L'ARTE A PERDITA D'OCCHIO / Paul Virilio. 2005

Un’arte che sollecita senza sosta la persistenza è un’arte plastica oppure musicale? Un’arte che si rivolge più all’audiovisibile che al visibile resta un’arte grafica? Sono domande oggi senza risposta, che tuttavia condizionano la critica d’arte. In realtà, nel momento in cui è l’insieme delle arti plastiche a trovarsi improvvisamente sovraesposto di fronte ai mezzi di comunicazione di massa, la questione della persistenza retinica si pone in un modo completamente nuovo, che segna la fine della critica divenuta ormai sterile di un Marcel Duchamp che denunciava i limiti dell’arte retinica. Nel momento in cui alcuni cineasti cercano di “far subire alla corteccia visiva ciò che la musica fa subire al lobo temporale” (1), nel momento in cui l’imagerie cinematografica diventa in un certo qual modo la controfigura della musica, quello che accade non è tanto il farsi IMMAGINE della musica, quanto piuttosto il farsi MUSICA delle immagini – immagine grafica, fotografica, certo, ma comunque appartenente a quell’insieme digitale dell’imagerie della grafica computerizzata che tende ormai a soppiantare il regime analogico dell’imagerie ottica.
In realtà, laddove l’immagine strumentale dell’audiovisibile si sostituisce all’immagine mentale del visibile, viene alla luce il colpo di mano di una sedicente ARTE TOTALE in cui la settima arte – non paga di comprendere tutte le altre secondo le aspirazioni di Georges Mélies – assume di colpo la missione di fusione dei generi di questa ICO.DIVERSITA’ del sensibile, che è l’equivalente della BIO.DIVERSITA’ delle specie, per approdare all’unicità di una sensazione che alcuni definiscono un orgasmo visivo (2), mentre altro non è che un’amputazione fatale, la castrazione di quella differenza dei cinque sensi che ci permette di percepire, con il rilievo del mondo, quello dei corpi e delle loro forme distinte.
Di fatto, la fotografia non è mai stata altro che la prima di quelle “arti della luce” che a poco a poco hanno contaminato il sensibile con quel “foto-sensibile” la cui storia resta da scrivere.
Proprio quando la ripresa eliografica concretizza fin dalle origini della fotografia il TEMPO.LUCE, cioè la velocità limite di una radiazione luminosa, le arti grafiche si erano per parte loro collocate nel TEMPO.MATERIA della sola persistenza di un supporto materiale (tela, pietra, bronzo…) e quindi dell’estetica dell’apparizione progressiva delle figure del visibile.
Con il fotogramma, questa resistenza dei materiali è cessata e ha lasciato il posto alla sola persistenza cognitiva – chiamata in questo caso retinica – che permette la percezione del movimento e della sua accelerazione, dal cinematografo fino alle recenti gesta della videoscopia audiovisiva in tempo reale. Da qui emerge la denominazione di “Arte della luce” per tutto ciò che si iscrive ormai nell’estetica della sparizione filmica, analogica o digitale.
Così, con l’audiovisibile e soprattutto con il farsi musica dell’immagine, di ogni immagine, le sensazioni sonore e visive, lungi dal completarsi le une con le altre, si confondono in una specie di MAGMA in cui i ritmi hanno la meglio sulle forme e i loro confini, rapite come sono nell’illusionismo di un’ARTE SENZA FINE, senza testa né coda, nel quale, letteralmente, non si distingue più nulla se non il rapimento ritmologico. Qui nessuna decostruzione sapiente, solamente i prodromi di una pura e semplice derealizzazione dell’arte di vedere e di sapere, una confusione del sensibile analoga sotto molti aspetti a quella di quel linguaggio babelico in cui tutto affonda nell’indistinto, poi nell’indifferenza, sino alla passività di un soggetto perduto.

