinché comprendesse che aveva usufruito a sufficienza della nostra ospitalità. Ci siamo liberati tosto di Howard. Ma il problema rimaneva. Che parole erano? “Adesso siamo nuovamente in una gran disdetta,” ha detto Kevin, ma Kevin è uno che si scoraggia facilmente. “Ingiunzioni!” ha detto Bill, e quando l’ha detto grande è stato il nostro contento che egli fosse ancora il nostro leader, sebbene negli ultimi tempi abbia dato motivi di dubbio ad alcuni di noi. “Omicidio creativo!” ha detto Henry, e nonostante fosse piuttosto debole ci sono stati applausi, e Biancaneve ha detto: “Questa è una cosa che non avevo mai sentito invero” e allora incoraggiati abbiamo cominciato tutti a dire delle cose, cose che erano più o meno soddisfacenti, o comunque adeguate per servire allo scopo, per il presente. La faccenda è stata messa a tacere, per il presente, e non è esplosa pubblicamente. Se fosse esplosa pubblicamente ci saremmo trovati invero in una gran disdetta, quel lunedì.

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Poi uscimmo a lavare gli edifici. Gli edifici puliti riempiono gli occhi della luce del sole, e il cuore dell’idea che l’uomo sia perfettibile. Sono inoltre ideali luoghi d’osservazione per osservare le ragazze; dalle alte piattaforme girevoli di legno se ne ha una rara veduta, lo sguardo fisso al cocuzzolo delle ragazze, rosso, biondo o color susina. Osservate dall’alto somigliano a bersagli, la testa color susina il centro del bersaglio, la fluttuante sottana l’audace circonferenza. Le gambe, gambe bianche gambe nere, sono come uno che agiti le braccia sopra la sommità del bersaglio e gridi: “Hai mancato il bersaglio perché non hai calcolato sufficientemente il vento!”

Grande è la nostra tentazione di scagliarvi le nostre frecce, dentro a quei bersagli. Il significato di ciò è chiaro a ognuno. Ma oltre che alle ragazze la nostra attenzione si rivolge anche agli edifici, grigi e nobili nella loro falsa architettura. Abbiamo acqua nei secchi, tamponi di gomma in cima alle pertiche, un campanello alla cintura, scatole di Tiparillos da fumare e bottiglie di birra per la seconda colazione, anche se ciò è contro la legge, ma lassù in alto dove ci troviamo noi chi volete che se ne accorga. Peccato che Hogo de Bergerac non sia qui con noi, forse l’esperienza potrebbe giovargli, potrebbe contribuire a renderlo meno disgustoso. Ma probabilmente approfitterebbe dell’occasione per compiere qualche nuovo atto disgustoso, per esempio scagliare giù in strada le lattine di birra, probabilmente per infastidire le ragazze che, esattamente in questo istante, stanno cercando di trovare la macchina da scrivere giusta nell’edificio giusto.

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Adesso ha scritto una grande poesia oscena lunga quattro pagine, ma non intende farcela leggere, si rifiuta con pertinacia. L’abbiamo scoperta per caso. Dopo aver volto i nostri passi verso casa più presto del solito esitammo un momentino nel vestibolo chiedendoci se entrare. Una strana apprensione, un presagio di non saprei che genere. Poi siamo entrati. “La posta,” abbiamo detto. Non ci sfuggì che stava scrivendo qualcosa. “La posta,” abbiamo detto di nuovo, normalmente essa ha un grande amore per la posta, ma aveva un’aria preoccupata, non ha alzato gli occhi neanche per un momento. “Cosa stai facendo,” abbiamo chiesto, “scrivi?” “Si,” ha detto Biancaneve, alzando gli occhi per an momento senza che un palpito di emozione si dipingesse sul nero ebano dei suoi occhi neri come ebano. “Una lettera?” abbiamo chiesto pensando, se era una lettera, a chi e su cosa. “No.” “La lista della spesa?” abbiamo chiesto ispezionando la sua bianca faccia alla ricerca di un’espressione di tendresse. Ma non c’era tendresse. “No.” A questo punto notammo che aveva spostato i tulipani dal vaso verde al vaso azzurro. “Allora?” abbiamo chiesto. Notammo che aveva spostato i gigli dallo scrittoio alla cassettiera. “Allora?” abbiamo ripetuto. Osservammo che aveva trasferito in cucina il pennello indiano. “Una poesia,” ha detto. Avevamo ancora la posta in mano. “Poesia?” abbiamo detto. “Poesia.” L’argomento in questione era apparso audacemente sul tappeto. “Bene,” abbiamo detto, “possiamo darci una guardatina?” “No.” “Quanto è lunga?” abbiamo chiesto. “Quattro pagine,” ha detto, “per ora.” “Quattro pagine!” Il pensiero di quell’immensa opera…

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Smarrimenti e confusioni di Biancaneve: “Ma io chi sono destinata a amare?” chiese Biancaneve esitante, giacché noi ci si amava già, in certo modo, ma ciò non le bastava. Eppure era soffusa di vergogna.

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[…]

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Biancaneve rimirò i suoi capelli che fluivano dalla finestra. “Paul? Esiste un Paul, oppure l’ho solamente proiettato come forma della mia bramosia, pena, noia o ennui? Per nient’altro che questo ho appreso tutta la vita le grazie e le arti più squisite? Il mio corpo dovizioso è dunque destinato a consumarsi, all’età d’anni ventidue, in questo milieu insopportabilmente noioso che non mi augurerebbe nemmeno la mia peggior nemica, se lo sapesse? Non v’è dubbio alcuno che esiste un Paul! Quel Paul che era un amico di famiglia, che a quel tempo non aveva ancora assunto il balenante manto della principosità. C’è un Paul da qualche parte, ma non qui. Non sotto la mia finestra. Non ancora.” Biancaneve osservò dalla finestra i duecento cittadini radunati a guardare a bocca aperta i suoi capelli. “Ugh! Come vorrei essere in un altro luogo! Sulla spiaggia a St. Tropez, per esempio, circondata da ragazzi scuri di pelle e senza un soldo. Qui ciascuno possiede un soldo. Qui ciascuno venera l’onnipossente soldo. Ma se non altro con i soldi uno sa a che cosa ammontano, in base al sistema decimale. Non c’è ambiguità nei soldi. O Gerusalemme, Gerusalemme! Le tue figliole ardono di torpore e di un senso di immenso spreco di potenziale, come uno di quei condotti che si vedono nei campi petroliferi che bruciano il gas naturale che non è economicamente razionale spedire altrove!”

da Biancaneve, Valentino Bompiani & C. , 1972.
Traduzione dall’americano, Giancarlo Bonacina.











































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