la nascita di un episodio durante la colazione / peter handke. 1966

«Quando ero laggiù».

Quando ero laggiù in quella casa, di notte sentivo i treni e fino a metà della notte sentivo i tram giù in città e per tutta la notte gli autocarri sulla circonvallazione. Distinguevo i rumori e ne attribuivo uno ai motori, uno alle rotaie, un altro ai segnali, uno agli scambi, uno al vapore; attribuivo i rumori dei motori alla velocità e la velocità alla scarpa e al piede che premeva il pedale con la punta, e alla mano che tirava la manetta; e attribuivo la scarpa e la mano all’uomo e all’uomo tra le spalle la testa, e alla testa gli occhi strizzati e stanchi e agli occhi gli sguardi. E agli sguardi in principio non attribuivo nulla. Ma in seguito attribuivo loro la corrente contraria dell’asfalto e alla corrente le rive segnalate dai paracarri e a questi segnali lo sbadiglio in avvicinamento dei catarifrangenti e le ombre selvagge che si raggrinzivano e ruotavano.

Ai rumori che sentivo attribuivo le immagini. Alle immagini attribuivo i rumori che non sentivo. Ai rumori che non sentivo attribuivo le immagini. Al rumore del giunto e degli snodi attribuivo la carrozza posteriore del tram. Alla traccia luminosa delle carrozze del tram attribuivo dietro i finestrini le singole immagini dei passeggeri, alle ginocchia dei passeggeri le borse, alle mani il giornale ripiegato dall’odore acidulo, il biglietto, il cappello, i guanti bianchi con una traccia di rossetto sulla punta del dito medio. All’immagine della bocca attribuivo i rumori, e alla bocca alterna attribuivo rumori alterni. All’immagine della prima bocca e all’immagine della seconda bocca facevo alternare i rumori, e facevo sì che le immagini dei corpi alterni si chinassero le une verso le altre. Attribuivo alle labbra le immagini dei movimenti della bocca e ai movimenti i rumori. Alle immagini dei corpi, chine le une verso le altre, attribuivo la conversazione. Facevo alzare in piedi le immagini dei corpi, facevo sì che l’immagine del primo viso passando si voltasse a guardare l’immagine del secondo, facevo sì che l’immagine del secondo viso annuisse all’immagine del primo viso. Mi facevo un’immagine precisa di questo annuire, mi facevo un’immagine delle braccia allungate in verticale e delle dita che artigliavano il mancorrente. Ai mancorrenti attribuivo poi l’immagine delle maniglie che di nuovo penzolavano vuote. Facevo scorrere in fila nella carrozza le immagini delle persone. Le facevo salire, le facevo passare, le facevo scendere. All’ammutolire del tram e al silenzio attribuivo il cerchio di luce del capolinea, le panchine di cemento sull’erba, la tettoia in penombra e la toilette sigillata. E a queste immagini invisibili attribuivo i rumori che non sentivo, e a questi rumori le invisibili immagini delle persone che scomparivano dal cerchio di luce verso tutti i punti cardinali, lo svolazzare scuro e chiaro degli abiti sopra il selciato, il volgersi delle teste prima di attraversare la strada, lo spegnarsi delle sigarette e l’occhieggiare del giornale dal cestino dei rifiuti. Dopo aver attribuito le immagini ai rumori non udibili, attribuivo al silenzio non udibile che seguiva i rumori l’immagine del bigliettaio che sedeva su suo sedile rialzato accanto alla porta aperta e trascriveva le cifre, l’immagine del manovratore che passeggiava avanti e indietro nel cerchio di luce spingendo col piede un biglietto accartocciato, e l’immagine di un uomo il cui corpo, luminoso, poi oscurato dal riverbero di luce dell’altro lato della strada, usciva dal buio e sull’erba si avvicinava alla carrozza. Dopo però iniziavano i rumori della partenza, rumori che sentivo e percepivo, dimodoché mi stancavo, a questo punto, di dare ai rumori le immagini e alle immagini invisibili i loro rumori. Attribuivo dunque altre immagini ad altri rumori che sentivo. Continue reading “la nascita di un episodio durante la colazione / peter handke. 1966”

phobos 2' 34'' / marco giovenale. 2013


fammi vedere, giocando sulle rotaie, lo so che hai paura dei giornalisti, degli ospiti, delle ospiti, dei gatti sulla tovaglia (se a quadri), paura dei cappelli, della verginità, della russia, di lasciarti andare, dell’eco, degli ex voto, delle marionette di porcellana, se hanno gli occhi stravolti, verso l’alto, ma è leggera, ma hai paura del cibo, comunque dell’arte astratta, delle infezioni, delle intossicazioni, da cibo, paura delle crêpes, delle creme, delle panne, delle curve delle tende, dei sipari, meglio, delle fotografie di frattaglie, delle lumache, dei cani, dei luoghi chiusi con dentro i cani, dei cani in libertà, nel parchetto, nell’erba alta, terrore dell’erba alta, degli spazi aperti, dei cani negli spazi aperti, se gli stessi spazi contengono anche luoghi chiusi con dentro altri cani, quelli degli spazi chiusi, alla catena, ma anche senza catena, con catene fatte a loro volta di piccoli cani legati uno all’altro, che potrebbero sciogliersi, paura di questo, e di conseguenza paura dei bambini che piangono perché a loro volta spaventati, imparando a farsi forza, non riuscendoci, con la paura di imparare, di seguire a ritroso il percorso, smarrire il sentiero, rientrare e trovare solo delle facili allegorie, che fanno paura, molta paura degli Continue reading “phobos 2' 34'' / marco giovenale. 2013”