traduzione di  Andrea Raos

[…]
sempre la stessa difficoltà – ora – parole – parole-immagine – frasi-immagine, anche – trappole tese da una parola all’altra – cadere – inciampare ogni volta – non appena ci si lascia andare – benché cosciente sia della trappola che della caduta – ma loro sono più forti – le dighe troppo fragili – limiti fragili intorno a loro – sfondano all’interno – dovunque – inventano una voce – ancora metafora – una voce

una voce – e parlare – dimenticare di scrivere – allo stesso tempo – in ascolto delle parole – osservarle di nascosto – senza prestare davvero attenzione – l’aria altrove – perché non si blocchino così di colpo – ritirando il loro rumore dal silenzio – o la luce dalla durata

ciò che resta – questi lembi di immagini – di suoni rotti – spezzettati – dolorosi

suoni – meglio di niente – vivendo così – in quei momenti – sola esistenza possibile, senza dubbio – trarre a sé – drenare tutto ciò che c’è di vivo – in questa articolazione sfocata – incerta

forse – niente di certo nemmeno così – come un’esistenza solo provvisoria – in sospeso – mobile – no – piuttosto discontinua

frattempo – esistenza – senza sapere quale luogo – quale spazio – forse perduto – forse altrove – senza sapere

frattempo – fluttuare – vuoto – assenza di gravità – una paura sorda – lancinante – senza dubbio essere solo un tremito

tra le parole – lungo il muro – tremare – delle labbra – delle mani – lacrime sul volto – dolore

per esserci a ogni costo – gettarsi contro il muro – con ogni forza – scorticarsi – schiacciarsi il volto negli angoli – per strapparsi al vuoto – strapparsi una parola – almeno una parola – basta – basta

urtare così i muri – spesso – la notte – fin qui è ancora notte – e a volte – a forza di insistere – le parole tornano – in aiuto – schiariscono un poco – dànno un poco di giorno – volendo – risvegliano

nel freddo – nel bianco – di colpo le mani e il volto doloranti – sanguinanti – e dalla frescura dei muri – parole che scorrono

la violenza per sopravvivere – e la calma dopo – il ritmo che riprende – la voce di nuovo – parole – a casaccio – in disordine – in scioltezza – infiniti – impersonali – solo per il ronzio – voce straniera – distinta – applicata a tutto – indispensabile Continue reading ‘da: dire II / danielle collobert. 1972′

Relazione: Che cos’è realtà? Realtà è qualcosa che. Qualcosa che è reale è efficace. Qualcosa che agisce agisce efficacemente agisce su di me. Qualcosa che è esperibile che io esperisco rende esperibile qualcosa. Realtà è uguale a esperienza. Realtà è uguale a mia esperienza. È uguale a mia tua nostra esperienza. È ciò che nella mia tua nostra esperienza è uguale. Un’esperienza uguale è senz’altro realtà? Esiste un’esperienza uguale? Esiste una realtà uguale?

[illuminazione insufficiente spifferi attraverso le finestre riscaldamento insufficiente atmosfera di demolizione fuori è tutto facciata provvisorietà artificiosa a completamento della facciata non più mantenibile in piedi a lungo presto perfezionata senza interstizio]

Realtà è qualcosa che. Qualcosa di esperibile. Qualcosa di cui si può parlare. Qualcosa di cui non si può parlare. Qualcosa che qualcosa di cui qualcosa su cui.

[il rumore cadenzato di un merci sugli scambi di un binario di smistamento associato all'immagine di due figure che in una stazione di città di provincia grigia di pioggia ancora una volta non ancora l'ultima volta e la mano che fa cenni di saluto in silenzio prospetticamente scorciata]

Mi viene in mente qualcosa. A uno viene in mente qualcosa. Ovunque mi viene in mente qualcosa sussiste la possibilità che mi venga in mente qualcosa ho la possibilità alla disposizione che mi venga in mente qualcosa. A casa in ufficio mentre passeggio in metropolitana al cinema.

