I litofoni di Luciano Bosi e le sculture di Pinuccio Sciola

Il 13 agosto 2019 pubblico su GAMMM un video in cui Luciano Bosi suona alcune “sculture” di pietra da lui realizzate. Il post viene commentato sui social e risulta subito evidente che è necessario un chiarimento.
Luciano Bosi propone allora un sintetico excursus sulla storia più recente della “pietra che suona” e delle sostanziali differenze tra la sua ricerca e quella di Sciola [ad esempio, qui su GAMMM: Singing Stones / Pinuccio Sciola].

Vorrei spiegare la direzione ed il senso della mia ricerca sonora perché ultimamente, quando utilizzo i miei litofoni, c’è sempre qualcuno che maliziosamente richiama il lavoro del grande scultore Pinuccio Sciola, volendo sottolineare un “plagio” da me perpetrato ai danni dell’artista sardo.

Questo approccio superficiale all’arte e alla ricerca da parte del pubblico, a volte ahimè pure qualificato, è quello che a mio parere va contrastato, anche se purtroppo in quelle specifiche occasioni spesso manca il tempo per approfondire l’argomento. 

Approfitto allora volentieri di questa occasione per proporre un sintetico excursus sulla storia più recente della “pietra che suona” (escludendo volutamente, per esigenze di sintesi, tutti i riferimenti etnomusicologici ben più antichi).

Un nome per tutti: Elmar Daucher, scultore tedesco, vero pioniere nel campo, che licenzia per la prima volta nel 1974 una serie di opere sotto il titolo “Klangsteine”, pietre sonore, appunto.


Elmar Daucher, Klangsteine.

Le opere di Daucher presentano innegabili similitudini con le pietre sonore di Sciola, realizzate ben 20 anni dopo. Si pensi solo ai tagli ortogonali, o lamellari, che caratterizzano le pietre di Daucher e che ritroviamo anche nelle pietre di Sciola.

Successivamente, nel 1987, il pianista e compositore tedesco Klaus Fessmann, con la collaborazione della SVERAM (impresa che si occupa della produzione di strumenti musicali non tradizionali), rimase ammaliato dal suono delle pietre di Daucher, e da allora decise di dedicare la sua ricerca musicale alla pietra che suona, nella dichiarata intenzione di ispirarsi agli strumenti sonori ancestrali in pietra provenienti dall’Asia.


Klaus Fessmann, Klangsteine.

 

Venendo ora a Pinuccio Sciola, è possibile individuare un drastico mutamento nell’evoluzione delle sue opere scultoree a partire dalla seconda metà degli anni ’90.

Così, nel 1996, Sciola licenzia le sue prime “Pietre Sonore”, opere decisamente astratte e concettuali, che presentano tratti a dir poco molto simili alle opere di Daucher, precedentemente citate.

Detto ciò, non ritengo che l’evidente ispirazione, sebbene non dichiarata, di Pinuccio alle precedenti intuizioni di Daucher mini in alcun modo le riconosciute capacità artistiche dello scultore sardo, che ha comunque saputo reinterpretare le Klangsteine legandole indissolubilmente alla cultura sarda. E non mi riferisco alle pietre sonore realizzate da Pinuccio di dimensioni più ridotte, ma piuttosto ai grandi monoliti conservati nel parco di San Sperate, elementi di straordinaria potenza e potere evocativo.

Nulla di male dunque per l’ispirazione tratta da Sciola dai predecessori sopra richiamati, perché è proprio dalla continua contaminazione che l’arte può rigenerarsi per creare ogni volta qualcosa di unico e nuovo. Ma va sottolineato il fatto che Sciola fosse uno scultore, non un musicista. Di conseguenza la direzione della sua ricerca non è mai stata quella sonora, sebbene abbia tratto spunto dalle intuizioni di Daucher e di Fessmann, ma piuttosto quella della forma estetica e rappresentativa, con una particolare attenzione alla forma grezza e naturale dell’elemento pietra. 

