il debito / michele carlo mari. 2011

Nel paese, proprio su in cima, c’è la chiesa, e dentro la chiesa c’è la Beata Paola, che è la protettrice del paese. Non è santa, solo beata, fa quel che può per proteggere, si dà da fare abbastanza, dicono. La Beata Paola è proprio lì. Anche se morta da cinque secoli e passa, forse sei, non so, il suo corpo è ancora immacolato, in bella vista dentro una teca. Che sia immacolato è quello che dicono ai bambini a dottrina, ma se i bambini guardano, almeno quelli più acuti, si accorgono che c’è qualcosa che tocca. O un pochino è deteriorata, o se era così anche da viva, con poca pelle tutta secca abbarbicata alle ossa, senza occhi, con tutti i denti belli in vista, allora c’è da credere che s’era fatta suora per quello. Perché, insegnano ai bambini, lei era nata in paese o lì vicino, si era fatta suora, il diavolo aveva cercato di farla cascare dalle scale, lei faceva i miracoli, tipo non cascare dalle scale neanche se la spingeva il diavolo e preservare il raccolto. Più o meno questo è quanto sulla Beata Paola. Lo sanno tutti perché te lo insegnano da bambini.
Nel paese, un po’ più in giù, c’è anche un bar che non fa miracoli di nessun tipo, fa il bar e basta. Il padrone era il Franco, non era beato neanche un filo, anzi, lui diceva addirittura che secondo lui la Beata Paola non era mica immacolata, e avanzava gli stessi dubbi anche su una buona parte delle rappresentanti di questa e altre religioni. Con lui le suore a dottrina si eran anche date un bel daffare, ma non l’avevan persuaso per niente.
Ecco, i rapporti tra il Franco e la Beata Paola erano restati all’apparenza gli stessi finché non è morto il Franco, mica tanti anni fa. Una su, uno un po’ più giù, uno dietro un bancone, una in una teca, ognuno faceva la sua vita. In apparenza, però.
Perché quando mica tanti anni fa è morto il Franco i suoi parenti avevano deciso di vendere il bar, che avevan trovato uno che voleva farci dentro un negozio di attrezzatura da subacqueo che poi ha rivenduto a uno che c’ha rifatto un bar, e si eran messi a smontare tutto, a decidere cosa vendere ai rigattieri, cosa tener da conto, cosa buttar via. Quando han tirato via la cassa, che c’erano ancora dentro mille lire di quelle grandi piegate in sei parti, dio solo sa da quanto tempo, sotto han trovato una roba un po’ strana: c’era un quadernino nero con scritto sopra Debiti, uno di quei quaderni che si usavano per farsi a mano le rubriche dei numeri di telefono, quelle con le lettere dell’alfabeto dalla parte. Insomma, fattostà che il quadernino era tutto vuoto, a parte che sotto la lettera B c’era segnato in bella calligrafia Beata Paola deve 100 lire.
Era nato così uno dei misteri più grossi del paese. Nessuno ricordava niente che potesse spiegare il fatto. Era ben strano, questo fatto, si dicevano: la Beata Paola è morta da un bel po’, come faceva a dover dei soldi al Franco? C’era uno che diceva che lui l’aveva evocata in una seduta spiritica, ma non spiegava il fatto delle 100 lire, ed era una tesi debolissima anche perché tutti sapevano che il Franco non ci credeva, a quelle robe lì. Il professore, che era quello più razionale di tutti, supponeva che lui avesse segnato quel nome intendendolo piuttosto come soprannome di qualcun altro, o meglio, di qualcun’altra. A quel punto, più del nome stesso, restava un mistero l’esistenza del quadernino, perché il Franco non voleva che la gente fosse in debito con lui e quindi o si faceva pagare con prestazioni d’opera, tipo dal Sogno si faceva aggiustare le scarpe, dall’Arrigo si faceva fare una credenza, e via così, o si affidava al baratto, o, se proprio, tirava fuori la doppietta da caccia da sotto il bancone e sparava allo scroccone. La doppietta era carica coi pallini da uccellino e lui mirava di solito verso i piedi, a una certa distanza, insomma, non voleva mica far male sul serio a nessuno, gli piantava solo due o tre pallini innocui che bastava una pinzetta e lo iodio ed eri già a posto. Lui questo sistema lo vedeva come equivalente al pagamento, diceva non andrò mica in rovina per le 300 lire che mi deve questo qua, gli sparo, mi diverto un po’ e siam pari. Era un sistema che conoscevano tutti, c’erano un paio di scrocconi che avevan deciso che valeva la pena farsi sparare e avevan dentro così tanti pallini che alle volte non potevano neanche entrare in banca che il metal detector andava giù di testa, iniziava a suonare che si sentiva a stare al bar del Franco, e il Franco rideva e diceva, ah, 300 lire che son state un investimento. Franco era una buona persona, gli piaceva divertirsi. E la storia del professore non stava in piedi: la Beata Paola doveva essere la Beata Paola, non un’altra persona, altrimenti al limite gli avrebbe sparato. Anche se era una donna. E poi era improbabile che fosse una donna perché in quel bar lì le donne ci andavano poco volentieri, a parte la Graziana, che era una che si faceva sparare, ma è un altro discorso.