Dobbiamo constatare un’evidenza: se vedere e sapere divengono le grandi richieste del nostro XXI secolo, col superamento del politicamente corretto operato dall’otticamente corretto – una correzione che non è più oculare delle lenti dei nostri occhiali, ma piuttosto societaria della nostra visione del mondo, nell’epoca della globalizzazione planetaria.
In realtà, se le società totalitarie hanno tentato di realizzare questa politica panottica, la società globalitaria che oggi si annuncia possiede i mezzi audiovisivi per riuscirci assolutamente, grazie a questa accelerazione della realtà in cui l’arte di vedere è forse la primissima vittima.
A questo punto la questione non è quindi più solo quella della “figurazione” e della “non figurazione” come non XX secolo, ma piuttosto quella della rappresentazione nello spazio reale dell’opera e della pura e semplice presentazione in tempo reale di eventi o di incidenti intempestivi e simultanei che certi artisti battezzano talvolta performance oppure installazioni…
Mentre l’accelerazione della storia dell’arte degli inizi del XX secolo non era che la prefazione al prossimo superamento della figura, e forse di tutta la figurazione, l’accelerazione della realtà contemporanea del nostro XXI secolo rimette in questione ogni ‘rappresentazione’, non solo pittorica o architettonica, ma soprattutto teatrale, a danno della scena politica della democrazia rappresentativa.
Lo si voglia o meno, ciò che oggi viene profondamente contestato dalla dismisura del progresso cibernetico e dell’accelerazione ipersonica è l’insieme delle rappresentazioni, a unico beneficio delle tecniche di telecomunicazione istantanea, della presentazione in tempo reale, dei fatti come di queste opere un tempo plastiche e ormai puramente ‘mediatiche’. Tutto ciò che è ancora fisso è di fatto minacciato da questa “inerzia panottica” della velocità della luce nel vuoto, da queste onde elettromagnetiche che derealizzano la funzione di irradiamento ottico della luce, a vantaggio del solo irradiamento elettro-ottico, della falsa luce degli schermi.
QUI, ma dove, in definitiva? La sedentarietà grafica delle arti plastiche diventa una tara di fronte alla mobilitazione generale delle sequenze non più animate – come ieri con la bobina del film – ma accelerate infinitamente fino al limite della visibilità delle immagini (analogica, digitale…), al punto che il morphing si trova a essere il successore dell’antica, immemorabile morfologia delle figure della rappresentazione.

Note.
(1) Pip Chodorov
(2) Pip Chodorov, citato da Jennifer Verraes in un articolo per la rivista Trafic, Printemps 2004.

 

(Da: Paul Virilio, L’art à perte de vue, Edition Galilée, ottobre 2005, traduzione italiana apparsa su Domus n. 886, novembre 2005. Image: Uri Tzaig, Terrrror Territories, 2004, lightbox 126 x 168,6 x 18 cm, Galerie Erna Hecey, Brussels.)

HIVER. Levé du pied gauche (Extraits 1) / Christophe Marchand-Kiss. 2007

Christophe Marchand-Kiss
HIVER. Levé du pied gauche (Extraits 1). 2007

son talent anxieusement — contenu
et voilà merde que les rêves décodent
et ce matin disent la vérité — à plein
et qu’il se réveille son On sous
le sommier dans la poussière —
les moutons.

On aimera casser la gueule du boss
quand On sera endormi — demain.

On rêve du plat de la main.
On s’escrime à la rendre froide
au premier jugement venu
dans le syndrome d’un
dentifrice mousseux.
On se lève, la même chose
le même oiseau glacé
— chante faux
les mêmes retorses
glacées
— frisent faux.
On se demande. On a raison
de se demander.

le miroir ne fendille pas : pas même noir
les gencives et merde le coupe-coupe
qui ne coupe. On dit levé du pied gauche
pour dire merde chaque fois qu’il est possible
de dire merde et merde et remerde — On en
redemande. C’est ainsi.
baiser un trampoline ça irait ?
et faire s’écouler un os ou le résidu
crânien ?

