quattro categorie più una: "loose writing" / marco giovenale. 2011

 

Come esistono spostamenti del continente “testo narrativo”, quando accade che blocchi interi di romanzi, o famiglie di autori, che nel tempo e con lo smarginarsi o vicendevole divorarsi delle teorie fanno massa coesa o si disintegrano e – in una ideale deriva dei continenti alfabetici – assumono una diversa configurazione in quello che pensiamo essere un buon rilievo cartografico delle scritture, così si può dire che le teorie stesse, scogliere intere di definizioni, rupi di criticism, possono compattarsi, franare, emergere, collidere (non nella realtà-realtà, fortuna vuole; sì nella più concreta realtà dei segni che ci costruiamo, a proposito della realtà-realtà).

A questo proposito – con io meno critico che autoriale – vorrei suggerire (o dire che vedo, vedrei, penso di vedere) proprio un conflittuale compattamento.

In questi tempi vedo, osservo – e suggerisco – il darsi di una imperfetta ma forse non infelice unione tra categorie o schegge di generi che, considerate poi singolarmente, possono anche non aver ricevuto di fatto una organizzazione e definizione condivisa, ed essere al limite in movimento, addirittura “all’avanguardia”, o perfino di là da venire, in sostanza inespresse. E tuttavia, ancora non espresse e allineate dai critici in elenco, unirsi. Si uniscono. O possono esser passibili di presentazione di gruppo.

Allora ne assommo / accorpo / unisco – o vedo unite – cinque, ora:

 

new sentence (Silliman)

prosa in prosa (Gleize)

googlism, flarf (Mohammad)

scrittura concettuale (Goldsmith)

loose writing

 

Non metto parentesi dopo la quinta “categoria”; è ancora in larga parte sfocata e ne sono non autore ma  segnalatore. Non vorrei debordare in imprecisione.

Ron Silliman parla di new sentence a proposito (sintetizzo) di una frase che si innesta volentieri in una sintassi e macroarticolazione o sequenza di frasi che in qualche modo rimandano a concatenazioni tipiche del sillogismo, a segmenti relati, legati (o che esibiscono legami, o che implicitamente chiedono al lettore di vederli, di sentirli stabiliti), proprio nel momento in cui la normale, razionale, dimostrata-dimostrabile descrittibilità e consequenzialità è (giusto grazie a quelle stesse frasi) fatta saltare, gettata in crisi. Continue reading “quattro categorie più una: "loose writing" / marco giovenale. 2011”

conversazione fuori contesto / antonio loreto, massimiliano manganelli. 2014

Nelle giornate del secondo convegno Ex.it (ormai più di un anno fa), insieme agli autori ascrivibili all’attuale panorama della scrittura di ricerca (che comprende anche fotografi, videomaker, musicisti), sono intervenuti alcuni critici per un confronto sui problemi che quel panorama solleva. Noi che allora avevamo il compito di coordinare la discussione, cerchiamo qui di sviluppare qualcuno degli spunti emersi, affidando il resto del dibattito alla ricostruzione che la lettura dei singoli saggi del presente volume potrà suggerire. Tra gli argomenti affrontati, non riuscimmo ad aggirare la questione del soggetto, antico problema della poesia sperimentale, tanto antico da essere accolto da qualche convenuto con alzata d’occhi e aperte proteste. L’insofferenza non sembrava ingiustificata: una certa saturazione, una stanchezza del discorso – che ha le sue radici nell’aspirazione di Mallarmé a far parlare, in una poesia, il Linguaggio; nelle relative riflessioni di Valéry; nel rifiuto o nelle pretese di riduzione oggettivista, neoavanguardista, languagista – la si poteva effettivamente ammettere. E tuttavia, come segnalano alcuni passaggi dei contributi che si leggeranno, rimaneva un discorso da fare.

 

AL

Qui si potrebbe provare semplicemente a cambiare prospettiva. Per parte mia vorrei tentare di farmi soccorrere dalla psicanalisi lacaniana (del resto evocata in modo più o meno determinante in interventi come quelli di Giancarlo Alfano e di Gian Luca Picconi), cominciando a sdoppiare il soggetto in je e moi. (Valéry vedeva nei suoi Cahiers che «ci sono due persone in Io» correlativamente all’idea che «noi riceviamo il nostro Io conoscibile e riconoscibile dalla bocca altrui».)