In realtà sono stato il primo ad aver utilizzato le pietre di Sciola nella realizzazione di un disco in una dimensione rigorosamente acustica, così da far emergere il suono della pietra per quel che è, completamente naturale , e non invece enfatizzato o modificato elettronicamente come spesso accade.

Va detto che, da musicista e ricercatore, i suoni della pietra mi avevano affascinato già parecchio tempo prima che Pinuccio realizzasse le sue prime pietre sonore. L’inizio delle mie ricerche in ambito etnomusicologico risale all’anno 1979, che segna la nascita del progetto “Quale Percussione?” (progetto che ad oggi vanta oltre 3.000 strumenti a percussione provenienti dalle varie culture del mondo, conservati e fruibili nell’omonimo museolaboratorio a Modena, in convenzione con il Comune).
Seguendo tale percorso è stato inevitabile imbattersi nei meravigliosi litofoni, da sempre utilizzati da diverse culture nel mondo, che esercitano un fascino non indifferente legato all’utilizzo di un elemento naturale così potente ed evocativo come la pietra.

Conoscevo già il lavoro di Daucher, le cui pietre sonore erano state splendidamente utilizzate per la realizzazione del disco “Music from the Stones”, di Stephan Micus (1989, EMC Records) che ho amato e che consiglio vivamente di ascoltare.

Tuttavia, l’essere stato coinvolto dall’Associazione Culturale “Circolo Nuraghe” di Fiorano Modenese nella ideazione del disco “Suoni e Silenzi di Pietra – musiche per un’esposizione” (2008), realizzato con l’utilizzo delle sculture di Pinuccio Sciola (che ho voluto dedicare a “Le città invisibili” di Calvino), mi ha dato per la prima volta l’opportunità di esplorare direttamente il suono delle pietre sonore sulla base delle mie conoscenze e sensibilità acquisite in tanti anni di ricerca e sperimentazione.

È stato grazie a una mia particolare capacità di “toccare il suono”, più volte riconosciutami, tra gli altri , anche dallo stesso Pinuccio, che ho deciso che avrei sfruttato le potenzialità della pietra senza alcun utilizzo di ausili elettronici, ossia interamente in acustico.

Entusiasmato da quella esperienza, negli anni successivi la mia personale ricerca sul suono della pietra è proseguita con nuova consapevolezza e vigore, esplorando nuove forme e diversi tipi di pietra, quali marmo ed onice.
In particolare dal 2015 sono arrivato a fondere nel mio lavoro sulle pietre sonore le competenze antropologiche ed etnomusicologiche acquisite in tutti gli anni di studio e ricerca con le più recenti esplorazioni sulle sculture sonore di pietra. Dunque una ricerca del suono, quale ancestrale porta di accesso ed espressione di credenze antiche, nella sua valenza di suono della pietra, così come inteso all’interno delle culture arcaiche da me studiate.
La sacralità dei riti ancestrali che ho approfondito richiedeva infatti l’utilizzo di sonorità timbriche molto particolari, lontane dal concetto di musica, che grazie al loro insito potere evocativo consentono ancora oggi di trasportare l’ascoltatore in un altrove che pulsa nelle nostre viscere, e risuona richiamato in vita nella nostra memoria antica.

Ritengo che proprio questo possa essere il mio particolare contributo alla estesa e variegata ricerca sul suono della pietra, che è certamente favorita dalla personale ed unica “banca dati etnografica acustico-percussiva ed analogica” a cui posso attingere e che è frutto della ricerca di una vita. È una ricerca che ho interiorizzato e probabilmente per questo riesco a tradurre in un modo di esplorare il suono.

Mi auguro che dopo questo intervento qualcuno decida di citare anche Daucher, magari, o Fessmann o una delle tante popolazioni tradizionali che utilizzano da sempre le pietre sonore.