rash / luca zanini. 2010


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fonemi / arrigo lora totino. 1965

226 & 227 / éric suchère. 2016

 

N° 226, luglio 2016 (Catturare)

 

suchere_226

Un oggetto si sposta senza produrre strascichi, si ferma a bordo immagine e poi riparte senza quasi farsi notare sulla distesa di erba – un fenomeno di cattura rapida. Una forma rossa mima una forma marrone oppure una forma rossa fa eco a un’altra forma rossa – lo sguardo scala. N° 308-310: Linee a zigzag, fratture permanenti su sfondo pulito, iterazione di, ripetizione del pressoché identico, giusto qualche variazione di luce sul bordo delle cose – si tratta di vedere. Una forma grigia se ne sta su una verticale grigia – si stabilisce un contrappunto. N° 311: I rami degli alberi si fanno sfocati, si tratta di elementi cupi con un alone che contamina il resto del paesaggio, di superfici bagnate che impregnano il blu del cielo e la massa della scorza si fa materia più che forma, crosta, purulenza, suggestione altra. Una forma è percepibile solo a frammenti – è un decentramento. N° 348: Una scheggia rossa deve lottare contro la rigida alternanza di azzurro, marrone, azzurro, marrone – eppure questo è un fatto di discrezione. Una forma rossa viene a sistemarsi in cima a una verticale – tutt’attorno circolano linee oblique. N° 422: Una spirale cui si aggrappa-dondola una forma tutta schiacciata sull’orizzonte curvo – la precisione sta nel dettaglio. Un tronco verticale, uno strumento sulla diagonale, un tronco sulla diagonale, uno strumento sulla diagonale. N° 433: Posso osservare il percorso per tappe, semplice slittamento progressivo, immagine per immagine, di una circolarità, ovale o a mandorla colorata leggermente e ingrossamento delle striature ingrandite. Una serie ritmica contro il disordine del mondo – e una tonalità leggera tra. N° 435-436: Dipende tutto dal punto in cui la focalizzazione si realizza, in mezzo al viavai tra il primo e l’ultimo piano, si mette in atto brutale, indica quello che c’è da vedere nelle due operazioni, puntando oppure guardando con vaghezza. Si tratta dei colori delle cose.

 

(Traduzione di Michele Zaffarano)

 

 

N° 226, juillet 2016 (Saisir)

 

N° 296 : Un objet se déplace sans produire de traînée, s’arrête sur le bord de l’image puis repart presque indistinct sur l’étendue herbeuse – un phénomène de saisie rapide. Une forme rouge mime une forme brune ou une forme rouge fait écho à une autre forme rouge – le regard se décale. N° 308-310 : Lignes en zigzag, cassures permanentes sur fond pur, itération de, répétition du presque identique avec juste variation de la lumière sur le bord des choses – il s’agit de voir. Une forme grise se tient sur une verticale grise – un contrepoint s’établit. N° 311 : Les branches d’arbres deviennent floues, sont éléments sombres avec halo contaminant le reste du paysage, surfaces mouillées imbibant le bleu du ciel et la masse de l’écorce devient matière plus que forme, croûte, purulence, suggestion autre. Une forme n’est perceptible que par fragments – est un décentrement. N° 348 : Un éclat rouge doit lutter contre l’alternance stricte azur, brun, azur, brun – pourtant là est une affaire de discrétion. Une forme rouge s’établit en haut d’une verticale – obliques circulent tout autour. N° 422 : Une spirale à laquelle une forme s’accroche-bascule tout contre l’horizon incurvé – la précision est dans le détail. Un tronc vertical, un outil dans la diagonale, un tronc dans la diagonale, un outil dans la diagonale – bascule successivement. N° 433 : Je peux observer le parcours par étapes, glissement progressif, image par image, juste d’une circularité, ovale ou mandorle légèrement teintée et grossissement des stries magnifiées. Une série rythmique contre le désordre du monde – et légère tonalité entre. N° 435-436 : Tout dépend de l’endroit où se fait la focalisation, dans le va-et-vient du premier au dernier plan, s’opère brutale, désigne ce qui est à voir dans les deux opérations, soit en visant, soit en regardant vague. Il est question de la couleur des choses.

