TRE PARAGRAFI / g.bortolotti, m.giovenale

su scritture recenti

1. INSTALLAZIONE vs PERFORMANCE

Uno schema per organizzare molti dei testi proposti oggi può essere preso dalle arti figurative, costruendo un’opposizione tra installazione e performance, questo soprattutto tenendo in considerazione due dei vari elementi che girano intorno al fare letterario: il soggetto (autore o lettore) ed il testo.
In questo senso, l’installazione è quell’oggetto che può darsi (ed emettere senso) indifferentemente dalla presenza del suo ideatore. Cioè il testo viene “progettato per” e “collocato in” uno spazio segnato dall’assenza di una motivazione umana, per così dire.
La performance, invece, in nessun caso può prescindere dal “performante”. Si noti: nemmeno quando sia un attore a sostituire il poeta. Al centro sta comunque il corpo-testo (dunque daccapo l’autore) che si riversa in un corpo-voce solo parzialmente “altro”.
Questo, guardando l’evento artistico o testuale tenendo presente l’autore. Un discorso analogo può essere fatto, però, guardando al pubblico.
L’installazione è quel loop oggettuale che può meccanicamente darsi e girare ed esistere anche durante periodi virtualmente infiniti di assenza di sguardi. Al contrario, la performance può sì aver luogo anche a sala vuota, ma in questo caso la si considera fallita. È un evento che chiede testimoni.
A questo aspetto, sempre sul versante della fruizione, se ne collega un altro. Al pubblico dell’installazione viene richiesta una fruizione, un’esperienza (distaccata, come lettura/esplorazione della sua articolazione; o partecipe – ma nei termini decisi da chi esperisce, non da chi si esprime). Per la performance ci si trova, al contrario, di fronte a uno spettacolo, dunque certo ad una richiesta esplicita di reazione, quale che sia, ma soprattutto ad un automatico coinvolgimento nello spazio dell’opera.

2. AUTORE E REALISMO

L’opposizione di cui sopra può essere letta in filigrana anche partendo da un’altra coppia di elementi presenti nelle dinamiche della letteratura: il testo ed il mondo.

In questo senso, si può notare che, a fronte del disfarsi del mondo nelle centomila versioni che quotidianamente ci vengono fornite, le scritture che si pongono il problema di fornire strumenti per l’esperienza contemporanea hanno deciso di lasciare il discorso “sul” mondo a favore del discorso “nel” mondo.
Questo, nella pratica della scrittura, sembra avvenire in due modi.
Da una parte, viene rifondata la funzione del narratore, collegandone lo statuto all’autore reale in quanto sua espressione: si attribuisce all’esistenza storica di chi scrive la forza carismatica di coordinare le forze centrifughe che disfano qualunque discorso sul mondo. Nella maggior parte dei casi, questa soluzione appare isterica, perché così facendo, anziché collocare il discorso nel mondo attraverso la persona dell’autore, in verità lo si rimette nel suo limbo ideologico-metafisico mitizzando l’autore stesso.
Questa istanza, in diverse declinazioni, è forse reperibile già nell’ultimo Pasolini, per fare un esempio, o in Arbasino, ma se risaliamo agli ultimi anni, soprattutto in narrativa, è all’ordine del giorno: il narratore è un narratore onnisciente non perché sa tutto della vicenda, ma proprio perché è l’autore a sapere tutto del mondo (o almeno così dà ad intendere con varie strategie retoriche).
Dall’altra parte, si pensa che la rappresentazione dell’incoerente è pur sempre coerente e come tale, per come va il mondo, non si situa nel mondo ma nel metafisico e, di conseguenza, si procede alla decostruzione del narratore, alla sua destabilizzazione. In qualche modo, allora, ci si appella all’esposizione della sintassi, dell’ordine realizzato come metonimia dell’ordine supposto o prova dell’azione di ordine sul mondo che chi scrive si incarica di dare. Si colloca nel mondo il discorso nel senso che lo si lascia nella fattispecie delle sue singole soluzioni. Questo tipo di lavoro lo si può vedere, nelle varie espressioni possibili, nel Balestrini della Signorina Richmond o nell’ultimo Calvino o nei tanti francesi e statunitensi che vengono scoperti in questo periodo: Toscano, Tarkos, Mohammad, Cadiot, Markson, Alferi, etc…

3. ANTIRAPPRESENTATIVITÀ

Un’ultima nota per sottolineare come caratteristica comune, che si ritrova su entrambi i lati di entrambe le polarità individuate, l’elusione o il rifiuto o il superamento della rappresentazione. Insomma l’antirappresentatività delle scritture in corso.

 

 

 

 

 

 

[da ex04, febbraio 2006]

































































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