***

les âmes ondoient, les corps tremblent.
foutaises. On cite de mémoire
wilson estherazy cantona machin
pas certain de l’orthographe
On saisit la poupée à bras le corps
On la dépose c’est un dépôt.

un japonais marque un but
au loin —
dans l’angle droit du rétroviseur
télévisuel.

On crie tais-toi
sait-On jamais
On crie tais-toi
en lui passant
du déodorant
sous l’aisselle
les infirmières
sifflotent.

***

le merle englue la partie vide
de la neige : la neige englue
la partie vide de l’ensemble
les vaches se gardent mal
près des fontaines gélifiées.
On fait de la confiture.
On pense à On pensera.
On vire de bord presque
à mi-pente — paillasson.

***

les informations le positif
usurpations les turpitudes
passées dégagent les sommets
de la variété : de pipi à robinet
de caca à va-te-faire-voir : On
vomit discret de la pelure
de société sur des surplus
militaires nés d’une élection.

oui c’est elle qu’elle le trisse
et On verra bien. au propre.

***

le débarbouillage efficace
le gant sans crin et sans crisse-
ment abusif du lexique
vient — il est là.
On se regarde : On est pareil.

après déverrouillage des sens
la gueulante contre tout contre
l’armoire à pharmacie
premières gélules
englouties
le maintien en forme.

ce soir un autre jour
sans gratouillis dorsaux.

moments sinistres.
frigo et tangage
allumettes qui
noircissent les doigts.
l’altitude des casseroles
leur hoquet glaçant.
horreur des détails
de la reprise en main :
routine intime.
souffrir que le clapet
se mette en marche —

au bureau.

***

rythme faible, peu de sang.
l’exagéré de l’organisation
l’attente d’un premier chaud
au garde-à-vous en silence
à l’écoute d’un gazinière
idéologue.
tout se refuse même l’écrit
le bouillant refroidit
lentement
On lape
On retient un
sans y penser.

On aimerait pigeonner de l’humain
et le plumer : ma pool.

Continue reading “HIVER. Levé du pied gauche (Extraits 1) / Christophe Marchand-Kiss. 2007”