 

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night / u.s.a. 2016

night

 

(thx to K.S.M.)


Oggi un nuovo ebook su gammm.org: l’intervista Il senso delle parole, di Jean-Marie Gleize. Il file pdf [88 Kb] è scaricabile dalla pagina gammm/ebooks. L’intera intervista è anche leggibile, integralmente, qui sotto.

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Today, a new ebook at gammm.org. It’s an interview: Il senso delle parole, by Jean-Marie Gleize. You can download the pdf file [88 Kb] @ gammm/ebooks. You can also read the whole interview below.

 

 

 

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Jean-Marie Gleize, lei pensa che in Francia ci sia, o ci sia stato, un movimento poetico che raccolga assieme autori come Christophe Hanna, Nathalie Quintane, Charles Pennequin, Christophe Fiat, Olivier Cadiot, Pierre Alferi, Anne Portugal, Jean-Michel Espitallier, Anne-James Chaton, Jérôme Game, Éric Sadin, Vannina Maestri, Manuel Joseph, un movimento di cui anche lei fa parte? Parlerebbe, al riguardo, di avanguardia? Rispetto a questi autori, qual è la sua posizione?

È giusto chiedersi, specificando come fa lei, se ci sia o se ci sia stato un movimento poetico, perché rispetto ai vent’anni seguiti alla svolta degli anni Ottanta, in questo nostro primo quindicennio del XXI secolo, la situazione non è più la stessa. La maggior parte dei “giovani” poeti di cui lei ha citato i nomi, e che hanno rappresentato la generazione emergente degli anni Ottanta-Novanta, sono ora cresciuti e affermati e, rispetto ad allora, evidentemente meno disposti a contribuire a operazioni di identificazioni collettive (identificazioni che possono comunque rientrare in una strategia di riconoscimento o rappresentare un modo per assicurarsi da attacchi esterni). Questa nuova situazione è, ovviamente, dovuta al fatto che, dopo quei primi momenti, hanno pubblicato parecchi libri, costruendo propri percorsi e riuscendo a rendere percepibili e comprensibili le proprie differenze. Il motivo per cui i nomi che lei ha fatto, assieme a qualcun altro, possono essere citati congiuntamente, è soprattutto che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta li ritroviamo tutti su un certo numero di riviste, riviste che sono del resto essi stessi a creare, visto che nessuno dei “grandi” periodici allora sul mercato sembra corrispondere a quello che stanno facendo o a quello che sperano di leggere. Vannina Maestri, Jean-Michel Espitallier e Jacques Sivan fondano Java nel 1989; io metto in piedi Nioques nel 1990; Nathalie Quintane, Christophe Tarkos e Stéphane Bérard creano RR nel 1993; Christophe Fiat e Anne-James Chaton fondano TIJA (The Incredible Justine’s Adventures) nel 1997, Olivier Cadiot e Pierre Alferi pubblicano i due numeri della Revue de Littérature Générale tra il 1995 e il 1996, Vincent Tholomé fa uscire nel marzo del 1996 il primo numero di TTC (Tombe tout court), su cui appaiono fin dall’inizio i nomi di Charles Pennequin e di Christophe Tarkos, seguiti ben presto da quelli di Vannina Maestri e di Jacques-Henri Michot; Christophe Tarkos e Katalin Molnar fondano Poézie prolétèr nel 1998… Non si può negare che tutto questo contribuisca a definire uno specifico campo, o, meglio, un territorio preciso all’interno di uno specifico campo. In parte, si tratta di una reazione a quello che, dopo il 1980, si è venuto presentando come un ritorno al “lirismo” e ai fondamenti tematici e formali della poesia poetica (quella che io chiamo “ri-poesia”). In parte, si prendono le distanze dallo “stile” delle ex neoavanguardie, testualiste o formaliste che siano, egemoni nel corso del doppio decennio degli anni Sessanta-Settanta (in sostanza: posa teorica seriosa, atteggiamento profetico-ideologico, rigore dogmatico, struttura gruppuscolare e una certa propensione alle “teorie d’insieme” — il tutto secondo un modello di funzionamento largamente ereditato dalle avanguardie storiche degli anni Venti e Trenta). Contro i primi, ci si rifiuta di credere che la “fine” delle avanguardie possa aprire le porte a una restaurazione pura e semplice della Poesia, intesa sub specie æternitatis. Contro i secondi (o meglio: contro e assieme ai secondi) vengono acquisite tutte quelle interrogazioni e conquiste critiche della modernità poetica in grado di funzionare come punto di partenza e di permettere, poi, con assoluta libertà di movimento (con ironia e umorismo per molti), la creazione di forme e oggetti nuovi, ibridi, post-poetici e trans-generici. Ci troviamo così di fronte a un momento e a uno spazio che si costituiscono ormai privi di un centro o di un polo d’attrazione dominanti. La nozione di rete si fa assai più pertinente rispetto a quella di gruppo, o di movimento. Lo spazio comune di cui sto parlando è composto di micro-spazi (nel mio vocabolario: “capanne”) più o meno effimeri e transitori, dove la circolazione è libera. Tutti i nomi che lei ha citato, assieme a quelli che ho aggiunto io alla sua lista (senza con questo essere esaustivo), sono presenti su quasi tutte le riviste di cui ho appena ricordato i titoli. Naturalmente, visto che lei mi pone la domanda, le dirò