[ho mal di testa ho fame sono stanco che cosa troverò da mangiare quando potrò andare a letto anche ieri era così tardi sono stato in giro tutto il giorno da stamattina non ho mangiato niente]

Quello che mi viene in mente è qualcosa che posso dire. Qualcosa che si può dire. Qualcosa che io ritengo vero. Qualcosa di cui sono convinto che si può ritenere vero. Tutti noi che siamo qui. Tutti noi che siamo qui rappresentiamo in un certo senso una massa che non è qui. Siamo in un certo senso tutti. Io sono tutti se tutti noi che siamo qui riteniamo vero quello che io ritengo vero. Io sono tutti se siamo unanimi. La mia azione è unanime se siamo unanimi. La nostra unanimità sarebbe reale. Continue reading ‘dibattito del mercoledì / helmut heissenbüttel. 1962′

Fino all’aprile del 2004, la mia conoscenza della poesia degli Stati Uniti era meno che scolastica e consisteva, negli effetti, in una frammentaria lettura dell’antologia della New American Poetry, in un corso seguito al primo anno di lingue su The Waste Land ed in poche citazioni da Whitman e da Dickinson.

Nell’aprile del 2004, però, iniziai a lavorare come documentalista presso un piccolo centro di documentazione di Brescia. La mia mansione consisteva per lo più nella redazione di abstract e, a conti fatti, riusciva ad occupare solo una parte delle ore che trascorrevo in ufficio. Per il resto, avendo a disposizione un accesso ad internet a banda larga e nessuna limitazione nell’uso, passavo il tempo navigando in rete.

Ho iniziato così a visitare i siti ed i blog di poesia statunitensi. L’impatto è stato da subito spiazzante: sul web, la quantità di testi letterari in lingua inglese scritti da autori degli Stati Uniti è enorme. Gli autori reperibili sono nell’ordine delle centinaia, ed i siti, le riviste, i blog nell’ordine delle decine. Si aggiunga che una gran parte di essi è legata da una fitta rete di link, che rimanda gli uni agli altri in una vera e propria poetrynet, e si può capire come davvero ho avuto l’impressione di essere arrivato in Continue reading ‘la scoperta dell’america / gherardo bortolotti. 2006-07′

intervallo






Astrazione

Lo faccio subito, è l’evidenza il punto, non lo faccio.
Mentre lo faccio, monossido di carbonio è l’evidenza, punto.
So che non devo farlo, essendo il punto l’evidenza non più al bianco, questo, né il punto è sul bianco
lo si può fare dunque: no. Non lo si può che pensare. E pensandolo, pure messo tra l’evidenza e l’intenzione,
il punto è una traccia d’aratro che lavora un cielo. Il cielo lavorato, le nuvole arate, essendo senza punto seppur evidenti allora si continua, in questa coazione a ripetere, che è affare dei cieli, non mio. Non si continua allora.
Si continua dunque, dal basso, da un basso monocromatico: si scelga la gradazione, quella della traccia. Se gli arti soffrono il freddo, si cerchi un riparo dall’evidenza.
Lo faccio lo farò, è evidente come un punto è il punto, non lo farò. Lo sto facendo.
Si stabilisca la natura di questo struggimento -quale?- si comprenda come questa fitta muscolare sia affar nostro, mio e del punto che sa di approssimarsi
per necessità, essendo il tempo un cielo arato, senza nuvole. La coazione non è finita e specie nei mesi invernali, si lavora lassù, assai, a gran forza masse e masse di bianco vengono spostate da un cardine all’altro senza punto al bianco dell’evidenza che.
Dovreste voi -i punti tutti- portarmi offerte, se volete che io vi salvi dall’evidenza dell’intenzione, se volete.
Per incalzare il cammino del bolo che durante la notte ha riposato nelle pieghe dell’intestino, compiendo
l’intenzione l’evidenza
punto.
Lo faccio adesso, tra una decina di minuti, ora, non lo sto facendo. Lo si faccia e
mentre lo faccio, lavorano di fuori, battono con il martello un ferro, costruiscono dei punti alla mia evidenza.
Nell’ora del martirio del pezzo a ferro e fuoco, perfettibile, come lo strascico di un sogno non trattenuto, questo
né il punto è sul bianco, lo si può considerare un cielo notturno lavorato, arato fino all’evidenza di una dissolvenza, al passo-uno dell’ingegno.
Si continua dunque, si cerchi un rifugio da questa santità miracolosa del bolo che fuoriesce dagli occhi, gli si domandi se per tutto il giorno dovrò muovermi con questa materia che cola dalle orbite, rigandomi il volto

