da “totem” / silvia tripodi. 2022

La festa si è protratta per tutta la notte, hanno festeggiato l’ultimo dell’anno in diretta televisiva, hanno ballato, cantato, bevuto fino all’alba. Durante la diretta il momento più interessante è stato quando in giardino da dietro il vetro a nastro, gli inquilini hanno potuto vedere gli autori bere e ballare. Stavano festeggiando anche loro, con le mascherine in faccia, dentro una specie di stanza piena di monitor. L’effetto Guadagnino al quadrato, come dire. Gli inquilini osservavano chi li osserva, li guardavano negli occhi, quasi con gratitudine. Tommaso ha indossato di nuovo scarpe con il tacco, è lui la queen indiscussa della casa. Allora viene da pensare alla percentuale di piacere che si prova a travestirsi e ballare come a carnevale, tra quattro mura, mentre il perno che regge la casa gira vorticosamente, assorbe i colori i movimenti i fiati le risate. Il travestimento non è una risoluzione del gioco, è io mi mostro così perché mi piace perché così mi diverto, perché voglio essere dissacrante, perché vi voglio fare divertire, perché immagino chi mi sta osservando da dietro i vetri, attraverso le telecamere poste a ogni angolo della casa, perché voglio essere accondiscendente, non vi voglio deludere, perché mentre ballo con i tacchi mi state anche pagando. Mi convinco che questa è la cosa giusta, che è sacrosanto che io mi metta i tacchi e la parrucca, posso farlo, è legittimo, nella casa sono al sicuro, nessuno mi potrà mai deridere, sono me stesso ed è quello che faccio sempre durante le feste con i miei amici. E adesso mostro a tutti ciò che sono, ciò che faccio abitualmente. Questo spettacolo è questo spettacolo. Ed è realizzato e costruito attraverso dei perni. Uno di questi perni è letteralmente scomparso nel momento in cui gli autori si sono mostrati attraverso il vetro, hanno alzato i calici e hanno brindato con i coinquilini della casa.

* * *

Il corpo è tutto ciò che si possiede ed è ciò che conta. I lineamenti, il sorriso, la postura, il modo di muoversi, di camminare, la propria storia personale. Il corpo soprattutto, l’esserci, la propria identità, nome e cognome, le proprie origini. Ogni individuo è un vettore, la forza lavoro è rappresentata da sé stessi, da ciò che si è, da ciò che si è stati, da ciò che si è capaci di rappresentare, o di diventare. Da come ci si può trasformare, dal grado di duttilità, dalla capacità di trasmutarsi; e contemporaneamente da quanto si riesce a rimanere fedeli a sé stessi, conformi alla propria natura. Farsi conoscere per quello che si è, nel bene e nel male. Lo scopo è diventare popolari, ben voluti, avere dei seguaci, qualcuno che provi affetto, vicinanza, gratitudine. O essere una meteora e dopo una breve vita precipitare nell’oblio. Investire su sé stessi, dimostrare di avere talento oppure, se non si hanno talenti particolari, puntare tutto sulla personalità, sulla capacità di relazione e d’interazione, saper costruire rapporti, saper ascoltare, sapersi spendere per gli altri, raccontare sé stessi, mettersi in gioco, dare tutto. Investire sul proprio intelletto. Se non si è brillanti o non si possiede una grande intelligenza, fare leva sulla propria semplicità, sulla propria genuinità, anche l’ordinarietà ha i suoi profitti. Essere comunque e in ogni caso e circostanza, educati, garbati. Essere a tratti strateghi. O ambire a diventarlo. Se invece abbiamo di fronte una personalità istrionica: senso dell’ironia, carisma, un’intelligenza sopra la media, grande cultura, una tendenza a soffrire di una qualche forma di ansia, di una piccola nevrosi, capacità comunicative, di adattamento, sensibilità, dolcezza, ma anche forza di carattere, autorevolezza, volontà. Essere degli abili strateghi. Essere maligni, avere un’indole malvagia, essere irascibili, invidiosi, frustrati. Esteticamente non armoniosi, non un bel sorriso ma un ghigno, essere una banderuola, ambigui, poco chiari, un’intelligenza sulla media o anche al di sotto, poco intuito, affiancarsi sempre ai più forti, non fare un percorso individuale, puntare solo ai big money, non avere talento. Essere un miscuglio di tutto questo, quindi diventate vettori basici, individui indecifrabili. Essere comunque degli abili strateghi. Ottenere dei profitti da un’economia basata solo su scambi, baratti, patteggiamenti e compromessi. Infine rischiare di essere smascherati. I corpi sono avvolti nella semioscurità, in una stasis. Ogni sguardo utilizza dei supporti artificiali per fissare le immagini. La notte è il momento in cui il lavoro delle immagini acquista più valore. Se le dinamo si fermano o sono prossime allo stallo, allora le immagini sono costrette a tenere occupate piattaforme differenti, dalle quali tubi e perni non hanno la funzione di uscire, ma stanno appena sotto le superfici, senza mai mostrarsi. Può accadere che un tubo particolarmente filamentoso con una torsione troppo veloce non faccia in tempo a fermare il proprio moto e affiori dal terreno, come una radice che non trova spazio per crescere e cerca un varco. Allora si formano delle protuberanze, delle microcolline, delle piccole feritoie, segno che qualcosa è andato storto. È questo l’istante in cui possono verificarsi interferenze catastrofiche, la brusca dimenticanza delle informazioni apprese in precedenza, non appena se ne imparano delle nuove. A questo punto tutte le connessioni relative alla memoria vengono meno, allentano la presa dei nodi. L’interferenza è causata dalla sovrapposizione di nuovi pesi a quelli già esistenti che non aumentano la massa del vettore, ma esistono e si saldano per sottrazione e sostituzione. Questo meccanismo è una funzione strettamente legata all’economia delle immagini; una volta raggiunta una certa soglia, le accumulazioni vengono sostituite e non possono ulteriormente sommarsi alle precedenti. Il meccanismo rende possibile l’espansione di orizzonti contemplativi la cui ampiezza dipende dal funzionamento o meno di questa sorta di refreshing e dalla prassi della novità. Una volta rigenerate e riverberate, le rappresentazioni si sedimentano e una volta terminata la stasis, vengono processate attraverso un replay dei nodi distribuiti nello strato più nascosto, il più lontano possibile dalla superficie. È in questo strato che avviene la loro ulteriore affilatura, che viene calibrato il loro peso, attraverso il vapore in eccesso, che viene ceduto al terreno rilasciando filamenti e scarti. La luce fa poi il suo gioco. La conclusione di un ciclo solare può essere sufficiente a modificare un intero innesto di tubi, perni e filamenti. L’immagine è dunque un pattern che mantiene per osmosi il suo rapporto con il mondo.

