… da una musica per l’orecchio mancante: dieci abiure “d’ameublement”

all’opus vandalicum di Walter Marchetti, come accompagnamento a De musicorum infelicitate

I

Se nell’ascoltare questa musica, non vi accorgete che la musica sta parlando di se stessa, allora non capirete niente.

(w.m.)

II

De musicorum infelicitate, anamnesi della condizione della musica e anelito di una magniloquente destructio musicae.

Reversement speculare di ogni residuo nominalismo morfologico, i Dieci pezzi in forma di variazioni dolenti dispongono nella loro incessante e implacabile sequenza l’approdo a un’anaforica finis terrae, il limine estremo, e invalicabile, oltre il quale la musica non può che sprofondare nell’abisso della propria perdita di consapevolezza, innanzi all’orizzonte dello smarrimento definitivo della sua esausta tradizione.

III

Dissolta nella meccanica di una retorica reiettiva, sterile rappresentazione senza oggetto, la musica esorcizza nei suoni che le sopravvivono la manifesta incapacità di misurarsi con la perdita del proprio orizzonte cognitivo.

IV

Il carattere impermanente della musica nella sua essenza di “scrittura” del tempo si scontra con l’impossibilità di riscattare la natura deiettiva di un tempo storico ormai dequalificato nel suo essere mero supporto escatologico e veicolo indifferenziato delle determinazioni del dominio.

Come se nell’atto a sé consustanziale di iscriversi nel tempo, nell’impossibilità congenita di disancorarsi da un tempo ipostatizzato cui è stata inesorabilmente sottratta la vocazione al divenire, la musica non potesse trovarvi che un’irrevocabile condanna.

V

L’atto di comporre, un caso di impotentia coeundi – la musica, un codice estetico inaridito.

Imagination morte imaginez: cum mortui in lingua morta.

VI

La musica sussiste soltanto quale pratica amministrata di un esercizio tautologico privo di interiore necessità.

La sua indisponibilità ad affrancarsi dalle spire di un’asseverazione sintattica – nell’oggettivarsi quale deliberato tentativo volto alla propria conservazione – non solo ne ha patologicamente prodotto l’attuale scadimento verso morfologie sempre più compiaciute della propria sintomatologia regressiva, ma riflette soprattutto la qualificazione gnoseologica del suo asse evolutivo.

Ineluttabilmente sospesa tra automistificazione ed espressione dell’inautentico, la musica si invera nel simulacro del suo carattere feticcio.

VII

Giunta al limite della propria fertilità e di ogni facoltà immaginativa, la musica si è reclinata in un mimetismo parassitario nei confronti di qualsivoglia stereotipo gli si presenti innanzi in grado di infonderle una parvenza di ciò che non potrà più essere.

Astretta dagli scheletri delle vuote coniugazioni di cui si appropria e vanificata dall’impossibilità di aderire a se stessa, la musica si è ridotta a condurre un’esistenza di spettro e ad aggirarsi nel cimitero della storia.

VIII

Una sentenza rubata: “… la musica proviene non già dalle malizie dell’intelletto, ma dalle sfumature tenere o veementi dell’Ingenuità – idiozia del sublime, irriflessione dell’infinito…”.

IX

Solo se riuscisse ad essere consapevole della propria superfluità la musica potrebbe riconoscere il suo destino.

X

Lo si è udito, ma lo si è dimenticato. – No, non lo si è udito e non lo si è dimenticato: non ogni cosa si dimentica. Ma non si ebbe l’orecchio adatto, l’orecchio di Epitteto. – Dunque egli lo ha detto nell’orecchio a se stesso?

(f.n.)











































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