Giallo e poi nero il tempo di battere le palpebre e poi di nuovo giallo: ali spiegate forma di rapida balestra tra sole e occhio tenebre per un attimo sul volto come velluto per un attimo mano tenebre poi luce o meglio memoria (avvertimento?) richiamo delle tenebre schizzare dal basso verso l’alto fulmineamente rapide palpabili vale a dire in successione il mento la bocca il naso la fronte possono avvertirle ed anche olfattivamente il loro odore muffa di cantina di tomba come un pugno di terra nera udendo contemporaneamente il rumore della seta strappata l’aria sgualcita e forse nè inteso nè percepito ma solo immaginato uccello freccia fustigare frustare già scomparsa l’impennatura vibrante i dardi mortali incrociarsi disegnare una volta sordamente frusciante come in quel quadro visto dove? battaglia navale tra veneziani e genovesi sopra un mare nerazzuro crestato spinoso e da una galera all’altra l’arco impennato ronzante nel cielo scuro uno dei quali penetra nella sua bocca aperta nel momento in cui balzava in avanti con la spada alzata trascinando i suoi soldati e lo trafigge inchiodandogli l’urlo in gola
Oscura colomba con l’aureola di zafferano
Sulla vetrata invece bianca ali spiegate sospesa al centro di un triangolo i raggi d’oro divergono tutt’intorno. Anima del Giusto che s’invola. Altre volte un occhio. In un triangolo equilatero altezze, bisettrici e mediane intersecate nel medesimo punto. Trinità, ed è fecondata dallo Spirito Santo, Vaso eburneo, Torre silente, Rosa di Canaan, Cosa di Salomone. O dipinto sul fondo come nella vetrina di quel venditore di porcellane, sgranato. Chi mai può comperare simili aggeggi? Vaso per raccolte notturne. Accovaccioni. Indovinello: cos’è quella cosa spaccata, ovale, umida e circondata di peli? Occhio per occhio allora come si dice dente per dente, o faccia a faccia. Uno di fronte all’altro. Fiottare denso con un fruscio liquido, come di cavallo. O di giumenta piuttosto.
Scomparso oltre i tetti. Si fa per dire: nè visto scomparire nè visti realmente i tetti. Semplicemente alto contrario di basso. E cioè in basso un nulla originale (non la piazza, l’asfalto dove altri due continuano a pedinare, grigi con zampe rosa), in alto un altro nulla, tra i quali si è materializzato all’improvviso, per un attimo, con le ali spiegate, come la rappresentazione immobile del concetto stesso d’ascensione, per un attmo, poi più. Il riflesso nel battente della finestra semichiuso sempre occupato per due terzi dall’angolo dell’edificio e per un terzo da un po’ di cielo, le larghe maglie della tendina di rete dietro al vetro più visibili nella parte grigio scura che nella striscia piena d’azzurro, la forma rigonfia della nuvola intrufolarsi tra i battenti per così dire contorcersi sulla superficie disuguale del vetro, scivolare e scomparire, l’immagine riflessa della facciata d’angolo, balconi, finestre, e sinuosa anche, come quei riflessi nell’acqua. Ma immobile. Anche le maglie della tendina immobili.
I giovani ancora fuori dal piccolo caffè, ma con la differenza che adesso, accanto a quello accasciato sul tavolino, con la testa tra le braccia ripiegate, ce n’è un altro, in pullover marrone, chino su di lui (una mano a braccio teso, appoggiata sul tavolino e l’altra – appoggiata ad angolo retto – sullo schienale della sedia del dormiente – ubriaco forse?), parlandogli, sembrerebbe, con paziente e materna sollecitudine; uno di quelli seduti fuori a sinistra allora lancia un secchiello da spiaggia di plastica azzurra (o meglio butta per aria: e ciè non come chi miri a qualcosa, dato che il secchio non segue una traiettoria tesa, verso un bersaglio preciso, ma una curva roteando su se stesso e ricadendo sul tavolino vicino a quello del dormiente, rovesciando i bicchieri, il tintinnio di uno dei due spezzato al suolo quasi immediato, mentre l’altro, rovesciandosi sulla tavola, gira su se stesso, descrivendo un arco di cerchio, l’orlo, lungo il quale, dalla pozza di birra versata, si tira dietro una scia liquida, finchè urta contro uno dei piattini per ripartire allora in senso inverso e tornare immobile nella pozza, intatto), il ragazzo in pullover marrone (il braccio poco fa puntellato sullo schienale della sedia adesso intorno alle spalle del dormiente, il busto quasi orizzontale, la bocca contro l’orecchio del dormiente) voltare un attimo il capo verso il lanciasecchi, rivolgergli parole inudibili, ricominciare a parlare al dormiente, il secchio azzurro immobilizzato in mezzo alla via nel punto in cui è rotolato dopo aver urtato contro i bicchieri ed essere rimbalzato sul tavolino, poco distante dall’orlo del marciapiede, la ragazza vestita di rosso alzarsi di colpo allora, fare dietrofront e rientrare nel caffè. Tra la corta gonna e i lunghi stivali neri macchia chiara delle cosce e l’interno gemello delle ginocchia. Il sole brilla sui pezzi del bicchiere rotto.
Foto ingiallita con pallide ombre dove i volti lividi avevano occhi dalle pupille dilatate sgranate abbagliati dal lampo improvviso del magnesio probabilmente. Da un lato si poteva vedere l’angolo di una tavola di piatti spostati di bottiglie e di bicchieri ancora mezzo pieni. Barbuto che indossa un maglione a collo alto, un altro era in maniche di camicia ma incravattato, con uno di quei colletti inamidati o di celluloide che pareva sostenere la testa piatta nasuta occhialuta come quella d’un capo ufficio o reparto. Uno in maglietta a strisce da marinaio alzava una bottiglia a braccio teso, il busto arrovesciato la bocca aperta come un tenore. Quello con la barba aveva una chitarra sulle ginocchia. […]

(Da: Claude Simon,  La battaglia di Farsalo, Einaudi, 1987, trad. di Daniella Selvatico Estense.)











































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