Naturalmente non bisogna pensare che non sia più necessario un disegno dell’uomo: accettare questa idea significa accettare il disegno del mondo per il quale non esistono progetti del mondo. L’ideologia della non ideologia.

Ad un primo sguardo, questo vorrebbe dire che bisogna rifiutare determinati strumenti; tuttavia, ragionando e analizzando, uno si accorge che il problema è quello di individuare quali spazi di libertà (correnti d’aria) è possibile stabilire negli strumenti a disposizione. Nel primo ventennio della televisione si è pensato ad una sorta di prevalenza del mezzo sul messaggio, ma con il passare del tempo quello che noi abbiamo vissuto come mezzo è passato, per così dire, in modo che ormai noi non lo avvertiamo più come mezzo; in una sorta di memoria genetica, la sua nocività ideologica è diventata al contempo più profonda e meno profonda, più grave e meno grave; più grave perché non è più percepita come nociva, ma come parte del bagaglio linguistico allo stesso livello di quello materno, nello stesso tempo meno grave poiché, in un certo senso, ne siamo relativamente i padroni.

La vera differenza è che con le strumentazioni si vendono le istruzioni per l’uso: leggere le istruzioni è diventato molto più pericoloso che non usare quelle pillole o quel determinato apparecchio, perché l’ideologia ci viene venduta con l’apparecchio stesso; ci viene data non soltanto la televisione, ma l’ideologia della televisione, non soltanto l’elettronica, ma l’ideologia dell’elettronica (nei giochi la cosa è evidente e trasparente). Si tratta di imporre a tutto il mondo un sistema binario, del sì e del no, e cioè una filosofia positivistica e di tipo non dialettico. Una volta ho detto, scherzando, che Gesù Cristo, quando invitava ad una scelta tra sì e no, è stato il padre dell’elettronica; in realtà tutto viene convogliato in una ideologia precisa. I movimenti dialettici vengono respinti nell’inconscio, dove, per definizione, ciò che è sì è contemporaneamente no: questo io intendo per surrealismo di massa. Viviamo contemporaneamente nell’universo della razionalità scientifico-tecnologica e nella non razionalità, che è quella, direbbe Matte Blanco, della logica simmetrica, secondo la quale una cosa è se stessa e l’inverso di se stessa, l’una e l’altra, eliminando il processo dialettico. Tutto è dominato o dall’identificazione (la vita è la morte, la morte è la vita) o dall’universo della logica formale di tipo cibernetico o elettronico per la quale gli impulsi sono 0 e 1, sì e no.

L’unica cosa da fare in questi casi, se si deve indicare un che fare, è chiaramente quella di servirsi delle strumentazioni e di piegarle ad altre intenzioni. La vecchia frase di Sartre: “a me non interessa quello che è stato fatto all’uomo ma quello che l’uomo è capace di fare con quello che è stato fatto di lui”, è una regola ottima per vivere sotto le dittature o in campo di concentramento, e tuttora valida nel mondo contemporaneo. A me non interessa l’ideologia che mi viene venduta insieme con la tecnologia, ma quello che io posso fare con questi mezzi che ho a disposizione: nel ’68 ci fu un momento in cui Enzensberger scrisse e lanciò la parola d’ordine – qui ripresa dagli amici dei “Quaderni piacentini” – incentrata sulla necessità di impadronirsi degli strumenti della comunicazione e di usarli in tutte le loro possibilità. Invitava a ricorrere ad un uso del telefono diverso dal consueto, ad esempio come strumento di collegamento politico, e questo vale per il ciclostilato in proprio o per le radio indipendenti. Tutte queste cose sono passate velocemente nelle mani dei vecchi padroni che le hanno sapute usare meglio. Ma la cosa non ha avuto solo questo aspetto, ha anche lasciato un certo fall out possibile, e oggi si tratta proprio di usare strumenti per piegarli contro quelli che ce li hanno venduti. Quando sento dire che non è necessaria una visione complessiva del mondo, io penso il perfetto opposto, in quanto il rifiuto di una visione complessiva, e non naturalmente di una interpretazione scientifica complessiva, è il problema della scelta di ciò che si ritiene importante: è la legge della necessità.

 

[in: Franco Fortini, Il dolore della verità. Maggiani incontra Fortini, a c. di E. Risso, Manni, Lecce 2000, pp. 41-43]

 











































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