che anch’io posso affermare di aver partecipato pienamente a questo momento e a questo spazio, non fosse altro per il fatto di essermi attivamente impegnato a fare in modo che questo spazio esistesse e prendesse corpo: attraverso la mia rivista Nioques (che ha pubblicato Tarkos, Manuel Joseph, Olivier Quintyn, Tholomé, Pennequin, Leibovici ecc.) ma anche attraverso la collana di libri collegata alla rivista e pubblicata dalla casa editrice Al Dante di Laurent Cauwet. È, per esempio, in questa collana che abbiamo pubblicato il primo libro di Christophe Hanna (Petits poèmes en prose), come anche parecchi dei libri di Christophe Tarkos (a cominciare da Oui, nel 1996), il fondamentale ABC de la barbarie di Jacques-Henri Michot, alcuni libri di Jacques Sivan ecc. Nathalie Quintane fa ancora oggi parte del comitato di redazione di Nioques, e abbiamo rapporti molto stretti con il gruppo della casa editrice Questions théoriques. Come a dire che la “cosa” continua… Mi pare però necessario sottolineare che l’insieme globale di queste pratiche non può essere semplicemente definito come un insieme indifferenziato e privo di contraddizioni: all’interno dello spazio dato, ognuno degli scrittori occupa una propria area di “gioco” e si muove portandosi dietro i propri punti di riferimento, il proprio contesto teorico, le proprie particolari procedure, prese in prestito o inedite che siano. Mi pare che autori come Hanna, Quintyn o Leibovici, che pensano la propria pratica in termini di “dispositivo”, che riattivano la nozione di scrittura documentale (sulla scorta degli oggettivisti americani) e addirittura di rimediazione (riciclaggio, collage, cut up, montaggio ecc.) e che lavorano in dialogo con i filosofi pragmatisti, non vadano confusi con quanti portano avanti in maniera esplicita i cantieri della tradizione sperimentale per come è stata trasmessa (“poesia elementare”, “poesia visiva”, “poesia sonora”, “performance” ecc.). Alcune delle similitudini e prossimità apparenti richiederebbero di essere prese seriamente in esame. Anche l’impresa di spersonalizzazione del documento (portata avanti, per esempio, da “La redazione”, che di fatto neutralizza ogni rimasuglio soggettivo rimasto attaccato alla nozione di “scrittura”) non va confusa con il non meno spettacolare rilievo dato al “performer” e al suo nome (Fiat o Tarkos, con le loro “improvvisazioni”, partono dall’evidentissimo presupposto che la “presenza” e la “diretta” siano assolutamente efficaci). C’è qualcosa di più di una semplice differenza tra il concetto di “faccialità” concepito da Charles Pennequin con una forza verbale e un’energia fisica esemplari e l’idea di “letteralità” che porto avanti io, prosa in prosa, piattezza spietata, principio di nudità integrale. Ci deve essere di mezzo qualcosa di più di una sfumatura se a me pare necessario cercare di “uscire” dalla poesia (senza dubbio perché il mio luogo teorico d’origine è la tradizione critica di quest’ultima, vale a dire Francis Ponge e Denis Roche), mentre per molti degli artisti di cui stiamo parlando l’idea stessa di poesia (o di pratica poetica, in senso più largo e problematico) può o deve essere conservata. In forma un po’ caricaturale, Jean-Michel Espitallier scriveva nel 2000 la prefazione alla sua antologia Pièces détachées, in cui presentava alcuni esempi della “poesia francese di oggi”. Al momento di sostenere che secondo lui non esisteva alcuna spiegazione obiettiva (di natura storica, socio-culturale o altro) all’emergere di questa poesia negli anni fra il 1985 e il 2000, si esprimeva in questi termini: «La spiegazione è il testo poetico. L’irripetibile e singolare discorso dell’opera d’arte. La poesia come abbagliante coincidenza con sé stessa». È difficile, leggendo queste stupefacenti righe, resistere alla tentazione di portare alla luce del sole tutto quello che può veramente separare quanti si trovano troppo spesso e troppo semplicisticamente identificati gli uni con gli altri. Sono relativamente poco sensibile alla sopravvalutazione, all’interno di questa tradizione, della distanza ironica (senza dubbio, si tratta di un tratto caratteriale), e ancor più sospettoso nei confronti di quanto a me pare rientrare, da vicino o da lontano, in un pregiudizio ludico o, per altri versi, assai palesemente formalista (manipolazione delle procedure, gusto neoparnassiano per i virtuosismi ecc.). Mi sento molto più vicino a quanti hanno definitivamente smesso di trasformare la poesia in un feticcio, quasi fosse un sovra-linguaggio o un linguaggio separato. Non penso in effetti di condividere nulla con quelli che scrivono “poesie” e poi le “raccolgono” ecc., neppure se si dimostrano capaci di inventarsi forme nuove, forme che possono chiamare cine-poesie, poesie commestibili, o chissà che altro. Considero la forma-poesia un po’ come la pittura tematica da cavalletto. Per il resto, mi trovo in evidente sintonia con chi cerca le proprie pratiche tenendo obiettivamente presenti le nuove forme con cui ci relazioniamo al reale. Senza sviluppare ulteriormente il concetto, potrei dire: le forme attuali dell’oggettivismo post-poetico — forme da inventare.