Reimpostare la riflessione appoggiandosi a due istanze distinte può servire a ragionare del vecchio cruccio della riduzione/abolizione del soggetto senza svuotarne del tutto la casella, cosa che la scrittura, l’enunciazione (la produzione o riproduzione di enunciati) sembrano mal sopportare. Un discorso acefalo, totalmente acefalo, non può esistere. E a volte invece lo si è creduto, per esempio nella pratica di una mimesis della visione (l’école du regard, il primo Antonio Porta), sfidando l’idea cartesiana secondo cui la visione si lega a un soggetto di pensiero, e sfidando l’osservazione valériana di un fatto semplice: «prima ancora di significare una qualsiasi cosa ogni emissione di linguaggio segnala che qualcuno parla».

Sfide perdute in partenza, che consigliano un pacifico ritorno a Cartesio – ne parla Fabio Zinelli (pp. 99-103) per alcuni autori extra-ex.it e per Andrea Inglese, il quale però se vi ritorna è per dirgli addio, per farla finita con l’ego, ridotto a pezzo tra gli altri («pezzo principe» del soggetto, mentre sul patriziato si alzano le lame delle ghigliottine) – a meno che non si prenda la direzione prevalente di Ex.it – cui Inglese si conferma allora organico – che appunto prevede una obliqua ma riconoscibile andata a Lacan: la distinzione tra je e moi, con la messa in crisi di quest’ultimo (e in proposito si potrà citare l’Alessandro Broggi di Protocolli: «l’ego è una finzione, non c’è un “me”, si tratta soltanto di una tecnica discorsiva»).

 

MM

Per quanto mi riguarda (e nonostante la psicoanalisi mi sia assai cara), sarebbe opportuno, per una volta, se non uscirne completamente, almeno allontanarsi dalla dimensione strettamente psicologica dentro la quale sembra essere rinchiuso il discorso sul soggetto (colpa del Novecento, potremmo dire). Tutto sommato quello che si sottopone a (giusta) critica è il soggetto lirico (è un aggettivo che dovremmo sempre aggiungere, per comprenderci meglio), che viene più o meno a coincidere con l’io che parla e prende posizione rispetto al mondo, che, in buona sostanza, riduce il mondo alla propria esperienza privata. In questo modo ci si dimentica per lo meno la dimensione linguistica del soggetto e, soprattutto, quella antropologica. In occasione del dibattito di Albinea 2014 mi è capitato di lanciare l’ipotesi (neanche troppo estemporanea) di sostituire al termine soggetto – quale problema e bersaglio critico – quello di identità, sulla suggestione di un interessante saggio di Francesco Remotti intitolato, appunto, Contro l’identità. A distanza di un anno mi pare che tale categoria riesca più comprensiva di quella di soggetto, dal momento che implica anche risonanze collettive (il soggetto noi, il soggetto comunità) piuttosto considerevoli.

 

AL

La prospettiva che tu indichi attraverso il concetto identitario – già richiamato a vario titolo da Renata Morresi a proposito di Charles Bernstein e di Rachel Blau DuPlessis (pp. 63 e 68), e più di passaggio da Gian Luca Picconi (p. 86) e Fabio Zinelli (pp. 94 e 96) – mi pare si sovrapponga felicemente a quella che tentavo di proporre. Il moi è oggetto che consiste in un aggregato di identificazioni, a partire da quella che per il bambino prende forma di fronte allo specchio (stade du miroir), che realizza un’unità ideale e immaginaria, e alienata, dal corps morcelé, dal corpo-in-frammenti. Lavorare a un’abolizione nell’ambito del soggetto risulta dunque possibile col fatto di lasciare comunque operativa un’istanza, che, peraltro, sottrae al lettore il suo, di specchio. Si tratta di superare un’idea narcisistica della realtà, la presunta validità (nonché l’interesse) di una visione del mondo 1:(X-1), dove 1 è l’individuale che fa valere la sua illusoria, immaginaria identità nei confronti del mondo visto come (X-1), come altro da sé, quando è invece chiaro che il mondo quell’1 lo include.

