Inutilmente i due vecchi cercarono di arrampicarsi sull’albero. La donna fu portata sopra una barella e poi ricoperta di paglia. I ragazzi si affollarono intorno con gomitate rapide e secche, per prendere posto. Quando le fiamme si alzarono, si sparse la voce che il fuoco era stato appiccato dalla caduta di una lunga pertica. Nessuno cercò di spengerlo, ma solo ascoltarono il crepitìo. La donna spellata e contorta partorì un figlio, ma quasi immediatamente il mucchio di cenere si mescolò alla pioggia che aveva iniziato a cadere.
Le indagini iniziarono immediatamente come in apparenza avviene in questi casi. Le autorità misurarono e numerarono tutti i luoghi vicini. Ogni atto fu certificato e venne anche preteso che i testimoni ricreassero in una commedia gli avvenimenti di quella notte con grande pericolo di nuovi incendi e incidenti. Solo il mucchio di cenere nera rimase a lungo sul luogo, suscitando ancora curiosità e sgomento. Poi il passaggio di veicoli e persone disperse definitivamente ogni traccia. Solo quando fu ritrovato il documento e letto pubblicamente, apparve chiaro il susseguirsi dei fatti.

[…] 

L’altro cercò di ricordare qualcosa che fosse lontano da quello che stava accadendo. Il vicino lo guardò sorridendo. Stranamente disse quello che non pensava. Von Humboldt nell’Orinoco con i suoi primordiali strumenti e von Kleist per i pensieri sulle marionette e gli echi della rivoluzione che lo sfioravano o il disumano grido di Robespierre per la mascella frantumata. Guardava ancora fuori la neve che si accumulava contro la finestra. Di nuovo, dal fondo della sala, l’uomo aprì la porta introducendo Ippolito che appoggiò la mano sul vetro. Il freddo gli sembrò insopportabile e si disperò di non aver potuto dire questo a Raijssa.
Lo specchio dietro la tenda dipinta lo rifletteva proprio come una barriera e un rimbalzo. Non riuscì a guardarsi come riaffermazione o comunque come una propria immagine. Quell’aspetto, sebbene soltanto inverso di una realtà riflessa, gli insinuò sottilmente la sensazione di un luogo della diversità. Allontanandosi non riuscì più a credere all’indiscutibile oscillazione delle due immagini. Uscendo spostò le tende e aprì le porte con estrema cautela per non sentirne i rumori.
L’orientamento preesistente era ora definitivamente impraticabile.

 

 

le inesistenze accennate
le tracce del soggiorno
due corpi
l’appartenenza al segreto
la parola detta per caso
il piatto chiarore
i muri
il silenzio traforato
la voce
la punta che sa ferire
il segno sulle ciglia
il rettangolo gelido
l’attesa dei segni

 

 

Mi ricordo il capo chino. Immediatamente mi identificai con l’assassino. La casa era completamente vuota. Le pareti e le porte dipinte di bianco erano incastrate l’una nell’altra e facilmente si poteva perdere il senso dell’orientamento. Su di una, che mi parve la più larga, dipinsi un mobile. Mi fu necessaria una grande pazienza perché volli che la prospettiva e gli oggetti contenuti da questa fossero di una illusorietà talmente ingannevole che le stesse ombre dipinte sul pavimento, attraversandole, dessero la sensazione di oscurarmi.
Creai anche dei piani inclinati tanto da far pensare alla pericolosità che si poteva rischiare introducendosi in certe parti della casa. Sui muri principali di una stanza che aveva un angolo acuto, avevo tracciato due cerchi. L’uno pullulava di idoli e minute scritture, l’altro fingeva costellazioni mai esistite. Nel fare questo avevo assunto un atteggiamento straziato e scherzosamente raccoglievo sudici rottami, cercando di convincere le persone che lentamente s’introducevano nella casa, che i massimi problemi dimenticati rimanevano nascosti come concetti primari in quello che vedevano. Il dolore morale o materiale cambiò modo d’essere recepito. La vicenda e la violenza venivano recitate sulle false scenografie e molti, identificandosi con me e con l’assassino, cominciarono a crearsi nascondigli tra i rottami puzzolenti che ormai riempivano ogni stanza.

[…]

La città era caduta nel vuoto, ma continuò apparentemente la propria vita. Solo la vertigine la si percepiva ovunque, e le cose si facevano doppie, triple decuplicandosi in immagini. Ogni gesto si ripeteva all’infinito sui frantumi. Ogni fatto, banale o ridicolo, sembrava occupare e trasmettersi nei più lontani angoli dell’intero territorio. Al tramonto di quello stesso giorno, ognuno percepì una sensazione di vuoto; prima lo si osservò per gli oggetti che cadendo scomparivano; poi all’alba per le persone che si dissolvevano come risucchiate dalla luce del giorno. Si ebbe allora la sgradevole consapevolezza di un sogno intorno a qualcosa che non aveva fondo. Allo stesso tempo accaddero molti fatti strani e apparentemente insignificanti. Più tardi i cieli s’incupirono e qualsiasi brezza scomparve. Apparvero grossi uccelli meccanici che attraversavano l’alto da una parte e dall’altra e qualcuno, avendoli osservati da vicino, dichiarò con certezza che erano farfalle dentate o gufi o fiori carnivori. Ripercorrendo a ritroso la strada dove erano passati, nessuno sapeva o voleva ricordare quando questo aveva avuto inizio e quale era stata la ragione. Un graffio, un affossamento, un metallo piegato, non ricordavano più quello che lì era avvenuto. Un silenzio perfetto invase le menti e nessuna modificazione veniva annunziata o predetta. Questo successe per più tempo e si disse che la terra è tutta torbida e sotto di essa giacciono le sue apparizioni che strisciano periodicamente tra gli uomini.  Lunghi tubi giungevano fino all’interno delle città come strade. Strade sosia, strade doppie. Strade ingannevoli, immaginarie, aberranti. Ogni uomo diventò pacco, soldato, lampada, oggetto, televisore, motore, sveglia, macchina o animale metallico, miriapodo elettrico, megera dentata o creatura che geme nel sonno. Mancarono le parole per la bocca. Cominciarono ad arrivare oggetti, segni, frammenti di pietra e d’osso, una sezione di cranio, un re in legno, una sedia legata, una grossa mongolfiera e niente sembrò perverso. Caddero i numeri dalle cose, forse un temporale, solo pensato e illusorio. Una pazzia che frugava e suscitava la capacità di credere per un attimo che ogni cosa immaginata sarebbe stata per forza realizzata; che la rivolta nascesse dalla conseguenza di vedere la propria immagine moltiplicata nello stupore e nei frammenti di specchio.

[…]

_

da magdalo mussiochiarevalli monodico (1963/1986)
[prima ed. ‘liberi libri’ e ‘le parole gelate’, roma-macerata 1986.
qui cit. dall’ed. 1992, edizioni galleria del falconiere, ancona 1992] 












































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