 

Continue reading ‘nuovo ebook su gammm: “il senso delle parole”, di jean-marie gleize. 2016’

a deciphering / john martone. 2009


Oggi un nuovo ebook su gammm.org, in francese e in traduzione italiana: Ben a Parigi, di Ben Vautier. Il file pdf [235 Kb] è scaricabile dalla pagina gammm/ebooks. Un estratto è qui in calce nel post.

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Today, a new ebook at gammm.org. It’s in French, and in Italian translation: Ben à Paris, by Ben Vautier. You can download the pdf file [235 Kb] @ gammm/ebooks. You can read an excerpt here below.

 


§

Newsletter, 9 settembre 2016

 

 

Bongiorno
Una piccola newsletter
Un po’ lunga
mandata dalla mia stanza all’albergo La Louisiane
Non c’è Annie che mi corregge gli errori
D’ortografia

Continue reading ‘nuovo ebook su gammm: “ben a parigi”, di ben vautier. 2016’

extended fb / roberto cavallera. 2016

foglio volante / jean-marie gleize. 2016

 

Alla fine, in qualunque modo si vesta, la poesia si presenta sempre o finisce sempre per presentarsi come una superlingua, come una pratica sovradeterminata dalla sublimazione estetizzante, dal preziosismo formale (a volte truccata da minimalismo).

Dobbiamo quindi spostare, spostarci. Guardare agli impieghi contemporanei e ordinari della lingua. “Ordinario” era anche la parola d’ordine di Flaubert nella lettera a Louise Colet in cui parlava di una «prose très prose», cioè di una «prosa molto prosa». Per quello che riguarda me, io parlo di “prose en prose(s)”, di “prosa in prosa/prose”.

La prosa di cui parlo è in qualche modo anteriore, oppure posteriore, oppure ancora parallela, in ogni caso esterna alla distinzione tra prosa e verso.

Si tratta di mettere in discussione il verso, l’esaltazione del verso come ultimo rifugio utile a definire la poesia in quanto tale, radicalmente specifica e diversa.

