da: l’innominabile / samuel beckett. 1949-1950. II

Sono tutte ipotesi, ciò serve a progredire, io credo nel progresso, credo nel silenzio, ah sì, qualche parola sul silenzio, poi il piccolo mondo, ciò basterà, per l’eternità, si direbbe che sono io, sono io a parlare, sono io a udire, sono io a fare progetti, per l’immediato, per l’eternità, mentre invece io sono lontano, o da qualche parte tra le mie braccia, o di fianco, dietro i muri, qualche parola sul silenzio, poi una cosa sola, un solo spazio con qualcuno dentro, qualcosa dentro, forse, fino alla fine, io ci credo, è già la sera, questa cosa la chiamo sera, stasera ci credo, è annunciato, prima si annuncia, poi si rinuncia, è così, serve per tirare avanti, per avvicinare la fine, le sere in cui c’è una fine, parlo di sera, qualcuno parla di sera, forse è ancora mattina, forse è ancora notte, forse fa ancora notte, io non ho opinioni in merito. Si amano, si sposano, per amarsi meglio, più comodamente, lui va in guerra, muore in guerra, lei piange, per l’emozione, di averlo amato, di averlo perduto, hop, si risposa, per amare ancora, più comodamente ancora, si amano, ci si ama quante volte occorre, quante volte occorre per essere felici, lui ritorna, l’altro ritorna, non era poi morto in guerra, lei va alla stazione, lui muore in treno, per l’emozione, all’idea di rivederla, lei piange, piange ancora, ancora per l’emozione, di averlo ancora perduto, hop, ritorna a casa, lui è morto, l’altro è morto, la suocera lo stacca, s’è impiccato, per l’emozione, all’idea di perderla, lei piange, piange più forte, per l’emozione, di averlo amato, di averlo perduto, ecco una storia, era perché io sapessi cosa sia l’emozione, questo si chiama emozione, e cosa possa l’emozione, purché siano date condizioni favorevoli, cosa possa l’amore, allora è questo l’emozione, cosa sono i treni, i sensi di marcia, i capotreni, le stazioni, le banchine, la guerra, l’amore, le grida strazianti, dev’essere la suocera, lei emette grida strazianti, mentre distacca suo figlio, o suo genero, non so, dev’essere suo figlio, dato che grida, e la porta, la porta di casa è chiusa, di ritorno dalla stazione lei trova la porta chiusa, e chi l’ha chiusa, l’ha chiusa lui per impiccarsi meglio, o la suocera, per staccarlo meglio, o per impedire alla nuora di rientrare a casa, ecco una vera storia, dev’essere la nuora, non sono genero e figlia, sono figlio e nuora, come ragiono bene stasera, era per insegnarmi a ragionare, era per indurmi ad andarci, là dove si può aver fine, devo essere stato un buon allievo, fino a un certo punto, non sono riuscito a superare un certo punto, capisco che se la siano presa con me, stasera comincio a capire, non è male, non sono io, non ero io, la porta, è la porta che m’interessa, è fatta di legno, chi ha chiuso la porta, e per qual motivo, non lo saprò mai, ecco una vera storia, credevo fossero finite, tutte cadute nell’oblio, forse questa è nuova, fresca fresca, è il ritorno al mondo delle fiabe, no, solo un richiamo, in modo che rimpianga quello che ho perduto, che voglia star di nuovo là da dove sono escluso, sfortunatamente tutto ciò non mi ricorda niente. Il silenzio, parlare del silenzio, prima di rientrarvi, forse che ci sono già stato, non so, a ogni istante ci sono, a ogni istante ne esco, ecco che ne parlo, lo sapevo che sarebbe avvenuto, ne esco per parlare, ci son dentro pur parlando, se sono io, a parlare, e non sono io, faccio come se fossi io, ma a lungo, ci sono stato a lungo, un lungo soggiorno, non capisco niente in fatto di durata, non posso parlarne, ne parlo eccome, dico mai e sempre, parlo di stagioni e di parti della giornata e della notte, la notte non ha parti, è perché si dorme, le stagioni devono assomigliarsi tutte, in questo momento forse è primavera, sono delle parole che m’hanno insegnato, senza farmene vedere bene il senso, è così che ho imparato a ragionare, io le uso tutte, tutte le parole che m’hanno insegnato, erano delle liste, ah che strano calore tutt’a un tratto, erano elencate per liste, con delle figure a fronte, devo averne dimenticate, devo averle confuse tra loro, queste immagini senza nome che possiedo, questi nomi senza immagini, queste finestre che forse farei meglio a chiamar porte, o almeno in un altro modo, e questa parola uomo che forse non è quella giusta per quello che vedo quando la sento, ma un istante, un’ora, e così via, come rappresentarli, una vita, come farvela vedere, qui, nel nero, io lo chiamo il nero, forse è dell’azzurro, sono parole in bianco, ma io me ne servo, mi vengono, tutte quelle di cui mi ricordo, mi servono tutte, per poter continuare, non è vero, ne basterebbero venti, fedelissime, ben attestate, ben assortite, la tavolozza ci sarebbe, io le mescolerei, le varierei, la gamma ci sarebbe, quante cose farei, se potessi, se volessi, d’altronde accade tutto da solo, è così che andrà a finire, con grida strazianti, sussurri inarticolati, da inventare, volta per volta, da improvvisare, pur continuando a gemere, riderò, è così che andrà a finire, con risatine soffocate, dei glu-glu, degli ahi, ah, pah, mi sto esercitando, gnam, uh, plof, pss, dell’emozione pura, pan, paf, i colpi, na, toc, che altro ancora, aah, ooh, questo è l’amore, basta, è faticoso, hi, hi, queste sono le costole, di Democrito, no, di quell’altro, in fin dei conti, è la fine, la fine dei conti, è il silenzio, qualche glu-glu sul silenzio, quello vero, non quello in cui mi macero, immerso fino alla bocca, fino all’orecchio, che mi ricopre, che mi scopre, che respira con me come un gatto col topo, quello degli annegati, io mi sono annegato, diverse volte, non ero io, io mi sono asfissiato, mi son dato fuoco, mi sono picchiato in testa con del legno e con del ferro, non ero io, non c’era una testa, non c’era del ferro, non mi son fatto niente, non ho fatto niente a nessuno, nessuno m’ha fatto niente, non c’è nessuno, non c’è del legno, ho fatto ricerche, non ci sono che io, nemmeno, nemmeno io, ho cercato dappertutto, dev’esserci qualcuno, questa voce deve pur appartenere a qualcuno, io sono disponibilissimo, voglio tutto ciò ch’essa vuole, io sono lei, l’ho detto, essa lo dice, ogni tanto lo dice, poi dice di no, per me va bene, voglio che essa taccia, essa vuol tacere, non può, tace un istante, poi riprende, non è il vero silenzio, dice che non è il vero silenzio, che dire del vero silenzio, non so, che non lo conosco, che non ce n’è, che forse ce n’è, sì, che forse ce n’è, da qualche parte, io non lo saprò mai.

 

[da L’Innominabile, in Samuel Beckett, Trilogia. Molloy, Malone muore, L’Innominabile;
traduzione e cura di Aldo Tagliaferri, Einaudi, Torino 1996]

 











































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