da lana di vetro / sebastian big. 2020

Titolo originale  Vata de sticla, Charmides, 2015. Traduzione dal rumeno di Alessandro Cucchi.

Img Sebastian Big

n1

Tigrii și zebrele au dungi,
leoparzii au pete,
curcubeul este plin de culori frumoase,
picăturile de apă cad din cer;
toate acestea fac parte din sistemul universal al naturii
și din sistemul ei numeric.

§

Tigri e zebre hanno le strisce,
i leopardi hanno le macchie,
l’arcobaleno è pieno di colori belli,
gocce d’acqua cadono dal cielo;
tutto ciò fa parte dell’universale sistema naturale
e del suo sistema numerico. Continue reading “da lana di vetro / sebastian big. 2020”

da infinito mobile / marco mazzi. 2020

PARTE 01

sequenza uno

00

[mi chiamo iy. figlia di genitori cinesi. vivo qui dalla nascita. 1995, sedici marzo. non sono mai stata in cina. / lavoro a malpensa, faccio le pulizie in aeroporto. questa sono io a sei anni.]

mostra la foto di una bambina distesa su una coperta blu e bianca.


02

iy ricordava il vetro dell’auto percorso da un’ombra violacea, sua sorella che parlava di una strana malattia.

andò in bagno, sciacquò il viso e le mani, tornò in camera. i ricordi si mescolavano alle immagini di un film. c’era una donna, sedeva in auto con le due figlie. l’auto era ferma davanti a un distributore di benzina. un uomo rompeva il vetro con una mazza da baseball e la uccideva.

[ricordo solo questa scena. il vetro frantumato, la mazza di legno che colpisce la fronte. guardo lo schermo, guardo le mie mani illuminate dal monitor. c’è solo quel ricordo, il distributore di benzina, la donna seduta in macchina e il vetro che va a pezzi.]

guardò di nuovo le sue mani. aveva sonno ma non poteva addormentarsi.

[in un cimitero asiatico, decine di monaci sistemano le ossa dei defunti dentro piccole casse di legno. nascondono le casse in una cripta, bruciano incenso e strani profumi, si avvicinano a un pozzo e guardano la voragine.]

ricordò una medusa. una piccola medusa morta, una massa di gelatina coperta di sabbia in una spiaggia vicina al molo. / voleva soltanto dormire, chiudere gli occhi e liberare la memoria.

pensò al fiume, un sacchetto di plastica abbandonato fra i bambù. nel sacchetto c’erano sei cuccioli vivi. / passò un’auto, i vetri tremarono. iy pensò al calore del suo corpo, la massa tiepida delle membra che respira nell’oscurità, le dita sulla tastiera, gli occhi fissi sullo schermo. / di nuovo l’immagine del fiume e dei cuccioli in agonia. l’idea che la morte fosse una membrana limpida e calda.

[mi avvicino al sacchetto che si muove, è pieno di fango e detriti. mi affaccio e vedo sei cuccioli.]

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da ((( / alessandro de francesco. 2020

 

il pelo dietro l’orecchio si dirada e si intravedono dei pigmenti rosacei vicino all’attacco della testa poi ridiventa folto anche se sempre molto corto in corrispondenza del cranio che appare per questo come una curva bianca  gli orecchi  di tanto in tanto si muovono a brevi scatti e in traiettoria semicircolare la cartilagine si mette in vibrazione forse per scacciare gli insetti o percepire con maggiore chiarezza alcuni rumori prodotti dall’ambiente gli occhi dell’animale sono due sfere scure e opache attraverso le quali è possibile intuire uno stato di calma


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I litofoni di luciano bosi e le sculture di pinuccio sciola

Il 13 agosto 2019 pubblico su GAMMM un video in cui Luciano Bosi suona alcune “sculture” di pietra da lui realizzate. Il post viene commentato sui social e risulta subito evidente che è necessario un chiarimento.
Luciano Bosi propone allora un sintetico excursus sulla storia più recente della “pietra che suona” e delle sostanziali differenze tra la sua ricerca e quella di Sciola [ad esempio, qui su GAMMM: Singing Stones / Pinuccio Sciola].

