SCRITTURA ASEMANTICA: IRMA BLANK / Gillo Dorfles. 1974
Published by marco July 18th, 2007 in kritik, art, op. cit.
In un periodo come l’attuale, di esasperazione linguistica, - ossia di presa di coscienza ma anche di eccessivo sfruttamento di tutto l’apparato che regola i vincoli, le concatenazioni, le modificazioni, del linguaggio (verbale e non verbale), - era prevedibile anche un infittirsi di attività artistiche (ossia «gratuite», puramente immaginarie, non funzionali) attorno a questo settore principe della comunicatività umana. Prova ne sono le molteplici forme di poesia visiva e concreta, di pittura basata sul segno (da Capogrossi a Tobey a Twombly), e finalmente le infinite incarnazioni d’un’arte visiva che, di un segno pseudo-grafico o pseudo-ideografico, fa la sua base d’azione.
La pittrice italo-tedesca (o, meglio tedesca di origine e italiana d’adozione) Irma Blank è stata, pure lei attratta da questo aspetto della visualità: un aspetto così sottilmente ambiguo me anche così rigorosamente controllato; e ha dedicato l’ultima fase del suo lavoro ad una serie di opere tutte impostate su quella che possiamo, credo esattamente, definire una «scrittura asemantica»: una sorta di grafia-ortografia, che si vale d’un segno ben individualizzato (con tutte le caratteristiche della personalità di chi lo usa), ma privo, vuoto, scevro, da ogni semanticità esplicita, giacché non è costituito da – né è scindibile in - «segni discreti», in lettere d’un sia pur modificato alfabeto, né in ideogrammi sia pur alterati o neoformati.
Si tratta, come appare evidente, d’un ritorno husserliano alle «Sachen selbst», o, in questo caso, ai «Zeichen selbst», anzi ad una sorta di Urzeichen – di segno primitivo-primordiale, quel segno non ancora differenziato – anzi, meglio, già tanto differenziato e usurato da essere addirittura entropizzato, consumato, divenuto non più veicolo d’un concetto, ma veicolo di se stesso; e, come tale, da costituire quasi al ritorno dell’artista alle sue radici prime, al proprio io indifferenziato, colto in uno studio pre-linguistico e pre-semantico.
Si tratta, in definitiva, - tanto per analizzare da un punto di vista un po’ più tecnicamente questa sottile operazione della Blank – di disegni che determinano sul foglio bianco orme sottili: quasi tracciati encefalografici, fini a se stessi, e che sono quindi sovrapponibili ai segni d’una qualsivoglia composizione grafica, astratta, salvo a conservare, in un certo senso, l’aspetto esterno, la morfologia estrinseca, d’una effettiva scrittura manuale.
Non posso pronunciarmi circa quelli che potranno essere gli sviluppi futuri di queste preziose e rigorose scritture orbate di «senso», ma credo di poter affermare che, già come oggi si presentano, denunciano una notevole sapienza compositiva, e una sensibilità spaziale e una raffinatezza cromatica di insolita levatura, che in parte le accomuna a quelle tessiture indifferenziate costuite – queste – da incessanti serie numeriche – del polacco Opalka. Sicché queste pagina scritte si presentano ai nostri occhi come messaggi segreti e criptici che vorremmo poter leggere; non altrimenti di come ci accade di voler decifrare senza riuscire qualche antico gerografico di lingue ormai morte, sopravvissute su qualche antica lapide e di cui possiamo apprezzare solo l’armonico succedersi del segni senza penetrarne l’intimo misterioso significato.
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dal catalogo della Galleria Cenobio, Aprile 1974
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