Si tratta di mettere in discussione l’insieme dei vari prodotti derivati che operano all’interno della dicotomia verso-prosa: la “poesia in prosa” (il principale derivato, sommamente legittimato nella storia “moderna” della poesia), la “prosa in poesia” e la “prosa poetica” (ovvero una prosa poetizzata mediante musicalizzazione e inserzione di ingredienti ad alto tenore metaforico).

Quando suggerisco che è possibile pensare una “prosa in prosa/prose”, la prima cosa che si va a perdere è la nozione di “poesia”. La prosa di cui sto parlando implica la pratica di una scrittura dopo la poesia, implica cioè che si sia riusciti ad abbandonare l’oggetto “compiuto”, chiuso e ad alta definizione formale riconosciuto e feticizzato dalla nostra tradizione con il nome di “poesia”. Quindi: fine delle “raccolte”.

Quella che io chiamo “prosa in prosa/prose” implica, in effetti, l’“uscita” dal campo della poesia e suggerisce l’idea di una pratica letterale postpoetica se non addirittura postgenerica.

È chiaro che diventa allora necessario degenerizzare anche e nella stessa misura la prosa, scollandola dalla sua embricazione con il genere del romanzo (dato che, nel Villaggio, “prosa” significa comunemente prosa romanzesca).

Sappiamo tutti che “c’è prosa e prosa”. Questo può innanzitutto voler dire che esiste una prosa romanzesca (polimorfa, ovviamente) e una “prosa/prose” altra/altre, al plurale. Che è appunto ciò di cui sto parlando (ed ecco perché scrivo: “prosa in prosa/prose”).

Una pratica della scrittura come esposizione, come prosa posta e senza posa, esponente. Una “prosa-scatto” (Dominique Fourcade): «Dispongo le cose, metto le carte della vita in tavola senza commentare».

Qui è tutto da reinventare. La “prosa/prose” non esiste/esistono (ancora). È semplicemente il nome extra- o postgenerico che diamo alle nostre pratiche sperimentali (documentali, disposizionali…). All’esercizio di una responsabilità formale. Senza dubbio politica. Nioques

 

 [ traduzione di M. Zaffarano, già in «l’immaginazione»,
n. 294, lug.-ago. 2016, p. 28, rubrica gammmatica ]

Die Wahrheit ist dass wir alle hier sind um gesehen zu werden. Jeden ist auf den andern eifersüchti

[Dal catalogo di «Documenta 5», Kassel, 1972]

La mia posizione attuale, dopo che Duchamp ha dichiarato che «tutto è arte», è che la ricerca artistica non ha più come luogo l’arte stessa – vale a dire che non si cerca più la forma estetica dell’arte ma s’interroga l’arte. Per questo mi interesso a quelle attitudini che si chiamano anti-arte, non-arte, la vita è arte, arte anonima, anche se penso che si tratti di attitudini ipocrite e impossibili nella sostanza – la loro riuscita effettiva infatti avrebbe come risulsultato la scomparsa della storia dell’arte o degli artisti in quanto partecipi di questa storia. Sono però tutti atteggiamenti post-Duchamp. Persino le correnti che postulano un ritorno alla «grande pittura» sono influenzate da Duchamp. Che si voglia o no, dopo Duchamp è impossibile tornare alla forma. È l’arte in se stessa che si pone come problema.

§

Una delle nozioni fondamentali dell’arte è quella del nuovo. Continue reading ‘la verità è che siamo tutti qui per essere visti. ognuno è geloso dell’altro / ben vautier. 1973’



Oggi un nuovo ebook su gammm.org, in francese e in traduzione italiana: Il cancello / La grille, di Jean-Marie Gleize, che leggerà il testo stasera a Villa Medici (Roma). Il file pdf [1,26 Mb] è scaricabile dalla pagina gammm/ebooks.

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Today, a new ebook at gammm.org. It’s in French, and in Italian translation: Il cancello / La grille, by Jean-Marie Gleize, who will read the text this evening in Villa Medici (Rome). You can download the pdf file [1,26 Mb] @ gammm/ebooks.

 







stanza e altro / roberto cavallera. 2010


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