- Continue reading ‘tre prose / silvia tripodi. 2013′






intermezzo:

il barlume di felicità, che per brigitte significa moglie e madre, ancor oggi è assente.
oggi avrà luogo una passeggiata nel parco a scopo dimostrativo (cappotti nuovi!). durante questa passeggiata avrà luogo un casuale incontro con susi, che ha un aspetto splendido: spinge il passeggino col bambino di sua sorella e porta al guinzaglio un enorme pastore tedesco di razza purissima con tanto di albero genealogico. è un’immagine della più raffinata strategia. qui la natura ha assunto la sua forma migliore, il nobile cane di razza e susi, che pure è tale, solo in un altro genere. nel chiarore che illumina la sua testa attraverso il fogliame, susi appare come l’incarnazione di tutte le madri passate, presenti e future. brigitte invece pensa che susi non sarebbe mai una buona madre, perché è un’egoista e non saprebbe mai subordinare i suoi interessi a quelli di un bambino.
l’equivoco di brigitte sta nel fatto che susi sarebbe ben capace di subordinare i suoi interessi a quelli di un bambino, ma solo se il bambino sgorgasse dal cazzo giusto. il cazzo di heinz sarebbe quello sbagliato. non è capace di strappare un sentimento neanche alla grossolana brigitte.
figuriamoci alla ruffiana susi!
susi non ha un cappotto nuovo come brigitte, ma il suo abbigliamento sportivo casual di stoffe costose dà un’impressione ben più perfetta del nuovo cappotto primaverile di brigitte. susi dà questa impressione. mamma e bambino a passeggio.
il bel cane completa il quadro, la sua forza appare stranamente addomesticata e tenera accanto al carrozzino e a susi.
lascia che sia io l’uomo selvaggio da domare e mettere in catene, susi, pena heinz avido e con un’ombra di disonestà nel pensiero.
si capisce al volo quanto susi ami il bambino.
un quadretto senza parole.
bella e pura, così dev’essere. Continue reading ‘da “le amanti” / elfriede jelinek. 1975′

cronache / renato pedio. 1967

 

Cronache 1

Mano della vacanza, cara parte, è in linea, fa il conto;
mano che taglia il libro, i rimorsi i minuti;
lo fanno, amore dondolante, i fili, saltano catenarie
infinite lungo i finestrini: ci scrive il risveglio;

dopo la scia del tuo corpo, riesuma, viene il vento,
la ruota espelle, quei vortici, quell’errore, il binario
è gaio, canta jè-jè, scartando, il gelo
del coro, sulle mie membra passa, e a me non riesce

e un giorno è un giorno; cioè, un giorno e un giorno; verso
la bara, un viaggio, una trivella, indolenza
verso un giardino, di fumo, un cancello, di fumo, uno una, barba,
e di dosso, la vite la serro, scarnisco, le ore

con una racchetta, nella mano, rotta, con un foglio
sotto, stropicciato, i capelli, con distorto, un polso,
sul tuo, itinerario; e sdrucita, una camicia; e bambino, un neurone,
esca cieca, nuota alla cieca, nella tua acqua, quell’acqua, quella.

 

Cronache 2

Diventato filo; lo sono; e ho funzionato in immagini;
e l’ho bucato, il vigore: con qualche buona metafora;
e la bestemmia, ricucendo, strappi cicli pensieri
e un morso nel lutto, che semplice leva, per chiudere.

Ora, sono assolto; un altro teschio; un altro coraggio;
quella profonda bandiera, che consente la freccia,
quella profonda, bandiera, di questi alfabeti.
Ora, assoluzione, con metodo, raschiando bene, l’osso.

Perifrasi, chimica di lettere, qui va il tuo pomeriggio;
c’è un ripudio; un rinvio; l’assenso senza segno.
L’assioma in stasi: in seguito vedremo. Una certa
realtà, un culmine stento, di questo, di questo maggio.

Treno adopera la sua formula, ostile
sbriciolando, rinnegato, col mero atollo, di una sera
che sta, per venire, infine la parola, d’erba,
che si svolge; si disfa; in pietra; sera; leggera. Continue reading ‘cronache / renato pedio. 1967′


per quattro omissioniEcco un nuovo opeb di GAMMM.
Si tratta di Per quattro omissioni, di Luca Zanini.

Il testo è qui.

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Here’s a new GAMMM opeb.
It’s Per quattro omissioni, by Luca Zanini.

The text is here.

 




Oggi un nuovo ebook su gammm.org: si tratta di Recantorium, di Charles Bernstein. Il file pdf [196 Kb] è scaricabile dalla pagina gammm/ebooks. Testo inglese + traduzione francese e italiana.


*


From today, a new ebook at gammm.org: it’s Recantorium, by Charles Bernstein. You can download the pdf file [196 Kb] @ gammm/ebooks. English text + French and Italian translation.

