PRATI / Andrea Inglese. 2006

Prato n° 23 (olio su tela)

Succede prima o poi di avvicinarsi al prato. Non direttamente, come se uno ci camminasse sopra (o dentro). Ma per una mediazione, di cui è responsabile una persona. Un individuo incontrato per caso, più vecchio di te, che finisce con l’invitarti a casa sua, e non te ne parla subito, ma tu alla fine lo capisci, mentre ti rovescia un po’ di vino nel bicchiere, lui dipinge prati. E ovunque per l’appartamento poggiano su tavoli, comò, librerie, contro pareti ed armadi, piccole tele, a volte solo carte, neppure colorate, ma solo attraversate da tratti di china. Sono prati neri, nervosi, come una tempesta di aghi, senza nient’altro che appaia, rischiari, interrompa il formicolio dei tratti. Il prato è quindi concepibile nel suo isolamento, come una cosa evidente, solitaria, apparentemente semplice, ma che può cominciare a sfuggire, a chi lo dipinga o disegni più di una volta, come angustiato, e ci ritorni poi, a completare il lavoro, o almeno così lui pensa, all’inizio, ma dopo il lavoro non si completa, si apre a un disordine ansioso, il prato rimane ancora e sempre da fare, alcuni tratti non sono mai quelli elementari, semplici, sono di nuovo forzature, testarde forzature, segnali di prato, non parti buone di prato.

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Prato n° 18 (olio su tela)

Il prato non sorprende. Ma i suoi confini sono di difficile determinazione. Puoi cominciare da un’immagine. Una delle “immagini interne”. Quelle che si presume tu custodisca nella testa. Un buon residuo di tanti ricordi, ad esempio, traversato da sovrapposizioni, angoli o sfondi, che appartengono invece a sogni. (Ma forse hai solo sogni di praterie, o di sabbia, o di rocce con qualche cespuglio spinoso.) (Forse hai pochissimi ricordi, solo quelli che non hai potuto cancellare, e non sedimentano immagini di prato, ma di pavimenti, piastrelle o marmo o legno. Pavimenti con confini precisi, muri intorno e porte, solitamente chiuse.) Servirebbe un’immagine, prima che ad avvicinarlo sia la parola. Oppure una fotografia, di cui sia facile amputare la sagoma o l’ambiente umani, per ritenere una striscia breve, di sola erba, di erba su erba, un cominciamento di prato. A mediare ancora un personaggio, stavolta una donna se l’altro, il precedente, era uomo. Che ti accompagna ancora a fissare la stessa stampa, tenuta contro la parete da due puntine di metallo. È una riproduzione dell’Annunciazione di Beato Angelico. Lei dice che non guarda mai le due figure umane, l’angelo e la vergine. Dice che non le ha ancora mai guardate, e neppure l’interno della loggia. Dice ogni volta, tenendomi per il polso, che solo l’erba la interessa, “questo lembo di prato, vedi? – mi ripete – come s’infila sotto la palizzata, quante specie di fiori ed erbe tu ci vedi?”. E pretende una risposta, che tu non sai darle, che non vuoi darle, e che lei, comunque, non vorrebbe sentire. È del suo stupore che si tratta, non dell’enumerazione precisa ed erudita delle specie.

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Prato n° 3 (acquarello su cartoncino)

Il prato è logorabile? È una concentrazione di forze. Di forze a bassissima intensità. Come una luce soffocata, tenue, diffusa. Se ci cammini accanto, il prato non impensierisce. Non lo guardi, lo hai di lato. Pensi ad altro, l’erba non fa ostacolo, l’insieme delle erbe, tutte quante, la superficie intera delle erbe, non rallenta i tuoi pensieri, non li devia, non li assorbe. Puoi pensare ad altro. Puoi non pensare. Per poco. Guardando il prato, smetti di pensare. Il prato costeggiato d’alberi, si dice. Il prato costeggiato di pioppi, no, di filari di pioppi. Come un movimento, una fila in moto, lo scorrimento degli alberi, per forza adunati lungo un asse, una serie, ossia dei simili, degli individui simili, alberi, pioppi, che scivolano lungo un lato del prato, come sospinti su di una rotaia, un solco, fino allo schianto, ma non avviene. Diversi i lati, cambiano i sensi dello scorrimento. Il prato fiancheggiato di palazzi. Il prato fiancheggiato di pecore. Il prato fiancheggiato di uomini armati. Il prato fiancheggiato di stufe nere di ghisa. L’unico luogo sgombro, vario, senza righe, rotaie, serie. Il loglio, la margherita, la sulla, l’andatura variegata, sparsa, rada, delle erbe, come a infittire vanamente su una superficie brulla, lo strato terroso di sotto, il fondo di sassi, ghiaia ed argilla. Viene un uomo, da solo, con un libro. Gira come ubriaco, guardando fisso a terra, spostando a scatti i piedi. Quando è convinto, si sdraia. Dapprima si mette in ginocchio, e poi si lascia cadere di lato e si stende sulla schiena. Aspetta solo che le formiche comincino a camminargli sul dorso delle mani, o nel collo, o sulla fronte. Allora apre il suo libro, e si mette a leggere quei racconti lenti, dove si narra sempre di uno scrittore che raggiunge una locanda in periferia, d’inverno. E quando entra, nel tepore dei locali affumicati dai sigari e dalle sigarette cattive, comincia descrivere le proprie minime sensazioni.

(Da: Andrea Inglese, Prati, inedito.)











































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