da LE TAVOLETTE DI BOSSO DI APRONENIA AVITIA [I.] / Pascal Quignard

da LE TAVOLETTE DI BOSSO DI APRONENIA AVITIA

I. Vita di Apronenia Avitia

Apronenia Avitia nacque nel 343. Costante governava l’impero. Visse settantun anni. Era potente, patrizia, e la maggior parte dell’anno soggiornava nei suoi palazzi di Roma o nella ricca villa del monte Gianicolo. Nelle lettere e nel diario che teneva – come Paolino e Rutilio Namaziano – non si trova una sola osservazione che accenni alla fine dell’impero. Forse non si degnava di vedere. Oppure non vide. O chi sa ebbe il pudore di non riferire nulla, o ancora il fermo proposito di farne uso come se di nulla si trattasse. Tale disprezzo, tale indifferenza le valsero il disprezzo, l’indifferenza degli storici. La morte di Magnenzio, l’esecuzione di Gallo, l’ascesa di Giuliano al potere imperiale, Gioviano, Valentiniano, Valente, non uno di questi nomi sfiorò le sue labbra. Vide Alarico in Roma: non si preoccupa di annotare altro se non la densità granulosa e luccicante di una foschia che si leva, o qualche pescatore che in lontananza passa sul Tevere. La battaglia di Mursa, la battaglia di Argentoratum, la battaglia di Marcianopoli e quella di Adrianopoli, le penetrazioni consecutive dei Franchi, degli Alamanni e dei Sassoni in Gallia, le penetrazioni consecutive dei Goti e degli Alani in Pannonia, dei Bastarni e degli Unni lungo il Danubio, dei Sassoni in Bretagna, dei Vandali e degli Svevi in Spagna, fu come se quei gladi scontrandosi non emettessero alcun suono, e come se il sangue delle loro vittime, versato sul selciato delle strade, sulle stoppie incendiate dei campi, sul marmo dei palazzi espugnati o devastati, rimanesse invisibile. Era più giovane di Simmaco e Ambrogio. Era più vecchia di Agostino e Girolamo. Tramite Decimus Avitius era legata a Vettius Agorius Prætextatus e Aconia Fabia Paulina, a Virius Nicomachus Flavianus, a Rusticiana, a Lycoris, a Lampadius, a Melania la Vecchia e agli Anicii. A dire il vero, l’intreccio di amicizie e parentele cui fu assoggettata Apronenia Avitia è reso ancor più complicato in quanto il suo secondo matrimonio ha ingarbugliato talvolta fino alla confusione i fili di una tela che già in origine era per molti versi inestricabile. Nel 350 i Franchi salii si stabilivano in Toxandria. Apronenia Avitia aveva avuto per nutrice una giovane originaria dei dintorni di Sezze; il suo nome era Latronia ed era nata al tempo dei Vicennalia di Costantino; morì crudelmente tre anni dopo – l’anno della morte di Magnenzio – violentata e straziata all’età di ventidue anni al termine di un banchetto da amici di D. Avitius, e senza dubbio dallo stesso D. Avitius. Nel 357, quando Memmius Vitrasius Orfitus per la seconda volta era prefetto di Roma e Sextus Claudius Petronius Probus proconsole d’Africa, Decimus Avitius diede in sposa Apronenia Avitia, la sua figlia maggiore, ad Appius Lanarius. Lo stesso anno, in Numidia, a Tagaste, un piccolo africano gracile, dalle membra debolucce, che sapeva a malapena camminare, e che rispondeva al nome di Augustinus, giocava nell’ombra dei vicoli straordinariamente bianchi, inondati da una luce densa, lanciando goffamente noci contro delle quaglie e un usignolo domestico. E’ il figlio di un decurione, Patricius. Sua madre ha press’a poco l’età di Apronenia Avitia; è cristiana; ha una leggera inclinazione al bere; si chiama Monica.