Vorrei spiegare la direzione ed il senso della mia ricerca sonora perché ultimamente, quando utilizzo i miei litofoni, c’è sempre qualcuno che maliziosamente richiama il lavoro del grande scultore Pinuccio Sciola, volendo sottolineare un “plagio” da me perpetrato ai danni dell’artista sardo.

Questo approccio superficiale all’arte e alla ricerca da parte del pubblico, a volte ahimè pure qualificato, è quello che a mio parere va contrastato, anche se purtroppo in quelle specifiche occasioni spesso manca il tempo per approfondire l’argomento. 

Approfitto allora volentieri di questa occasione per proporre un sintetico excursus sulla storia più recente della “pietra che suona” (escludendo volutamente, per esigenze di sintesi, tutti i riferimenti etnomusicologici ben più antichi).

Un nome per tutti: Elmar Daucher, scultore tedesco, vero pioniere nel campo, che licenzia per la prima volta nel 1974 una serie di opere sotto il titolo “Klangsteine”, pietre sonore, appunto.


Elmar Daucher, Klangsteine.

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il quaderno cinese = the chinese notebook [1986] / ron silliman. benway series 13

161. È sempre più chiaro che l’origine referenziale del linguaggio e il suo significato sintattico (o linguistico, o relazionale) costituiscono la contraddizione (sempre che tale sia) da comprendere se vogliamo accettare una poetica del linguaggio autonomo.

162. Se riuscissi ad addurre una tesi irrefutabile secondo cui il linguaggio non referenziale non esiste (una tesi, cioè, che vada oltre a quelle categorie speciali che sono le preposizioni e i determinanti), vi includerei anche quello che sto scrivendo? Naturalmente sì.

163. Quello che si legge è quello che si legge.

164. Prendiamo un appunto da qualche altra parte, poi trasferiamolo qui. È lo stesso appunto?

165. Voglio che la forma sia percettibile ma non conseguente al significato cui si riferisce. Dovrebbe piuttosto servire a spostare a piacimento quell’elemento al cervello anteriore o posteriore.

della composizione / roberto cavallera. 2007

Gli stessi lineamenti, un particolare ingrandito, uno soltanto, ancor prima di saperlo, solo cornici o montature, tutto parte d’un viaggio, pensato, detto, sognato, quel quadro col pesce d’oro al centro, detto, fatto. Manovre su registri parlati, a tratti, completati, a tratti, fin dal titolo, scritti ancor prima di scriverli. Un oggetto tuttavia eccede come pezzo, come posizione. Parlando di lettere già scritte, corpi tirati a secco. Cosa accade quando un valore si dissolve. Offerta agonistica che specula sul meccanismo e sullo strumento. Poi l’epilogo, uniche straordinarie avanguardie fra le righe interposte al discorso, corpo estraneo di un’altra parola o didascalia. Un ritratto. Domanda che può essere ripetuta. Traccia, grafema, graffio, costretti alla chiacchiera, due pagine unite tra di loro, una parola, un’ultima parola, da a fino a zoo, zu, poi la firma, in calce, dal suolo, dall’abisso, continuare all’infinito. Dislocate, dissociate, disunite, sfalsate, interrompere la struttura, la sua manutenzione. L’autoritratto e una strana manifattura, inganna l’osservatore deviandone per un attimo lo sguardo, la sua inversione. Al culmine del ritardo esibire altro, riprodurre lo sfondo, la scena, una sola volta, un ritaglio, cucito, ricomposto, posseduto da una narrazione dove tutto funziona o comincia a funzionare. Dalla manoscrittura alcune limitazioni al ritmo e alla cancellazione. Descrivere quel che non può bastare.

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