foglio volante / jean-marie gleize. 2016

 

Alla fine, in qualunque modo si vesta, la poesia si presenta sempre o finisce sempre per presentarsi come una superlingua, come una pratica sovradeterminata dalla sublimazione estetizzante, dal preziosismo formale (a volte truccata da minimalismo).

Dobbiamo quindi spostare, spostarci. Guardare agli impieghi contemporanei e ordinari della lingua. “Ordinario” era anche la parola d’ordine di Flaubert nella lettera a Louise Colet in cui parlava di una «prose très prose», cioè di una «prosa molto prosa». Per quello che riguarda me, io parlo di “prose en prose(s)”, di “prosa in prosa/prose”.

La prosa di cui parlo è in qualche modo anteriore, oppure posteriore, oppure ancora parallela, in ogni caso esterna alla distinzione tra prosa e verso.

Si tratta di mettere in discussione il verso, l’esaltazione del verso come ultimo rifugio utile a definire la poesia in quanto tale, radicalmente specifica e diversa.

Si tratta di mettere in discussione l’insieme dei vari prodotti derivati che operano all’interno della dicotomia verso-prosa: la “poesia in prosa” (il principale derivato, sommamente legittimato nella storia “moderna” della poesia), la “prosa in poesia” e la “prosa poetica” (ovvero una prosa poetizzata mediante musicalizzazione e inserzione di ingredienti ad alto tenore metaforico).

Quando suggerisco che è possibile pensare una “prosa in prosa/prose”, la prima cosa che si va a perdere è la nozione di “poesia”. La prosa di cui sto parlando implica la pratica di una scrittura dopo la poesia, implica cioè che si sia riusciti ad abbandonare l’oggetto “compiuto”, chiuso e ad alta definizione formale riconosciuto e feticizzato dalla nostra tradizione con il nome di “poesia”. Quindi: fine delle “raccolte”.

Quella che io chiamo “prosa in prosa/prose” implica, in effetti, l’“uscita” dal campo della poesia e suggerisce l’idea di una pratica letterale postpoetica se non addirittura postgenerica.

È chiaro che diventa allora necessario degenerizzare anche e nella stessa misura la prosa, scollandola dalla sua embricazione con il genere del romanzo (dato che, nel Villaggio, “prosa” significa comunemente prosa romanzesca).

Sappiamo tutti che “c’è prosa e prosa”. Questo può innanzitutto voler dire che esiste una prosa romanzesca (polimorfa, ovviamente) e una “prosa/prose” altra/altre, al plurale. Che è appunto ciò di cui sto parlando (ed ecco perché scrivo: “prosa in prosa/prose”).

Una pratica della scrittura come esposizione, come prosa posta e senza posa, esponente. Una “prosa-scatto” (Dominique Fourcade): «Dispongo le cose, metto le carte della vita in tavola senza commentare».

Qui è tutto da reinventare. La “prosa/prose” non esiste/esistono (ancora). È semplicemente il nome extra- o postgenerico che diamo alle nostre pratiche sperimentali (documentali, disposizionali…). All’esercizio di una responsabilità formale. Senza dubbio politica. Nioques

 

 [ traduzione di M. Zaffarano, già in «l’immaginazione»,
n. 294, lug.-ago. 2016, p. 28, rubrica gammmatica ]











































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