*

Nel 360 – quando Sextus Aurelius Victor terminava i Cæsares – Apronenia Avitia aveva già partorito Flaviana e Vetustina. La giovane patrizia era legata da parte di padre alle più potenti famiglie del partito pagano. A Roma, nei due palazzi di proprietà di Appius Lanarius, riceveva Rusticiana col ragazzino di otto anni, Aconia Fabia Paulina, Melania la Vecchia e Anicia Proba. Insieme ad A. Lanarius era ricevuta in casa di Sex. Claudius Petronius Probus e in quei circoli pagani che godevano del favore imperiale. Nel 364 L. Aurelius Symmachus – il padre di Simmaco – era prefetto dell’Urbe. In un piccolo appartamento affacciato sul ponte Sublicio Apronenia Avitia s’incontra con un certo Q. Alcimius, che amerà per cinque anni (gli anni 365-370). Nel 369, a Treviri, Quintus Aurelius Symmachus consegnò al Principe l’oro delle oblazioni. Fu proprio allora che Apronenia Avitia ruppe con Q. Alcimius. Ha riportato quella scena, l’appuntamento fissato ai Rostri, in pieno giorno, i pochi insulti secchi, il dolore, Silig che non arrivava, la visione per due o tre ore della bestia Gorgone, infine i singhiozzi. La gloria delle sue amiche più strette cresceva, mentre lei restava nell’ombra, si seppelliva nell’ombra, aggiungendo pezzettini di paglia, di crine, di muschio, di foglie e di fiori ai nidi ricchi e oscuri – o agli immensi termitai – che edificava in cima ai colli dell’Urbe; nel 370 Memmius Vitrasius Orfitus dava in sposa sua figlia Rusticiana a Q. Aurelius Symmachus; nel 371 Sextus Claudius Petronius Probus era collega dell’imperatore. L’anno della proclamazione di Valentiniano II Apronenia Avitia aveva già dato alla luce sette figli che superarono il secondo anno e che le sopravvissero tutti. La prima lettera che sia stata conservata di Apronenia Avitia risale all’anno 379 – Flavius Afranius Syagrius era allora proconsole d’Africa e Decimus Magnus Ausonius console. E’ l’anno che precede l’editto di Teodosio. Due opere sono rimaste sotto il nome di Apronenia Avitia: le epistolæ e i buxi. Si definiscono buxi quelle particolari tavolette, in legno di bosso, sulle quali gli Antichi annotavano debiti e crediti, nascite, disastri e morti. Apronenia iniziò a tenere questa specie di agenda, di effemeride, di promemoria, di appunti giornalieri l’anno della morte di Teodosio (395 d.C.). Era anche l’anno in cui morì suo padre, D. Avitius, in seguito al suicidio di Virius Nicomachus Flavianus, e l’anno in cui si risposò con Sp. Possidius Barca. A quel tempo ha cinquantuno o cinquantadue anni. Le note si interrompono l’anno del matrimonio di Ataulfo con Galla Placidia (414 d.C.). Apronenia Avitia ha allora settantun anni. Si può pensare che la fine del diario coincida con la sua morte. La corrispondenza giuntaci sotto il nome di Apronenia Avitia ha inizio a partire dall’anno 379 ma non consente una maggiore precisione. Non rimane alcuna lettera posteriore all’assassinio di Stilicone (22 agosto 408), nessuna lettera, comunque, scritta dopo l’ordine di martellamento delle iscrizioni del Foro romano che lodavano la dedizione di Stilicone all’impero e che ne celebravano le vittorie (Quamvis litteras meas…, folio 481 r°). Esiste una sola edizione delle lettere e delle tavolette di bosso. Si trova nella riedizione parigina del 1604 della raccolta di Fr. Juret: Quinti Aurelii Symmachi v. c. / Cons. ordinarii, et præfecti Urbi / Epistolarum Lib. X. castigatissimi. / Cum auctuario. L. II. / Cum Miscellaneorum L. X. / Et Notis nunc primum editis / a Fr. Jur. D. / Parisiis, Ex Typographia Orriana. Anno Christiano 1604. Cum privilegio Regis. Quella riedizione venne ampliata con i manoscritti della collezione di Fr. Pithou ed è perciò molto più ricca di testi della bassa latinità che non la precedente, che risale al 1580 e che ebbe larghissima diffusione. J. Lect riprodusse soltanto il testo della prima edizione. Le Epistolæ di Apronenia Avitia sono ai ff. 342-481 della riedizione parigina del 1604. Nelle tre lettere datate 380 che ci sono pervenute non vi è un solo accenno allo stato dell’impero né al progredire del partito cristiano, all’editto di Teodosio, alla distruzione dell’altare della Vittoria. Apronenia Avitia assistette alla penetrazione estremamente rapida di quel partito religioso senza che la sua opera ne abbia nemmeno conservato la traccia del nome. Epoca prodigiosa, tuttavia, ove la sola risonanza dei nomi propri trascritti a poco a poco nelle leggende canoniche appare già terribile, fitta, coagulata, sorda, medievale, e come indissociabile dal tessuto stesso di una lingua che non è ancora: Didimo, Bonoso, Damaso, Siricio, Ottato, Sidonio, Martino, Ilario, Paolino, Macrobio – e ove anche uno sconosciuto si chiamava Ambrosiaster.

(Da: “Les tablettes de buis d’Apronenia Avitia”, Paris, Gallimard, 1984. Presentiamo qui la traduzione delle pp. 11-16, che aprono la prima parte dll’opera. Il presente testo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista “Testo a Fronte” di Marcos y Marcos, n. 17/1997, pp. 41-51. La traduzione è di Giuseppe Macor. Immagine: “La musa Polimnia”, pittura a encausto su ardesia, Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona.)

da LE TAVOLETTE DI BOSSO DI APRONENIA AVITIA [II.] / Pascal Quignard

da LE TAVOLETTE DI BOSSO DI APRONENIA AVITIA

II. Le tavolette di bosso di Apronenia Avitia

I. Cose da fare a. d. VI kalendas

Vado al tempio di Numa. Cortine da lettiga.