da Totem (Tic edizioni, 2022)

text on the fluxus / ben vautier. 1997

Today there is great interest but also great confusion as to the Fluxus movement;

There are those who keep theorizing about Fluxus.
They say that after Dadaism and Duchamp, Fluxus is “the most radical movement”;

those who make a fetish of Fluxus. They collect the trouser buttons by Maciunas, the handkerchief by Beuys or the dirty bath water by Ben;

those who speculate with the Fluxus. “If van Gogh’s ear is worth 100.000 million dollar and the bottle rack by Duchamp is worth 300.000 dollar, how much will the water glass by George Brecht then be worth on the fair in Basel in two year’s time?”

those who say that the Fluxus movement does only consist of spoiled children who make art by stating that they are against art, who expect to win fame by saying “we are against fame”, who want to get back into the Louvre by staying in the bistro vis-á-vis;

those who say, okay, Fluxus is something mad, but still it’s better than those who produce works of art for the consumer society;

those who say that Fluxus is rather a story of attitude towards life and art than towards products;

those who say Fluxus is individuals and not works of art;

those who say that Fluxus contradicts itself, that it consists of failures who happen to be succesful just now, anti-art stars;

As far as I am concerned, I think that
Fluxus is not a production of objects, of handicraft articles to be used as a decoration in the waiting rooms of dentists and professionals,
Fluxus is not professionalism
Fluxus is not the production of works of art,
Fluxus is not naked women,
Fluxus is not pop art,
Fluxus is not an intellectual avant-garde or light entertainment theatre,
Fluxus is not German expressionism,
Fluxus is not visual poetry for secretaries who are getting bored.

NO

Fluxus is the “event” according to George Brecht:
putting the flower vase on the piano.
Fluxus is the action of life/music: sending for a tango
expert in order to be able to dance on stage.
Fluxus is the creation of a relationship between life and art,
Fluxus is gag, pleasure and shock,
Fluxus is an attitude towards art, towards the non-art of anti-art, towards the negation of one’s ego,
Fluxus is the major part of the education as to John Cage, Dadaism and Zen,
Fluxus is light and has a sense of humor.