Di fronte al vuoto della logica, l’uomo subito ha un po’ paura, poi capisce che è lì che tocca a lui.
Era nata così una delle più grandi leggende del paese.
Era estate, un sacco di anni fa. Una di quelle notti che c’è un caldo da far paura, un’afa che toglie il fiato, neanche un filo di vento, la gente sta tutta a letto a girarsi ma suda e non riesce a prender sonno, neanche con le finestre aperte. Se uno grida da una parte del paese, dall’altra si sente. Ogni tanto, infatti, due si chiamano, a un chilometro o due: te dormi?, no e te?.
Il Franco aveva il bar aperto, perché tanto dormire non dormiva mai, col caldo. Aspettava che magari venisse qualcuno a prender qualcosa da bere, saran state le undici, undici e venti.
Dentro la teca, il corpo della Beata Paola pativa un umido che le dava un fastidio che dio solo lo sa, le sembrava di rigonfiarsi tutta, che le si sbriciolassero le ossa, puff. Allora apre la teca, è un po’ stranfognata, si mette in ordine con le mani ossute, esce dalla chiesa col suo vestito da suora che ha sempre addosso, e va al bar.
Il Franco vede la Beata Paola che arriva verso il bar, la riconosce, non è che ci siano tante possibilità, da bambino l’ha vista tante volte. Non è immacolato, il suo corpo, pensa. Il secondo pensiero che gli viene è che deve far proprio un gran caldo se s’è svegliata anche lei. Il terzo è che lui a quelle robe lì non ci crede.
La Beata Paola va dentro, Buonasera ragazzo, dice. Il Franco dice, Buonasera, cosa ci servo? La Beata Paola dice Una spuma bianca da cento, grazie. Lui la versa, intanto si chiede come fa a sapere che esiste la spuma, ci sarà stata anche ai suoi tempi, lei la beve e fa Bon, adesso torno su, arrivederci. Lui la guarda un po’ intanto che fa i primi due passi lenti, non ha mica pagato. Tira fuori la doppietta coi pallini da uccellino e fa per sparare, poi ci pensa. Ma sarò mica scemo, si dice, a sparare alla Beata Paola, io non ci credo mica a quelle robe lì. Mette via la doppietta e rimane lì a grattarsi la testa. Ormai è andata così, lui non ci crede allora deve essere un’allucinazione, cosa spari, a un’allucinazione. O se non è un’allucinazione, allora era la Beata Paola, e cosa spari, alla Beata Paola. Poi guarda il bancone. C’è un bicchiere vuoto, lo lava e lo mette via.
Chi ci crede, pensa, se la racconto, sta roba, che non ci credo nemmeno io?
Il giorno dopo va in cartoleria, prende un quaderno di quelli per la rubrica del telefono, ci scrive Debiti e segna in bella calligrafia Beata Paola deve 100 lire. Lo mette sotto la cassa, e lo lascia lì, non lo usa più.
Di per sé non era mica una gran leggenda. Sì, un bell’aneddoto, quello sì. Comunque era la versione ufficiale dei fatti. C’eran delle correnti di pensiero, in paese. Ce n’eran di quelli che ritenevano il fatto che la Beata avesse chiesto una spuma fosse la prova dell’onniscienza di chi è salito al cielo, altri che ritenevano che fosse onniscienza a metà, perché la spuma non è che disseti poi molto. C’eran gli scettici, che vanno dietro anche adesso a dire che basterebbe aprire la teca e vedere se ci sono tracce di spuma sulla Beata, visto che è difficile che l’abbia assimilata e espulsa, messi come sono messi i suoi organi. Ovviamente la curia non ha mai concesso le analisi. Ce n’eran di quelli che non ci credevano, e dicevano che il quadernino col debito era uno scherzo del Franco, l’aveva fatto apposta per farlo trovare e lasciare la gente a chiedersi cosa significava.
Ognimodo, gli eredi del Franco han deciso un bel giorno di calcolare gli interessi sulle cento lire e di citare in giudizio l’ordine di religiose a cui apparteneva la Beata Paola.
In tribunale, di fronte alle prove, l’avvocato delle suore ha proposto il patteggiamento, alla fine suo nipote del Franco ha sparato coi pallini da uccellino alla madre superiora.

[Immagine: Michele Chiossi, Sorbet pietas, 2009, EFFEARTE Gallery, Milano.]











































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