II. Cose che sono rare

Fra le cose che sono rare aggiungerò un libro che è ben emendato. Un uomo che dimentica lo sguardo degli altri uomini. Una pinzetta per depilare che depili. Delle ante alle finestre che non lascino passare la luce del giorno.

III. Passeggiata sull’isola

Vidi passare sul Tevere delle barche piatte cariche d’avena, anfore, grano, frutta. La luce rasentava l’acqua. I colori erano bellissimi, in particolare i verdi e gli azzurri. Dei bambini nudi s’inzaccheravano sulle rive, nel silenzio. Eravamo troppo lontani per udirli e il vento veniva da sud. Poco distante, sulla sponda di una pozza d’acqua, fra i giunchi, con i glutei rosa posati sui talloni, un bambino di cinque anni, nero d’abbronzatura, pescava ranocchi. Con uno sguardo imperioso e portandosi la mano sul sesso ci fece segno di allontanarci.

IV. Cose da fare

Al tempio della Pace, alle spoglie di Tito. La phiala attribuita a Mys. Via Tiburtina. Vino originario del colle di Sezze.

V. Parto di Lycoris

Lycoris ha partorito un bambino che è morto di lì a poche ore. Assistetti Lycoris nel parto, accompagnata da Spatale e da Nigrina. Non mi piacciono le stanze da parto dove il bimbo è morto. Lycoris fece servire del vino di Siria. Il vino non ebbe effetto. Ho provato una tristezza che è durata sino al pranzo, in cui mangiai ostriche e porcini.

VI. Cosa di cui bisogna ricordarsi

Il tavolo rotondo di cedro da Glaucos.

VII. Differenti tipi di donne

Le donne che trovano tutto ammirevole, favoloso, inaudito sono insopportabili. Le donne che trovano tutto da poco, mediocre, stupido, di nessun valore, privo di gusto sono insopportabili.

VIII. Cose da fare

Al colosso di Domiziano a cavallo. L’ampio mantello agganciato sotto il collo. Il lotto di lecci. Peschi innestati su albicocchi. Un mulo al prezzo di un giovane schiavo.

IX. Q. Alcimius

Un tempo Quintus mi amava. Eravamo giovani. D. Avitius respirava ancora. Veniva furtivamente, passando dalla porta di servizio; avevamo la notte intera. Ai primi albori fingeva di alzarsi a malincuore, cercava la tunica, diceva che soffriva a lasciarmi. Non si affrettava ad allacciare i sandali. Veniva a baciarmi sul viso e giù, sul pube. Mi destavo. Gli dicevo, preoccupata: «Sta per far giorno. Sbrigati.» Sospirava. Quel sospiro mi sembrava fosse un’eco del fiume che attraversa l’Erebo. Allora si raddrizzava e rimaneva seduto sul letto. Annodava un laccio. Si chinava di nuovo e mi sussurrava all’orecchio il proposito di un desiderio, o forse inseguiva qualcosa che mi aveva raccontato durante la notte. Compiva una breve libagione all’aurora e con l’acqua si puliva la bocca, il sesso, si stropicciava gli occhi. Scivolavo dietro di lui. Restavamo un istante a guardarci davanti alla porta a due battenti. Mi diceva che non gli piaceva avere dinanzi tutta una giornata da trascorrere lontano da me. Mormorava che soffriva per questa separazione. Ripetevamo quattro o cinque volte l’appuntamento che avevamo combinato. Avevo la mano sul suo braccio. Toccavo le sue labbra con le mie. Varcava la porta e se la svignava di colpo. Nell’ombra ritornavo a letto. Mi sedevo. Ero riconoscente di aver vissuto la notte che avevo passato. Invidiavo me stessa, avevo i gomiti sulle cosce, mi sentivo umida, olezzante, arruffata. Ero felice, ma fra i rumori dei galli e dei secchi versai qualche lacrima. Amavo quella specie di fatica, quella spossatezza, quegli odori mescolati e quella sorta di sconforto repleto che non sempre si distingue dalla nausea e che è dovuto all’estremo appagamento.