*

This was published in the 1997 Fluxus Subjectiv catalogue
see http://id3419.securedata.net/artnotart/fluxus/bvautier-textonthefluxus.html

intervento alla presentazione di j.-m. gleize, “qualche uscita” (tictalk, 31 gen. 2022) / florent coste. 2022

Florent Coste
Intervento alla presentazione di Jean-Marie Gleize, Qualche uscita.
Postpoesia e dintorni
(Tic Edizioni, 2021)
TicTalk, 31 gennaio 2022
youtu.be/gyy_kz3Y6YU

Grazie a tutti per questo invito e questa bellissima serata postpoetica.

Mi sembra che oggi si presenti l’occasione per dire, o per ribadire, quanto sia importante un libro come Sorties, pubblicato in Francia dalla casa editrice Questions théoriques, e che la traduzione italiana Qualche uscita gli offre in modo tempestivo un nuovo spazio di circolazione.

Se posso permettermi di fare qualche concessione al giudizio estetico, questa è anche un’occasione per apprezzare pubblicamente la bellezza e la qualità di questa collana.

Riflettendo su ciò che Sorties ha rappresentato al momento della sua prima uscita, mi sono detto che varrebbe probabilmente e assolutamente la pena di considerare questo libro (e la sua traduzione) come una potente risorsa strategica, una risorsa che ci permette di raccogliere tutta una serie di armi utili a essere impiegate all’interno di un contesto specifico come quello del campo poetico francese, travagliato e attraversato da tensioni e lotte sue peculiari, ma la cui forza può senza alcun dubbio essere trasferita al campo e alla situazione dell’Italia. Continue reading “intervento alla presentazione di j.-m. gleize, “qualche uscita” (tictalk, 31 gen. 2022) / florent coste. 2022″

da “sui generis” / luciano neri. 2021

L’appuntamento
(inedito)

#1.
Notizie non controllate nei pressi di un lago (- memoria – memorialistica) a ogni limite di raggiungerlo a ogni modo da una fonte radiofonica nel genere che uno non può dire per ciò che sarebbe a un confine di fuggiaschi ancora che non si sono arresi – previste dai presunti fatti le ipotesi dei punti di incontro sarebbero circa due forse che uno non può dire quasi temono di non farcela a radunarsi – e poco chiare le ipotesi dei presunti fatti al momento da quale direzione della voce previsti dei punti di incontro la notizia sia diretta appesantiti da una serie di oggetti che trasportano.

#2.
Per rispondere all’appello, per celebrarne il nome della guida (inno) quando notizie l’hanno spinta la metà circa al punto (d’incontro) che (l’altra metà) aveva sentito di raggiungere, al nome e alla promessa l’inno della guida adesso che non appare e in fondo all’attesa non c’era/ci sarebbe non aspettando la metà circa che ha alzato i doni per uno scambio, al cielo una borsa dei valori e un  figlio per un avere, uno un mitra verso una direzione in segno forse non più disposto a proseguire, per un avere neppure l’altra metà (circa) della prima (del primo gruppo) senza una meta precisa con un seguito eterogeneo e si è fermato nello sconforto (…che uno non può dire…) dove si possa trovare fino all’esterno appena dello spazio ristretto il suo richiamo a un traffico smarrito (a un primo punto) che non è per intonarne l’inno adesso senza però farsi vedere ancora da chi speravano/sperano.

#3.
Della guida che non li ha trovati al suo posto per celebrarli insieme (inno nome e presenza) che forse erano già in fuga ora che non aveva voluto perdere occasione di assecondare quel manipolo di uomini di poche parole e ruvide nei lineamenti per accompagnarne la propria sparizione e il tenente aiutante si era ben guardato di contraddirle quelle parole all’espatrio che uno non può dire mostrando comunque suo malgrado di gradire quella nuova compagnia dell’amico di infanzia (dei suoi simili), ma un po’ meno l’avrebbe gradita chi stava adesso al posto della guida che procede lentamente per non sortire il risveglio dei pochi esemplari (…che uno non può dire per ciò che non vedrebbe/vorrebbe…) davanti ai loro passi che possono arrivare da un momento all’altro. Continue reading “da “sui generis” / luciano neri. 2021″

tony blair speech / sean bonney. 2003

from David Grundy’s article in
https://www.poetryfoundation.org/harriet-books/2020/03/sean-bonneys-life-work :


«Poisons, their Antidotes (2003) […] ends with “Tony Blair Speech,” in which Bonney literally took a razor to a speech Blair made justifying the war in the language of ‘human rights,’ “leaving the sliced words hanging there” so that “what they are really saying comes through”»