phobos 2′ 34” / marco giovenale. 2013


fammi vedere, giocando sulle rotaie, lo so che hai paura dei giornalisti, degli ospiti, delle ospiti, dei gatti sulla tovaglia (se a quadri), paura dei cappelli, della verginità, della russia, di lasciarti andare, dell’eco, degli ex voto, delle marionette di porcellana, se hanno gli occhi stravolti, verso l’alto, ma è leggera, ma hai paura del cibo, comunque dell’arte astratta, delle infezioni, delle intossicazioni, da cibo, paura delle crêpes, delle creme, delle panne, delle curve delle tende, dei sipari, meglio, delle fotografie di frattaglie, delle lumache, dei cani, dei luoghi chiusi con dentro i cani, dei cani in libertà, nel parchetto, nell’erba alta, terrore dell’erba alta, degli spazi aperti, dei cani negli spazi aperti, se gli stessi spazi contengono anche luoghi chiusi con dentro altri cani, quelli degli spazi chiusi, alla catena, ma anche senza catena, con catene fatte a loro volta di piccoli cani legati uno all’altro, che potrebbero sciogliersi, paura di questo, e di conseguenza paura dei bambini che piangono perché a loro volta spaventati, imparando a farsi forza, non riuscendoci, con la paura di imparare, di seguire a ritroso il percorso, smarrire il sentiero, rientrare e trovare solo delle facili allegorie, che fanno paura, molta paura degli insetti, piccoli e grandi, dei pesci preistorici, delle case di campagna, dei millepiedi nelle case che cadono dai sottotetti, nelle pieghe, senza contare appunto la paura delle pieghe, sul collo dei cani, paura della nebbia, dei fari che stanno arrivando, ti accecano, ti vengono a prendere, no, non ti vedono, ti lasceranno lì da solo nella nebbia, esposto all’umidità, alla pianura (paurosa) e alle macchine che avanzano senza fari, che non possono vederti, ti schiacciano, ti feriscono, senza medici (di cui avresti comunque paura), che ti investono, ti gettano verso la foresta prima degli alieni, prima che arrivino, anzi in gara con loro, alieni di cui a dirla tutta temi il ritorno, o la partenza, e le luci violente, ma anche tenui, come temi gli argani di legno del santo, la processione, il carretto che scricchiola e le dame con le candele, che gocciano, il giallo della traccia, la colla, il vestito stretto (se è stretto) della maschera, la sua torcia, allontanata, allontanandosi allo stesso modo, o in un modo diverso, divaricato, innaturale, scaleno, minaccioso che dà paura, paura di aver detto troppo in udienza, in assenza di avvocato, protezioni, di lamiere, lamierini, tettucci, scalinate, scritte, scrivendo che hai paura dei terremoti, della scogliera che si avvicina fracassando lo scafo, sapendo di non saper nuotare, agglutinare le parole, non avere più la lingua, o avere troppe scarpe e pochi piedi, tua paura principale, fobia della pioggia, dei ragni, della pioggia di ragni, paura di sbagliare a riportare il discorso come il cane riporta lo stecco, paura dello stecco, del ringhio, dei canini, dei delfini, dei postini, dei destini, dei morigerati, degli sconci, di vagare nel senso di errare, sbagliare indirizzo, luogo, essere fuori luogo, fuori zona, per poco ma irrimediabilmente, e che attraverso il tempo non si possa vedere, in effetti, non si vede mai chiaro, almeno in un primo momento, quasi, poi non si sa, è addirittura meno chiaro, quasi buio, con delle luci accecanti ma sono passate, cose così, passate, innocue alla fine



[ inedito per EX.IT – Materiali fuori contesto, Albinea 2013 ]













































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