Il fatto è che il rapporto tra je e moi costituisce un modello fondamentale per la relazione tra il soggetto e il mondo (anche questo lo aveva intravisto Valéry): e dunque, se si vuole smetterla con il lirismo (almeno con un tipo di lirismo), l’abolizione del polo ideale, della proiezione immaginaria del moi è un passaggio decisivo. Continue reading “conversazione fuori contesto / antonio loreto, massimiliano manganelli. 2014”

zu der blühenden allmaterie (abbozzo) / gustav sjöberg. 2017

 

according to a classic aesthetic model, the artist forms an already existent matter, turns nature into art, gives matter form. the paradigmatic example in this context would be sculpture, but poetry too is ultimately understood in similar terms. for what, as it were, distinguishes a poem from a non-poem, poetry from that which is not poetry? as various historically conditioned attempts to provide poetry with an essential determination little by little have proved to be untenable, the one thing remaining is an implicit notion of human agency, the very idea that the poet in one sense or another organizes the non-poetic matter and turns it into poetry.

which particular methodological premises that are underpinning such an organization of matter is, in this particular light, of secondary importance. what it comes down to is, above all, the fundamental aristotelian distinction between form and matter, and its still strong influence on concepts such as ”art” and ”poetry”.

bearing this in mind, it becomes one of the most crucial tasks for contemporary writing to subvert or dissolve the distinction between that which is produced by man and that which is produced by nature, or between the ”universal artist” (universalis artifex) and the ”universal matter” (universalis materia), to use the terminology of florentine neoplatonist 15th century philosopher marsilio ficino.[1]

for this to be possible, another understanding of the relationship between form and matter seems to be required. which? Continue reading “zu der blühenden allmaterie (abbozzo) / gustav sjöberg. 2017”

riambientarsi (ma anche difendersi) / marco giovenale. 2012

Marco Giovenale_ Riambientarsi ma anche difendersi [dato il “cambio di paradigma”] by marco giovenale / differx on Scribd

https://www.scribd.com/embeds/108100914/content?start_page=1&view_mode=scroll&access_key=key-i9g5b7g6bf70s8f4u52&show_recommendations=true

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see / download the pdf here = per vedere o scaricare il pdf:
https://gammm.org/wp-content/uploads/2017/04/Riambientarsi_MGiovenale.pdf

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cenni di poesia visiva femminile / giuseppe garrera. 2017

Per Mirella Bentivoglio il mito delle Parche, di Arianna e Aracne è inciso nell’inconscio della scrittura e del femminile: i ricami delle lenzuola, la tessitura o tramatura o ornato dei lini per le nascite e per i morti, i ricami e gli orditi per bare, culle, tovaglie, banchetti, nozze.

L’ossessione del tessere, del cucire, del filare, dei nodi, dei fili, delle trame, dei punti croce, di merletti e arabeschi intorno e tra la vita fino alle soglie del nulla costituisce l’apparato più profondo e inesplicabile, l’unico degno di esser preso in considerazione, della scrittura.

L’agoscrittura di Anna Paci; l’ipotesi di Giovanna Sandri di un’origine lunare dell’alfabeto, di un alfabeto segreto, precedente l’introduzione di quello fenicio, custodito da sacerdotesse, le cui lettere erano ramoscelli recisi da alberi diversi, profumati. Un alfabeto olfattivo, una scrittura profumata a seconda delle stagioni e dei mesi. Sono le Moire a recidere e allineare e comporre l’alfabeto arboreo: esse filano, tessono, ornano, e tagliano (ogni arabesco è motivo intorno alla morte, all’indugiare e procrastinare e ammazzare il tempo): la scrittura asemantica appartiene alle Moire in tutte le sue forme, che sia l’alfabeto braille, documento di una comunicazione chiusa e muta, di Annalisa Alloatti, o siano i dattilo-codice, ramificazioni di segni ed icona e pittogrammi, di Tomaso Binga, o le trascrizioni senza codice, pure scritture asemantiche legate al gesto rituale e incantatorio della mano, di Irma Blank, o i libri tessili fatti con una macchina da cucire ebbra e disubbidiente di Maria Lai, o l’espressione dei gesti davanti all’insignificanza delle parole di Ketty la Rocca, fino alle semantografie di Anna Oberto nella ricerca ossessiva di tracce di mani e nella nostalgia per scarabocchi e graffiti.

Per secoli le donne non hanno parlato. La donna socialmente muta, se non nel dialogo silenzioso dell’epistolario. Carla Lonzi in alcuni appunti interlineari, tracciati tra le righe stampate di un libro del compagno Consagra, scrive della necessità del diario, dei fogli e delle pieghe dei fogli dove nascondere le parole, il foglio come drappo, panneggio, stoffa, conchiglia in cui infilare, farcire (il corpo del linguaggio): la tendenza a trasformare il linguaggio in tessile o anche sedimento dei marosi del cuore.

