poeti asemici, visivi e sonori si incontrano per discutere di alcune teorie e pratiche della poesia contemporanea e dei loro effetti sulle popolazioni – parte I / fabio lapiana. 2019

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poeti asemici, visivi e sonori si incontrano per discutere di alcune teorie e pratiche della poesia contemporanea e dei loro effetti sulle popolazioni – parte I

Fabio Lapiana | Fondazione Atonal,
collage e bianchetto, 2019

cenni di poesia visiva femminile / giuseppe garrera. 2017

Per Mirella Bentivoglio il mito delle Parche, di Arianna e Aracne è inciso nell’inconscio della scrittura e del femminile: i ricami delle lenzuola, la tessitura o tramatura o ornato dei lini per le nascite e per i morti, i ricami e gli orditi per bare, culle, tovaglie, banchetti, nozze.

L’ossessione del tessere, del cucire, del filare, dei nodi, dei fili, delle trame, dei punti croce, di merletti e arabeschi intorno e tra la vita fino alle soglie del nulla costituisce l’apparato più profondo e inesplicabile, l’unico degno di esser preso in considerazione, della scrittura.

L’agoscrittura di Anna Paci; l’ipotesi di Giovanna Sandri di un’origine lunare dell’alfabeto, di un alfabeto segreto, precedente l’introduzione di quello fenicio, custodito da sacerdotesse, le cui lettere erano ramoscelli recisi da alberi diversi, profumati. Un alfabeto olfattivo, una scrittura profumata a seconda delle stagioni e dei mesi. Sono le Moire a recidere e allineare e comporre l’alfabeto arboreo: esse filano, tessono, ornano, e tagliano (ogni arabesco è motivo intorno alla morte, all’indugiare e procrastinare e ammazzare il tempo): la scrittura asemantica appartiene alle Moire in tutte le sue forme, che sia l’alfabeto braille, documento di una comunicazione chiusa e muta, di Annalisa Alloatti, o siano i dattilo-codice, ramificazioni di segni ed icona e pittogrammi, di Tomaso Binga, o le trascrizioni senza codice, pure scritture asemantiche legate al gesto rituale e incantatorio della mano, di Irma Blank, o i libri tessili fatti con una macchina da cucire ebbra e disubbidiente di Maria Lai, o l’espressione dei gesti davanti all’insignificanza delle parole di Ketty la Rocca, fino alle semantografie di Anna Oberto nella ricerca ossessiva di tracce di mani e nella nostalgia per scarabocchi e graffiti.

Per secoli le donne non hanno parlato. La donna socialmente muta, se non nel dialogo silenzioso dell’epistolario. Carla Lonzi in alcuni appunti interlineari, tracciati tra le righe stampate di un libro del compagno Consagra, scrive della necessità del diario, dei fogli e delle pieghe dei fogli dove nascondere le parole, il foglio come drappo, panneggio, stoffa, conchiglia in cui infilare, farcire (il corpo del linguaggio): la tendenza a trasformare il linguaggio in tessile o anche sedimento dei marosi del cuore.

Nel Barone rampante di Calvino, Corradina, la madre di Cosimo, chiusa nella sua stanza, passa le giornate a fare pizzi ricami e fili al tombolo e nel ricamo sfoga la sua passione guerresca e organizza in strategia il proprio furore. Emma Bovary addirittura mentre cuce si punge le dita in continuazione e sanguina. Nel ditale d’oro di Virginia Woolf la protagonista s’addormenta reclinando il capo sul ricamo, e dalla coperta, dalle pieghe della tovaglia che sta cucendo escono animali esotici, carovane e strade e via di fuga e di medicamento.

Nella tradizione femminile è frequente il ricorso alla mutilazione, alla mutilazione della comunicazione. Da qui la coreografia delle dita, il linguaggio dei muti (Ketty La Rocca), i gesti, i braillepoems dell’Alloatti, le lacerazioni della Landi, le desemantizzazioni della Binga, ma anche, benché dolentissime, le fonazioni afone, l’inarticolato, i  sibili i rantoli i mugugni i sospiri di Patrizia Vicinelli, la vicinanza con il piagnucolare e lamentarsi degli animali, in una disintegrazione del linguaggio come scrittura e lettura, verso il rimosso e i reami inconsolabili e labirintici del silenzio (e dunque l’ossessione del tessere, del cucire, del filare, dei nodi, dei fili, del tramare trame e orditi e favole e la leggenda). Continue reading “cenni di poesia visiva femminile / giuseppe garrera. 2017”