 


RECANTORIUM
(a bachelor machine, after Duchamp after Kafka)

(une machine célibataire, d’après Duchamp d’après Kafka)
traduit par Abigail Lang

(una macchina celibe, secondo Duchamp secondo Kafka)
traduzione di Milli Graffi





un’idea di crisi, #2 / giovanni duminuco. 2012


più o meno per errore, attraverso un elevato numero di eventi verificatisi in questi ultimi anni: un soffio pesante, una moltitudine di voci bianche: troppo sguaiato quel gloria: corpi inconsapevoli disposti a semicerchio: quegli alberi, quelle voci: seguire le dinamiche del vento: capire che a volte, la velocità di perturbazione risulta essere di entità nettamente inferiore rispetto alle pressurizzazioni riproposte secondo logiche circolari: si tratta, per lo più, di un’idea di morte che viene mostrata ma non affrontata: in tal senso, per essere del tutto tranquilli, bisogna abbandonare un punto di riferimento ineludibile, e in altri casi solo ed esclusivamente una visione del mondo in grado di svelare una morale dell’esplosione: vulnerabile, appunto: tenere a portata di mano una fedele riproduzione scritta di tutto ciò che accade, comprese le visioni che dissolvono nel nero: quelle, poi: con la penna tra i denti: una modalità di espressione di fondamentali categorie dell’esistente, supportata da una vera e propria ossessione per i dettagli: l’esistenza di un’altra dimensione, un’esplosione verticale, durante la quale si profila la necessità di un mutamento di paradigma cui viene solitamente attribuita un’importanza finalizzata alla realizzazione di un inscindibile rapporto mente-mondo: è così che funziona, il più delle volte: l’illusorietà del mondo che si svela in una non manifesta struttura narrativa, la linearità che, in ogni modo, non sembra affatto rispecchiare il fluire delle percezioni, l’esistente come quiddità: la dinamica dell’esplosione, il movimento di particelle, soprattutto quelle di ridotte dimensioni: quelle parole, in qualche modo: i presupposti teorici di fronte all’impossibilità di replicare, oserei dire: come esplorare l’interno di una scatola estremamente fragile: la vicissitudine di una totalità ricercata sulla punta delle dita, nei frammenti di ossa: quando all’improvviso, ad occhi socchiusi, negli occhiali da sole neri, in fila indiana: in tre, Continue reading ‘un’idea di crisi, #2 / giovanni duminuco. 2012′

da: quattro conferenze / stephen rodefer. 1982

Ciò che udiamo dalle labbra delle persone con cui parliamo nel corso dei nostri affari quotidiani si fonde con ciò che vediamo per strada e dovunque altrove, e si fonde poi con la nostra immaginazione. Da questa chimica viene prodotta una lingua… che slitta e svela il proprio senso come le nuvole che si spostano nel cielo e cambiano forma, e mandano a volte pioggia o neve o grandine… Questo per dire che un uomo senza immaginazione è come se fosse cieco o sordo. Ma i poeti del passato avrebbero tradotto questo linguaggio nascosto in una specie di COPIA del discorso del mondo, con qualche distinzione di rima e metro per mostrare che non era davvero quel DISCORSO. Oggi invece gli elementi di quel linguaggio sono messi su carta così come vengono ascoltati, e l’immaginazione dell’ascoltatore è lasciata libera di fondersi con quella del poeta…

 

Dormendo con la luce accesa

Non è per attaccare accampando scuse ma nella capitale non pioveva.
Chi è la donna insieme a Attila? Non cominciate tutti assieme, ma cominciamo però.
Più è ciò che ne segue quando non è più lo stesso. A metà strada tra
qui e Dio cambia posto come in un racconto, continuando a cantare come se
fosse in versi. L’orgoglio non parla. Spinge il piede fuori dalla culla
per disturbare la giostrina che doveva vegliare sulle sue cacche notturne come un uccello acquatico
dritto su una zampa. Dalla pittura crea luce, come un pittore. Va’ lontano a sufficienza
perché questa frase diventi sé stessa. Una voce non può più data indirizzo.
Il MODO LIDIO. La certosa nella distanza della corsa alla casa base.
Una donna frequenta un impresario di pompe funebri. Ha un diritto. Lui vuole che lei si stenda
di fianco al morto. Gli uccelli sono sugli alberi e lo sanno. Non
bevono. Hanno presente la bellezza delle colline quando ci sono sopra e quando
non ci sono. Qualcosa in natura che non è per niente caffè.
Giunge una marea per far aprire le valve, nella finzione chiamata crepuscolo.
Maestri gelosi avvelenano i propri allievi; fegato d’oca, il cibo preferito di Mozart.