Nel Barone rampante di Calvino, Corradina, la madre di Cosimo, chiusa nella sua stanza, passa le giornate a fare pizzi ricami e fili al tombolo e nel ricamo sfoga la sua passione guerresca e organizza in strategia il proprio furore. Emma Bovary addirittura mentre cuce si punge le dita in continuazione e sanguina. Nel ditale d’oro di Virginia Woolf la protagonista s’addormenta reclinando il capo sul ricamo, e dalla coperta, dalle pieghe della tovaglia che sta cucendo escono animali esotici, carovane e strade e via di fuga e di medicamento.

Nella tradizione femminile è frequente il ricorso alla mutilazione, alla mutilazione della comunicazione. Da qui la coreografia delle dita, il linguaggio dei muti (Ketty La Rocca), i gesti, i braillepoems dell’Alloatti, le lacerazioni della Landi, le desemantizzazioni della Binga, ma anche, benché dolentissime, le fonazioni afone, l’inarticolato, i  sibili i rantoli i mugugni i sospiri di Patrizia Vicinelli, la vicinanza con il piagnucolare e lamentarsi degli animali, in una disintegrazione del linguaggio come scrittura e lettura, verso il rimosso e i reami inconsolabili e labirintici del silenzio (e dunque l’ossessione del tessere, del cucire, del filare, dei nodi, dei fili, del tramare trame e orditi e favole e la leggenda). Continue reading “cenni di poesia visiva femminile / giuseppe garrera. 2017”

foglio volante / jean-marie gleize. 2016

 

Alla fine, in qualunque modo si vesta, la poesia si presenta sempre o finisce sempre per presentarsi come una superlingua, come una pratica sovradeterminata dalla sublimazione estetizzante, dal preziosismo formale (a volte truccata da minimalismo).

Dobbiamo quindi spostare, spostarci. Guardare agli impieghi contemporanei e ordinari della lingua. “Ordinario” era anche la parola d’ordine di Flaubert nella lettera a Louise Colet in cui parlava di una «prose très prose», cioè di una «prosa molto prosa». Per quello che riguarda me, io parlo di “prose en prose(s)”, di “prosa in prosa/prose”.

La prosa di cui parlo è in qualche modo anteriore, oppure posteriore, oppure ancora parallela, in ogni caso esterna alla distinzione tra prosa e verso.

Si tratta di mettere in discussione il verso, l’esaltazione del verso come ultimo rifugio utile a definire la poesia in quanto tale, radicalmente specifica e diversa.

Si tratta di mettere in discussione l’insieme dei vari prodotti derivati che operano all’interno della dicotomia verso-prosa: la “poesia in prosa” (il principale derivato, sommamente legittimato nella storia “moderna” della poesia), la “prosa in poesia” e la “prosa poetica” (ovvero una prosa poetizzata mediante musicalizzazione e inserzione di ingredienti ad alto tenore metaforico).

Quando suggerisco che è possibile pensare una “prosa in prosa/prose”, la prima cosa che si va a perdere è la nozione di “poesia”. La prosa di cui sto parlando implica la pratica di una scrittura dopo la poesia, implica cioè che si sia riusciti ad abbandonare l’oggetto “compiuto”, chiuso e ad alta definizione formale riconosciuto e feticizzato dalla nostra tradizione con il nome di “poesia”. Quindi: fine delle “raccolte”.

Quella che io chiamo “prosa in prosa/prose” implica, in effetti, l’“uscita” dal campo della poesia e suggerisce l’idea di una pratica letterale postpoetica se non addirittura postgenerica.

È chiaro che diventa allora necessario degenerizzare anche e nella stessa misura la prosa, scollandola dalla sua embricazione con il genere del romanzo (dato che, nel Villaggio, “prosa” significa comunemente prosa romanzesca).

Sappiamo tutti che “c’è prosa e prosa”. Questo può innanzitutto voler dire che esiste una prosa romanzesca (polimorfa, ovviamente) e una “prosa/prose” altra/altre, al plurale. Che è appunto ciò di cui sto parlando (ed ecco perché scrivo: “prosa in prosa/prose”).

Una pratica della scrittura come esposizione, come prosa posta e senza posa, esponente. Una “prosa-scatto” (Dominique Fourcade): «Dispongo le cose, metto le carte della vita in tavola senza commentare».

Qui è tutto da reinventare. La “prosa/prose” non esiste/esistono (ancora). È semplicemente il nome extra- o postgenerico che diamo alle nostre pratiche sperimentali (documentali, disposizionali…). All’esercizio di una responsabilità formale. Senza dubbio politica. Nioques

 

 [ traduzione di M. Zaffarano, già in «l’immaginazione»,
n. 294, lug.-ago. 2016, p. 28, rubrica gammmatica ]