(Da: “Les tablettes de buis d’Apronenia Avitia”, Paris, Gallimard, 1984. Presentiamo qui la traduzione delle pp. 39-43, che aprono la seconda parte dll’opera. Il presente testo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista “Testo a Fronte” di Marcos y Marcos, n. 17/1997, pp. 41-51. La traduzione è di Giuseppe Macor. Immagine: alcuni frammenti di un affresco romano di Martizay.)

da LE SIGNE = / Christoph Tarkos. 1999

Il sentimento
(da: Le signe =, 1999)

Il sentimento essere senza aspettare, essere immediatamente, il sentimento di non andare lontano, di non aspettare, essere il più vicino possibile, essere vicino, di non allontanarsi, di non voglio allontanarmi, non voglio dover partire, non voglio lasciare casa, per andare dove, per aspettare cosa, per sapere, non voglio saperne di più, il fatto di non volerne sapere di più, di pensare che ciò che c’è da pensare non si trova lontano, si trova vicinissimo, che il sapere non è lontano, di dirsi, di dirsi semplicemente, di potersi dire, essere lì e potersi dire, senza andarsene lontano, di dirselo, il sentimento di poterselo dire senza cercare lontano, dirsi che non è lontano, che non occorre fare la strada del treno, la strada per uscire, la strada dell’uscita, la strada del fuori, il sentimento che per un istante tutto si può riassumere al momento stesso in cui ce lo si dice, il fatto di dirsi quello che si vuole, il fatto di dirsi per esempio che non è lontano, che può essere lì, in prossimità, che per questa volta non ci sarà bisogno di andarsene lontano, di prendere la macchina, di girare, di viaggiare, di non disturbare, senza disturbare, senza dover rivoltare tutto da cima a fondo e cercare e aspettare, di andare a cercare, di maturare a forza di aspettare, di correre a forza di aspettare, di rovesciare a forza di aspettare, di ricercare a forza di aspettare, di vedersi partire a forza di aspettare, di distaccarsi a forza di aspettare, di lasciarsi a forza di aspettare, non ci si lascia più, si resta insieme, ce lo si dice, di dirselo semplicemente, che quello che si cerca è lì, è molto vicino, è meno lontano di quanto si potrebbe pensare, dicendoselo, il sentimento, mentre si passeggia, mentre il sentimento passeggia, dicendosi, senza aspettare senza cercare, senza andare, passeggiando, dicendosi.

*
Le parole non esistono
(da: Le signe =, 1999)

Di parole non ce ne sono. Le parole non vogliono dire niente. Le parole non hanno senso. Non ci sono parole perché c’è un senso, il senso ha svuotato le parole di ogni significato, le ha completamente svuotate, alle parole non resta niente sono dei sacchi vuoti svuotati che sono stati svuotati, il senso si è preso tutto il senso, non ha lasciato niente alle parole, conchiglie vuote, il senso si dibatte completamente da solo, non ha alcun bisogno di parole, il senso vuole tutto, il senso vuole prendersi tutto, ci prova, non si ricollega a niente, le parole non si ricollegano a niente, non vuole ricollegarsi, vuole continuare a fare senso, costi quel che costi, mentre si dibatte schiaccia le parole, mentre si dibatte da solo, non si possono più prendere le parole per degli elementi di senso, per gli elementi di tirate che abbiano un senso, di parole non ce ne sono, c’è il senso che spinge, che si attacca all’ondata. […]

[ traduzioni di m. zaffarano ]