Un vecchio e bizzoso maestro di scuola ordinò al ragazzo di scrivere qualcosa
sul suo amore per le pietre. Comprò le rocce e le rocce vinsero.
I trilobiti si accumulavano nelle loro macchine. Altri correvano finché le dita non si staccavano
dai corpi. Lasciato libri sotto cespuglio in lotto di fronte a scuola,
ti dispiacerebbe andarmeli a prendere prima che piova? firmato Eremita Primo.
Tutto è permanente e passante, sopra e oltre il sottobosco.
Chi sia il prossimo a farsi staccare la testa non può decapitare qualcun altro.
La vita senza Yum Yum è insopportabile. Quando un uomo sposato perde la testa,
la sua compagna è sepolta viva. In questo vermuth ci vuole più radice di angelica.
L’automobile è diventata il predatore naturale degli animali notturni.
Il frigorifero comincia a ronzare, cazzo. La East Bay cantante e oltre.
Io ti ho salvato dall’illuminazione e tu mi hai salvata dal lesbismo.
Quando dico io è una figura del discorso. Ancora un poeta ECCITATO per della schiuma.
Guarda tutte quelle messe a fuoco lassù. Alla fine tutto diventa stelle dappertutto.
Sei quello che chiamano Poochie? Chihuahua! Noi…..siamo…..uomini…..morti. Continue reading ‘da: quattro conferenze / stephen rodefer. 1982′

[...]

L’”indifferente” duchampiano non è assoluto, ma relativo e temporaneo: una volta rinvenuto in un oggetto, ed esposto tale oggetto (readymade), con l’ingresso dell’oggetto (divenuto “opera”) nel sistema delle arti – e quindi del gusto (del “buon gusto”, direbbe Duchamp) – esso decade. Ciò non perché l’”oggetto-opera” in quel momento sia divenuto apprezzabile, o “bello” (tale solo in un secondo momento, una volta che avrà richiesto un “aggiornamento del canone”), ma, meramente, in quanto esposto e quindi accettato.

La sfida sarebbe allora, ogni volta, quella del rinvenimento nella realtà, per così dire, di un “indifferente più indifferente”, e così all’infinito, con progressivo allargamento dell’ambito dell’arte a ogni successivo inserimento nel proprio canone di oggetti (ma anche pratiche, ecc.) fino a qual momento indifferenti; allargamento, e insieme inclusività della soglia dell’esponibile, cioè, come asintotico assottigliamento della linea che separerebbe sfera artistica e mondo, finzione e realtà.

Una strategia di lavoro che ricerchi un’indifferenza estetica ogni volta nuova – rispetto all’avvenuta inclusione-metabolizzazione del sistema della arti rispetto all’indifferenza precedentemente introdotta – mirerebbe dunque alla ricerca continua di quanto è ogni volta ancora esterno alla sfera estetica: a quanto cioè, a ciascuno stadio (storicamente e materialmente determinato) della storia dell’arte e del dibattito sull’estetica, non è ancora arte. Tale strategia porrebbe in risalto la paradossalità, la quasi impossibilità – o per lo meno la difficoltà – del proprio scegliere ad ogni stadio successivo, stadio che sarebbe però tale solo grazie al superamento della presunta impossibilità precedente.

Ora, cosa comporterebbe la sostituzione, in questo discorso, del termine “arte” con il termine “letteratura”?

[...]

 





 

A Tervuren il taxi per Bruxelles, a Bruxelles il treno per Copenhagen, treno trasportato via nave sul Baltico, a Copenhagen il treno per Mjölby in Svezia, treno trasportato via nave sull’Øresund, a Mjölby il treno per Boden, a Boden il treno per Haparanda, a Haparanda il taxi per Tornio in Finlandia, a Tornio il treno per Rovaniemi, a Rovaniemi l’autobus postale per Ivalo, a Ivalo l’autobus postale per Kaamanen, a Kaamanen il cingolato postale per Sevettijärvi, da Sevettijärvi in poi soltanto slitte-barche, gli strappi delle slitte-barche trainate da una renna e anche la lentezza, finalmente assoluta, come se fossi morto, di avanzare da solo verso nient’altro che enormi la neve, il ghiaccio, gli astri e l’aria, così tanta aria che il mio respiro mi sospinge come se fossi vivo.

 

[logogramme, 1972, 54.5 x 73 cm.]

tr. it. Andrea Raos








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